Massimo Donno – Amore e Marchette

Cantautore dalla originale cifra stilistica, Massimo Donno, dopo un esperienza in ambito irish-folk con Allegra Brigata Bodhran, ha dato di recente alle stampe per Ululati/Lupo Editori, “Amore e Marchette”, disco che segna il suo debutto come solista,e nel quale sono raccolti undici brani caratterizzati dall’intercalarsi di spaccati introspettivi ed autobiografici, a pungenti critiche alla società italiana, il tutto condito da una bella dose di ironia, surrealismo e poesia. Lo abbiamo intervistato per approfondire insieme a lui il suo percorso artistico, e il suo processo creativo, senza tralasciare la genesi del disco e i temi che lo caratterizzano. 

Nel tuo passato ci sono esperienze diversificate, dalla musica con Allegra Brigata Bodhran, poi anche nell’ambito letterario. Come nasce invece Massimo Donno cantautore? 
La mia passione per la letteratura e l’amore per la musica viaggiano sullo stesso binario, non riesco a concepirle come istanze diverse. Credo piuttosto che siano complementari l’una all’altra, si sorreggono, si nutrono reciprocamente ed hanno quasi una genitorialità nei confronti di quello che scrivo. 

Ci puoi parlare del processo creativo alla base delle tue canzoni? 
Le canzoni nascono sempre da uno stimolo di base, da una suggestione anche minima che, probabilmente, nulla andrà a condividere con il significato della canzone che nascerà successivamente. Nasce da una frase appuntata, magari sentita in fila alla posta o in treno. La gente ha la capacità di fornire degli spunti fantastici e la cosa bella è che ne è totalmente, spesso, inconsapevole. Una frase vera, una frase falsa, allegra o triste che sia è in grado di aprire un mondo, di parole e di musica. Una volta che di base c’è un’idea la musica si scrive da sola. Non scrivo mai un testo per intero senza avere una chitarra in mano. Come dicevo prima, musica e parole si nutrono e camminano insieme. È come se esistessero realmente poche alternative al modo di musicare un testo. Un testo specifico ha bisogno di quella determinata musica. Poi spesso capita che le cose cambino, ma è difficile che se un brano nasce swing possa diventare folk, per quanto mi riguarda, si intende. Tutto ciò con le dovute eccezioni: la musica e le parole possono rappresentare “tutto il contrario di tutto!” 

Quali sono le tue ispirazioni e le tue influenze dal punto di vista artistico? 
I riferimenti sono tanti ed affondano a figure che seguo e che stimo da quando sono piccolo. Musicalmente, i riferimenti sono diversi ed anche diversi tra loro. Sicuramente buona parte del cantautorato italiano, da De André a Gaber, da Piero Ciampi a Domenico Modugno. Ascolto tanto swing italiano (Buscaglione, Arigliano, Natalino Otto). Trovo geniale quello che ha fatto Carosone che, in qualche modo, è stato precursore di quelle magnifiche unioni tra il jazz e la musica tradizionale napoletana, e non solo. Amo il jazz, in particolare Michel Petrucciani, Richard Galliano, e tutte le espressioni della musica difficili da definire (Il duo Trovesi – Coscia, Tuck and Patty, Daniele Sepe, ecc.). Se dovessi dire tutto quello che mi piace non finirei più! Uno dei riferimenti costanti per me è James Taylor. Probabilmente, e per fortuna, non in tutto quello che scrivo traspare la passione per questi autori. Per essere meno prolisso possibile ti posso anche fare altri riferimenti, cosi, senza argomentazioni: Pasolini, Citti, Totò, Scola, Monicelli, Dino Buzzati, Hikmet, Tom Waits, Pietro Gori, Dylan Dog, Potok, ecc. 

Quanto ha influenzato la tua formazione il fermento culturale e musicale che ha animato il Salento in questi anni? 
Considera che ho vissuto gli ultimi tredici anni prima a Roma e poi a Bologna. Posso dire, da un lato, di non aver mai staccato le radici dal Salento, dall’altro lato, proprio queste radici si sono “contaminate” da esperienze e da contesti anche molto diversi da quelli che si possono vivere nel Sud della Puglia. Sicuramente il fermento che c’è in Salento, i numerosi musicisti che ho conosciuto negli anni mi hanno influenzato tantissimo, mi hanno aiutato a crescere, e lo fanno tutt’ora. Il livello di ascolto e curiosità di conoscere da parte delle persone, fa il resto. Non sempre è facile e scontato che si abbia un livello di attenzione ma questo esiste aldilà dell’essere in Salento. Sicuramente gli operatori culturali sensibili a nuove espressioni possono favorire il proliferare di contesti di incontro tra artisti e pubblici. E ciò, per fortuna, in Salento capita spesso. 

