Catrin Finch/Seckou Keita - Clychau Dibon (Astar Artes/Mwldan Records, 2013)

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Se la stampa specializzata britannica che conta, Songlines e fRoots in primis, ha messo il loro disco in vetta alla classifica trad/world dell’anno, vuol dire che la collaborazione tra la blasonata arpista gallese e il virtuoso della kora, senegalese di origine ma residente a Nottingham, non è una di quelle accoppiate posticce che fanno la felicità del versante mellifluo della world music. Piuttosto è un fecondo incontro tra due musicisti di notevole levatura, lei di formazione classica, lui figlio della tradizione orale, alle prese con due strumenti dalle tradizioni millenarie: quella bardica e quella dei cantori di lode dell’Africa occidentale. Insomma, se è vero che gli ingredienti extra-musicali ci sono tutti, è tuttavia l’amalgama sonoro raggiunto dai due maestri a rendere “Clychau Dibon” un disco spettacolare, nonostante l’affinità di timbri dei due cordofoni potrebbe non convincere del tuto qualche critico. Il titolo del CD unisce la parola gallese per campane, clychau, a dibon, che in malinke è il bucero, un uccello che vive in prossimità degli affluenti del fiume Niger in area subsahariana. Per analogia, il richiamo del dibon è diventato sia un pattern ritmico della musica mandingo sia il nome della seconda corda basso della kora. Nato nel 1978 a Ziguinchor, nel Casamance (Senegal meridionale), Keita proviene da una genia di jali (i Cissokho), da parte di madre, ma con la sua kora a doppio manico, che alterna a quella tradizionale a 21 corde, è anche un innovatore. 
Oltre ad un’affermata carriera da solista e da didatta, tra i suoi trascorsi vanta la collaborazione con Baka Beyond e Jalikunda Project. Di poco più giovane (classe 1980), l’artista di Llanon ha suonato con prestigiose orchestre sinfoniche; ha alle spalle studi con la signora dell’arpa gallese Elinor Bennett (che poi è diventa sua suocera) e nella sua discografia vanta anche un acclamato lavoro di trasposizione sull’arpa delle “Variazioni Goldberg” bachiane. Sul versante world Catrin Finch, che imbraccia un’arpa a 47 corde, ha collaborato con la band colombiana Cimarrón e con quell’altro maestro sublime della arpa-liuto dell’Africa occidentale che è il maliano Toumani Diabate. “Clychau Dibon” contiene sette lunghe composizioni: una fusione alchemica, con nitide cascate di note e sequenze ipnotiche, superbi ricami solistici ed eleganti sovrapposizioni, unisoni e giochi di rimando tra le due arpe, passaggi meditativi ed improvvisazioni infuocate con esaltanti crescendo (si ascolti il finale di “Ceffylau”). 
Antiche melodie gallesi si fondono con naturalezza ai motivi di tradizione mande, ad iniziare dal brano d’apertura “Genedigaeth koring-bato”, in cui la kora attinge a brani tradizionali (“Macki” e “Kelefa Ba”) e l’arpa riprende materiali medievali gallesi. Il titolo del secondo brano, “Future Strings”, allude alla volontà di innovazione, delineata dalla confluenza tra canoni classici, con citazioni d’autore, e oralità africana. Suadente il terzo brano “Bamba”, dedicato al leader religioso sufi Cheikh Amadou Bamba Mbacke. “Les Bras De Mer” suggella il naturale incontro tra i cordofoni dei due virtuosi con la sovrapposizione di paesaggi e di melodie: la gallese “The Bells Of Aberdovey” , Niali Banga”, dal nome di un re Wolof e la mandingo “Bolong”. Un titolo come “Robert Ap Huw meets Nialing Sonko” evoca un incontro tra l’arpista e copista gallese (c. 1580 – 1665), compilatore dell’omonimo manoscritto contenente un consistente corpus di melodie locali, ed il sovrano mandingo Nialing Sonko. “Caniad Gosteg” si fonde con “Kelefa Koungben”. Dopo la magnificenza di “Ceffylau”, si arriva ai dodici minuti incantevoli del conclusivo “Longau Terou Bi”. 


Ciro De Rosa