Bob Dylan, Teatro Degli Arcimboldi, Milano, 2-4 Novembre 2013

Un Furente E Maestoso Testamento Spirituale 

“Giacobbe rimase solo, e un uomo lottò contro di lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo percosse nell’articolazione del femore; e l’articolazione del femore di Giacobbe si lussò, mentre egli continuava a lottare con lui”. (Genesi, 32, 25-26) 

Bob Dylan è tornato Bob Dylan. Dopo tanti concerti, dopo l’inarrestabile ricerca del neverending tour, nel corso del quale abbiamo tante volte assistito in diretta alla sua lotta terribile con l’angelo o con la sua controparte oscura, è tornato. Il suo corpo oggi è tutto segno di questa lotta, nel suo incedere sghembo e irregolare; anche la chitarra gli è stata tolta. Malgrado ciò, è il Dylan che avremmo sempre voluto ascoltare: il Dylan che urla al demonio “Bastardo! Perché dovrei rispettarti?” (You bastard! I’m supposed to respect you!) nella furente Pay in blood. Dylan scandisce i suoi testi con forza e precisione che ritenevamo depositate in fulgide memorie di un passato ormai tanto lontano, con una voce ritrovata, che contiene tutte le sue voci di un tempo.
Il palco è popolato di tutti i Dylan esistiti prima: la sua silhouette in controluce, senza il cappello che lo ha accompagnato negli ultimi anni, ha fatto sobbalzare tanti, che hanno rivisto the ghost of electricity del tour del ‘66; l’intimo esame di coscienza di una ritrovata What good am I? ci ha riportati ad Oh Mercy o, meglio, ai concerti “religiosi” del ’79-’81; Highwater, cupa e profetica, conteneva in sé Ballad of Hollis Brown e così via. Tutti hanno ritrovato il loro Dylan nel Dylan di oggi, che è un uomo di settantadue anni che, a differenza di tutti gli altri venerati maestri della canzone, costruisce in realtà tutto il concerto attorno al suo ultimo album, Tempest. Dylan rifugge dall’effetto nostalgia, perché non ne ha bisogno; è talmente forte, luminoso e autocosciente il suo presente, da includere tutte le sue precedenti incarnazioni artistiche. “È passato tanto, tanto tempo / da quando ci amavamo e i nostri cuori erano sinceri” (It’s been such a long, long time / Since we loved each other and our hearts were true): con queste parole si apre Long and wasted years, canzone sulla quale Dylan chiude il suo concerto e la rivolge a se stesso e a noi, al suo pubblico, in una rinnovata comunicazione, in un ritrovato sentire comune.
Propone la canzone in una veste che mette talmente a fuoco l’arrangiamento abbozzato su Tempest, al punto da far apparire la versione incisa su disco come un demo per la versione definitiva, che è quella che propone ora, in concerto: niente tergiversare interlocutorio prima dell’inizio, ma due accordi scanditi come due pugni, poi le scale della chitarra elettrica di Charlie Sexton e non c’è più un momento di respiro, fino alla fine. Tutti sapevano di ascoltare la nuova Idiot wind o (perché non osare dirlo?) la nuova Like a rolling stone. Non mi sto lasciando andare a facili entusiasmi, amici. Questa è l’aria che si respirava ai concerti. Ho assistito personalmente alla prima e alla terza delle tre serate al Teatro degli Arcimboldi di Milano; è stata la prima volta che Dylan ha suonato in un teatro in Italia, per strano che possa sembrare. E il concerto, costruito in maniera molto teatrale, in teatro si è naturalmente valorizzato: due tempi, scaletta quasi fissa (a breve tornerò sul quasi, perché è importante), studiati movimenti scenici e regia luci attentamente stabilita. Sono tutte importanti novità per un concerto di Bob Dylan, di solito caratterizzato da maggiore, e voluta, improvvisazione, per non dire approssimazione.
La regia raffinata ha evidenziato lo stato di grazia di Bob Dylan e della sua band, senza castrare tuttavia in toto, la voglia di improvvisare di Dylan, che ha suonato il pianoforte in una buona metà dei brani, proponendo code e break strumentali che hanno sfiorato talora il caos, ma altre volte, con dolci e insistenti trame melodiche, ricordavano il suono di un carillon suonato dalle dita di un vecchio con il cuore di un bambino. Quando non suonava il pianoforte, Dylan, evocativamente illuminato, stava a centro palco, suonando talora la sua armonica, talora solo cantando, valorizzava con una mimica corporea ora tragica, ora grottesca i suoi testi. I musicisti, potendo disporre di una scaletta quasi certa (poi, ripeto, tornerò sul quasi), su ruoli meglio definiti (ad esempio: Kimball quasi sempre all’acustica e Sexton all’elettrica) e su arrangiamenti solidamente costruiti, hanno finalmente espresso appieno le loro potenzialità: Garnier (con Dylan dall’89) e Recile, potente e fine sezione ritmica; Herron, prezioso polistrumentista (Lap e pedal steel, banjo e violino). Prima dicevo quasi, perché Dylan ha cambiato solo un brano, collocato nel secondo tempo del concerto, al terzo posto per ognuna delle tre serate, ma le tre variazioni sono state: la prima sera Desolation row; la seconda Visions of Johanna; la terza A hard rain’s a-gonna fall. Le tre canzoni-manifesto del Dylan degli anni sessanta, proposte in versioni maestose, che mantenevano intatto e ancora una volta non rivelato tutto il loro mistero. 
Tanti dicono che Bob Dylan voglia registrare questo spettacolo per un CD o un DVD, o amano credere che sia così, me incluso. Sarebbe una testimonianza necessaria: questo concerto è il suo testamento spirituale. Dylan è tornato, amici, per dirci che il mondo in cui viviamo è duro (It’s tough out there, Highwater), è un mondo schiavista dove “Lo zio Tom lavora ancora per lo zio Bill” (Scarlet Town), e che se un tempo bussava a una porta ora la porta è chiusa o forse non c’è mai stata (Forgetful heart). Il suo linguaggio è duro è affilato come non mai. Dylan è tornato. Lo ascoltavo ripetere, accanto alle sue nuove, furenti canzoni, assorto come in preghiera, anche le sue domande usuali (Quante morti serviranno perché un uomo capisca / che troppa gente è morta?), così poco retoriche nella loro retorica, perché così vere nella sua voce e nel suo cuore e, in fondo, amici, mai state retoriche, checché se ne dica, perché chiamano le cose con il loro nome. 

Michele Gazich