Hai realizzato diversi spettacoli sulle canzoni e sulla vita di Fabrizio De Andrè, cosa ti lega alla sua musica? 
Mi appassiona di Fabrizio de André l’approccio che ha avuto all’arte, in generale. La sua voglia di conoscere e di condividere quella smisurata conoscenza. La forza ed il coraggio di puntare la penna su personaggi delicati senza cadere nella banale oratoria, negli inni retorici. De André era un musicista con l’umiltà di sapersi circondare di grandi arrangiatori; De André era uno scrittore che, nonostante quello che sapesse scrivere, ha avuto sempre la necessità di circondarsi di altrettante grandi penne; De André ci ha parlato di religione e di anarchia, portando la poesia a livelli di indagine grandi come un vero e proprio ricercatore sociale. Un pensiero indipendente, in divenire, inquieto. Questo mi lega a De André. 

Veniamo al tuo primo disco “Amore e Marchette”, ci puoi raccontare la sua gestazione? 
“Amore e Marchette” contiene pensieri recenti, vicini all’uscita dell’album e pensieri di tanti anni fa, che io ritrovo e sento ancora miei. La decisione di bloccare in un contenitore queste storie arriva nell’estate del 2012. Avevo già scritto quasi tutti i brani ma ero ancora “progettualmente” poco organizzato. Ero più concentrato sulla preventiva ricerca di un management, di un booking. Ero da solo e da solo avevo in me tutte le figure professionali che occorrevano. Ovviamente era difficile mantenersi in piedi da soli. Poi l’idea di un album è diventata un’idea costante, quasi una fissazione! Ho raccolto tutti i miei brani, ho abbozzato qualche arrangiamento, ho preso coraggio e mi sono buttato in questa esperienza. A settembre del 2012 ero in studio a registrare e ogni giorno mi pentivo di non aver iniziato prima questa magnifica esperienza. Poi l’incontro con Cosimo Lupo (Ululati) ha messo in piedi una serie di cose interessanti, dalla produzione dell’album alla possibilità di esibirmi in contesti interessanti come l’apertura del concerto di Daniele Silvestri o il dividere il palco con Nada e Fausto Mesolella, ecc. 

Al disco hanno collaborato alcuni musicisti salentini ma anche alti ospiti d’eccezione come Guido Sodo, Nilza Costa e soprattutto Maurizio Geri, come nascono queste collaborazioni?
Sono in tutti casi artisti che stimo molto e che seguivo da ascoltatore, da diverso tempo. Conosco Guido per il magnifico progetto (Cantodiscanto) in cui ha fatto confluire il meglio della tradizione e della composizione d’autore. Per breve tempo è stato mio maestro di chitarra a Bologna. È una persona che stimo e che ho voluto “firmasse” con la sua arpa e la sua voce un brano per me molto importante. Con Nilza il rapporto è stato diverso: ho collaborato con lei come chitarrista nel suo interessante progetto di musica d’autore di stampo afro – brasiliano durante l’ultimo anno a Bologna. Ho anche registrato qualche traccia del suo album. C’era un brano in particolare (Kalundù) che si prestava benissimo all’unione con “Il bianco ed il nero” ed è nata questa collaborazione. Maurizio Geri lo conosco da quando nel 2003 lo vidi in Salento con Banditaliana. Mi colpì molto il suo stile, l’unione tra sonorità swing e le mille anime della world music. Anni dopo lo cercai per avere lezioni di chitarra e poi il contatto è rimasto. “Amore e Marchette” aveva bisogno non soltanto della chitarra di Geri ma proprio di lui (come nel videoclip di Gianni de Blasi) perché è per persone come Geri che nascono canzoni così, in cui si parla del duro lavoro dell’essere e del fare il musicista. E dell’amare smisuratamente questo lavoro. 

