Il Muro Del Canto - Ancora Ridi (Goodfellas, 2013)

Daniele Coccia (voce), Alessandro Pieravanti (percussioni, batteria, racconti), Ludovico Lamarra (basso), Eric Caldironi (chitarra acustica), Giancarlo Barbati Bonanni (chitarra elettrica) e Alessandro Marinelli (fisarmonica), con l’ospite Andrea Rugiero (violino), sono Il Muro del Canto, giunti al loro secondo capitolo, che conferma quanto di buono si era ascoltato ne “L’Ammazzasette”. Tuttavia “Ancora Ridi” (mixato da Tommaso Colliva, che vanta esperienze con Afterhours, Muse, Calibro35) non è il semplice sequel del debutto. Lì un suono di matrice folk, qui si preme sull’acceleratore, con una sterzata verso un rock più ruvido, dalla vena blues e dalle marcate tinte western, tra canzone d‘autore e richiami alla tradizione urbana romanesca. Il sestetto è la prova del fermento musicale in vernacolo che da un po’ di anni smuove la capitale: parliamo di artisti che cercano di svincolare il dialetto locale dall’egemonia di triviali modelli macchiettistici, dall’arte di strada dei Ponentino Trio ai rocker Ardecore, passando per Mannarino, da BandaJorona agli Ave aò, per non dire dei sempre fulgidi campioni della stagione del folk revival, come Piero Brega e Sara Modigliani, che seppure con moduli ed estetica diversi, con la loro profondità hanno tanto da insegnare alle nuove leve del folk-rock capitolino. “Ancora Ridi” racconta storie di povericristi e spiantati, di disincanto e di orgoglio sottoproletario, conditi con schietta e corrosiva ironia popolaresca, come nella potente “canzone malannata”, la title-track, o nella trascinante galoppata de “Il canto degli affamati”, dall’irresistibile frase di fisarmonica che acchiappa alla grande. “Maleficio” sposa tradizione delle stornellate e chitarre torride, mentre in “Palazzinari” prende la parola su un andamento blues (storyteller Pieravanti) un caustico e lucido osservatore della Roma svenduta. Una riscoperta, che è al contempo omaggio e debito verso la canzone d’autore, è “E intanto er sole se nasconne”, traduzione in romanesco della bella composizione dell’indimenticato Stefano Rosso. Parte lenta per tramutarsi in un infuocato sfogo ska-western “Peste e corna”. Invece, “L’osteria dei frati” è il rifacimento in veste romanesca di uno dei cavalli di battaglia di Giovanna Marini: il famoso lamento pugliese “Lu povero ‘Ntonuccio”, dove il morto è celebrato dai suoi compagni di bevute. Con “Canzone allagata” siamo dalle parti della tradizione della serenata popolare. Il brano ci riporta nel pieno della notte dell’alluvione dell’ottobre 2011: un personaggio strampalato scende in strada a cantare a squarciagola, mettendo in guardia contro le insidie dell’amore. Si muove ancora su un impianto western “Strade da dimentica’”, che unisce America profonda e periferia della capitale, Pasolini e Tarantino. Il recitativo di “Er funerale” è il racconto di un trapassato che si affaccia dalla bara per svelare le ipocrisie dell’ultimo saluto; il brano sfocia nella note di “Lacrima a metà”. Il sentimento ambivalente verso la città eterna è tutto nell’addio di “Arrivederci Roma”, sgroppata western costruita su citazioni e proverbi. 


Ciro De Rosa