Parlando più direttamente dei brani, mi ha colpito molto la titletrack, una canzone sul duro mestiere del cantautore… 
Esattamente! Come dicevo poco fa, il lavoro del musicista è pieno di contraddizioni, di ripensamenti, di messe in discussione, di crisi di identità, addirittura! Nel senso che spesso la propria identità la si mette da parte per fare altro, per suonare qualcosa che ci aiuti a pagare le bollette. Vivere di musica è difficile in generale (con le dovute eccezioni, naturalmente) ma per chi fa musica d’autore è frustrante la disattenzione (capita spesso!) della gente e la sufficienza di un gestore o organizzatore, che ti chiede non già che genere fai, ma “Quanta gente porti nel mio locale?”. Con “Amore e marchette” ci ho riso su, mi sono preso in giro come forse si dovrebbe fare più spesso invece di piangersi addosso.

Cosa ti ha ispirato il brano come “Valzer Del Lavoratore Atipico”? 
Sono tanti gli episodi di terrorismo che abbiamo visto in questi anni. Mi sono per un attimostaccato, ma non so con quali risultati, dalla prospettiva occidentale della consumata dicotomia buono/cattivo, giusto/sbagliato. Ho cercato di non mettere dentro giudizi di merito, di valore etico o morale e ho cercato di far parlare un Kamikaze, dal suo punto di vista. A sua volta anche lui, credo, abbia parlato di sé senza orgoglio o autocommiserazione. Il gioco delle prospettive potrebbe aiutarci a leggere in maniera relativa il mondo intero, abbandonando auto-centrismi culturali o determinismi etici che spesso risultano dannosi. 

Bologna A.D. 2012 racconta una Bologna un po’ diversa da quella cantata ad esempio da Francesco Guccini, cosa ha significato per te vivere in quella città? 
Di Bologna non potrò mai parlare al passato. Bologna per me rimane una città da cui non sono andato via. Mi piace pensare di essere venuto in Salento e non andato via da Bologna. Come in ogni grande amore ci si ferisce, ci si ama, poi ci si incazza di nuovo e così via. Se non ci fossero queste fisiologiche tensioni probabilmente non sarebbe amore, ma sarebbe un sopportarsi. Ecco, io Bologna non l’ho dovuta sopportare ma l’ho vissuta in maniera sempre attiva, consapevole. Solo che, quando ci si saluta, quando si decide una separazione non è sempre colpa dell’uno o dell’altra. Spesso si dice “eravamo diversi”. Ed è questo quello che è successo con Bologna: ad un certo punto ci siamo accorti che eravamo diversi, e non c’era verso di tentare forzature perché avremmo snaturato tutto il vissuto precedente. Guccini parla di una Bologna che io ho solo conosciuto dai vecchietti al bar e questo mi addolora, mi carica di una nostalgia paradossale, cioè di una nostalgia per un qualcosa che io non ho mai realmente vissuto. Per quel che riguarda la mia Bologna A.D. 2012 … non credo ci sia altro da aggiungere, è tutto fin troppo esplicito, ahimè! 

Nella tua carriera hai incrociato il tango per lo spettacolo “Incanti di Tango”, come nasce il brano “Tango”? C’è un legame tra queste due esperienze? 
“Incanti di Tango” fu uno spettacolo a metà strada tra un lavoro di tango ed un lavoro sul tango. C’era recitazione, flussi di coscienza di un uomo contemporaneo alle prese con se stesso, c’era musica, da Gardel a Guccini. Un’esperienza realizzata tra il 2008 ed il 2009. La canzone Tango invece è un pezzo del 2001. Avevo vent’anni e vivevo con estrema tensione il rapporto con le parole, ma non solo la parole che usiamo per cantare o per scrivere racconti: anche le parole che si dicono, che si pensano o che non si dicono o che ci vengono dette. A distanza di 12 anni quella tensione è rimasta, sicuramente ridimensionata, ma ancora qui. Ed è per questo che ho riproposto il brano prendendo a prestito la voce di Pierpaolo Pasolini. 

“Il Mio Compleanno” è uno dei vertici del disco, una piccola sceneggiatura in musica, come nasce questo brano? 
Nasce da una storia vera. Pochi giorni dopo il mio compleanno nel 2012 ebbi in regalo un angelo. Un angelo che, come in ogni storia magica, decide di partire senza salutarmi e senza preavviso. Quella vicenda fa scaturire una serie di riflessioni importanti, almeno per me e mi fa giungere alla consapevolezza dei miei bisogni. Credo che eventi del genere ci mettano davanti alla consapevolezza che la semplicità è un approdo che necessariamente implica un percorso di complessità. Detesto il termine e la posizione dell’accontentarsi, e lungi da me dal sostenere qualcosa di simile. Penso però che la complessità di un percorso sia giustificabile solo se la meta è rappresentata da un approdo essenziale, in cui ci sia l’uomo. E non tutta la serie di sovrastrutture e fronzoli ideologici vuoti che spesso si porta appresso. 

Quali sono i tuoi prossimi progetti futuri? 
Lo scorso mese ho registrato dei brani nuovi (con i miei amici musicisti Morris e Francesco Pellizzari alla batteria ed alla chitarra, Stefano Rielli al contrabbasso ed Emanuele Coluccia ai fiati), assecondando la semplice voglia e necessità di farlo. Un altro brano registrato pochi giorni fa presto sarà on line con un videoclip molto essenziale (appunto!) e rappresenta una collaborazione con un chitarrista salentino molto bravo, Raf Qu. A dicembre partirà un tour di “Amore e Marchette” che toccherà Milano, Bologna, Torino e Genova. A gennaio stiamo preparando un live in teatro con numerosi ospiti ma di questo so ancora poco! Per il resto il mio progetto di vita (musicalmente parlando!) è lineare: voglio essere ancora curioso ed affamato di racconti, voglio sentirli, inventarli, raccontarli e portarli in giro (ovunque?!) con la mia chitarra ed i miei amici musicisti. Poi quello che costruiremo sicuramente sarà abbellito dalle numerose sorprese che i miei angeli mi faranno!



Massimo Donno – Amore e Marchette (Ululati/Lupo Editore, 2013) 
Non capita spesso di ascoltare dischi che, sin dalle primissime note, colpiscano ed affascinino sin da subito, instillandoti la voglia di passare al brano successivo per capire quale altra sorpresa ci riserva l’autore. Questo 2013 ci ha regalato in tal senso diversi dischi che hanno catturato la nostra attenzione, uno di questi è certamente “Amore e Marchette”, album di debutto di Massimo Donno, giovane cantautore salentino di belle speranze, che vanta un interessante percorso artistico speso tra l’Allegra Brigata Bodhran, esperienze letterarie ed artistiche diversificate, e soprattutto una intensa attività dal vivo, che lo ha portato ad esibirsi un po’ in tutta Italia, dapprima presentando alcuni spettacoli dedicati alle canzoni di Fabrizio De André e poi pian piano esibendosi con le sue canzoni. Onore al merito, dunque, a Lupo Editore che ha creduto nel suo talento, ma onore al merito anche a Massimo Donno, il quale ha messo in fila undici brani da cui traspare un songwriting onesto, genuino, e non privo di originalità. Al suo fianco in questa sua opera prima, Massimo Donno è affiancato da un gruppo di eccellenti musicisti salentini, in cui spiccano Gianluca Milanese (flauto), Francesco Del Prete (violino), Emanuele Coluccia (sax e tromba), Giuseppe Spedicato (basso) e Valerio Daniele (chitarre), che ne ha curato le registrazioni e il mixaggio. Il disco si apre con l’eccellente title-track, un brano programmatico in cui Donno ci parla della dura vita del cantautore, con la complicità di Maurizio Geri, che impreziosisce la linea melodica con la sua chitarra manuche. Durante l’ascolto scopriamo come il cantautore salentino si racconti con sincerità nei suoi brani, e senza bisogno di filtri stilistici o poetici, mette in fila brani come “Il Bianco E Il Nero” cantata in duetto con Nilza Costa, e la pungente “La Colpa” in cui fa capolino l’arpa celtica di Guido Sodo. Il disco riserva però altre belle sorprese come la poetica ballata “Piccola Storia”, o l’introspettiva riflessione sull’amore de “Le Vetrine” fino a toccare “Bologna A.D. 2012”, che a buon diritto meriterebbe un posto in un antologia di brani che descrivono il capoluogo emiliano. Per trovare però il vertice del disco è necessario arrivare alla fine con la cinematografica “Il Mio Compleanno”, in cui spiccano ai controcanti le voci di Emanuela Gabrieli e Alessia Tondo nonché i fiati di Emanuele Coluccia, e che ad un primo ascolto evoca la poesia visionaria di un altro capolavoro della canzone italiana ovvero “Cercando Un Altro Egitto” di Francesco De Gregori. Nel suo raccontarsi ora a cuore aperto ora ironico e riflessivo, Massimo Donno con “Amore e Marchette” ha messo una prima pietra importante per la sua carriera, segnalandosi come un cantautore senza dubbio interessante e dal grande potenziale.


Gianmaria Bruni
con la collaborazione di P.