Festival del Canto Spontaneo - VI Edizione 4, 5, 6 Ottobre 2013

La processione del 6 ottobre
È ottobre il mese in cui si svolge il Festival del Canto Spontaneo, una manifestazione nata dalla collaborazione tra Giovanni Floreani, Presidente dell’Associazione Furclap di Udine e Novella del Fabbro, anima del Trio di Givijano e studiosa della tradizione popolare liturgica dell’Alto Friuli. La sesta edizione porta il sottotitolo Verso il silenzio che suggerisce la necessità di un momento di riflessione, per calibrare la direzione da intraprendere. Un silenzio che diventa, nella declinazione delle giornate, tema da indagare nelle varie forme di espressione che il festival raccoglie. Dalle giornate di studio e di approfondimento musicologico ai concerti e alle performance multimediali, in dialogo tra tradizione e contemporaneità. Da qualche anno il festival sperimenta la formula dell’anteprima, con eventi e concerti che anticipano di qualche mese la tre giorni in Friuli. Di vera e propria apertura, invece, per l’edizione 2013, si è parlato per l’evento che ha coinvolto, il 26 marzo scorso, l’Onoranda Compagnia di Cercivento in un concerto al Museo Etnografico del Friuli a Udine. Nel mese di giugno il secondo appuntamento, con i Cantori di Viganella (Verbania) ospiti del locale Fogolar Furlan a Roma. Venezia, il suo declino e la possibile rinascita, al centro della performance multimediale dal titolo “I suoni di Venezia” andata in scena venerdì 4 ottobre al Teatro Kolbe di Mestre, con le immagini di Marian Mentrup, i testi di Alberto Madricardo e le musiche di Tony Pagliuca, Giovanni Floreani e Predrag Matiç. 
La croce di Lorena
Itinerante per sua stessa concezione, la sesta edizione è proseguita con una staffetta tra due musei del Friuli Venezia Giulia, il Museo Etnografico di Udine e il Museo della Civiltà Contadina di Farra d’Isonzo, dove, nella giornata di sabato 5 ottobre, si sono approfondite le tematiche del silenzio e del canto liturgico con gli interventi di Magda Minotti e Stefania Colafrancheschi (Udine) e di Pier Franco Midali e David di Pauli Paulovich (Farra). È stata la croce di Lorena, con due o tre bracci trasversali, il simbolo della giornata conclusiva. Una croce di nocciolo, che serviva a proteggere le colture e che veniva realizzata in Carnia durante le processioni rogazionali del giorno di San Marco fino agli anni ’60. Tradizione che Novella del Fabbro ha voluto recuperare per la processione di domenica 6 ottobre. Ad accogliere i convenuti, la cantoria maschile friulana dell’Onoranda Compagnia dei Cantori di Cercivento, protagonista della processione e della liturgia in chiesa. A Celestino Vezzi, esperto ricercatore e componente dell’Onoranda Compagnia, il compito di aprire il pomeriggio di concerti, seguito dalle voci di un gruppo di canterine di Casaso, nella Val d’Incarojo in Carnia, dal poetico nome di Las Puemas di une voote (le giovani di una volta), con decana Ines di Gleria, classe 1925. A chiusura del festival la voce di Barbara Zanoni e la chitarra di Predrag Mariç, per una suggestione contemporanea dal profilo sacrale. Il Silenzio. È questo il tema portante della manifestazione. 
Liliana Craighero de Las Puemas di une Voote
Un silenzio articolato in molti modi, tema a cui ogni partecipante ha dovuto riferirsi nella scelta degli argomenti. Silenzio segna l’inizio del festival, quando lo si dedica alle vittime e ai dispersi di Lampedusa. Silenzio è, nelle parole dell’organizzatore, Giovanni Floreani, la non appartenenza, nella vita di migranti che fuggono da un luogo a cui non si sentono più di appartenere per arrivare ad un paese che non li vuole accogliere. Ma non ha un’accezione negativa, anzi. Riferendosi alla tradizione del canto spontaneo, Floreani ha raccontato di come, nelle rogazioni processionali, la salita condizioni gradualmente la voce, il respiro e di quale precisione naturale ci sia nel far coincidere il passo con il canto. Il silenzio, quindi, come una necessità fisica dentro una dimensione sacrale. In un’ottica di universalità che ribalta completamente in positivo la non appartenenza, concedendoci l’essere nel tutto. Umano il silenzio per Magda Minotti, la studiosa di cultura popolare che ha dato una lettura del tema analizzando i proverbi della tradizione friulana raccolti da Valentino Osterman alla fine dell’800 (Ogni mat al par savi cuant che al tas/cidin tant che une spie/cidin tant che un mardar (che significa quando non dice niente, non è il pazzo dal savio differente) considerandolo, al pari della postura, dello sguardo, della mimica facciale o dei movimenti del corpo una delle voci di ognuno di noi). Rimanda ad un canto friulano, per Stefania Colafranceschi. Il suo contributo ha messo in luce la preziosità del canto Lusive la lune per le sue ascendenze testuali che rimandano ad un passo del vangelo apocrifo relativo alla notte della nascita definito la pagina più bella della letteratura apocrifa. A cantarlo per i presenti, la splendida voce di Marisa Scuntaro, ricercatrice sul campo cui dobbiamo la salvezza di molti canti popolari friulani. Ed è silenzio come timore dell’oblio per Pier Franco Midali, il referente dei Cantori di Viganella (Verbania) che in un intervento pieno di entusiasmo e d’indignazione ha raccontato di questa rara cantoria maschile, a rischio di estinzione, vista l’età media dei suoi cantori, che oscilla tra i 75 e gli 85 anni. È come il suo specchio, Pier Franco Midali. 
Las Puemas di une Voote
Da sindaco, nell’estate del 1999, ebbe l’idea di dotare il suo paese, Viganella, carente di luce solare diretta da novembre a febbraio di uno specchio solare di 40 metri quadri che possa tenere iscritto il diametro del sole e che, ruotando secondo il movimento della terra intorno al sole, possa proiettare i raggi solari sulla piazza della chiesa. Una sfida alla natura che ha suscitato grande interesse mediatico e che fa ben sperare quando lo si ascolta raccontare di come intende salvare la tradizione liturgica attraverso la trascrizione delle melodie. Un’inversione di tendenza rispetto ai nostri padri, dice, ma unica speranza per un canto solenne e semplice insieme. La conclusione cita la voce: “fino a che hai un filo di respiro è tuo dovere cantare e lo devi saper trasmettere fino in fondo”. Silenzio come responsabilità, quella della Chiesa che con il Sacrosantorium Concilium del Concilio Vaticano II ha interdetto l’uso del latino nella liturgia cantata. E’ David de Pauli Paulovich a riflettere su questo tema, durante il suo approfondimento dedicato al canto patriarchino aquileiense. Una tradizione musicale che affonda le sue radici nel territorio che va dalle isole della Dalmazia, al Quarnero, in Istria, nel Friuli, Veneto e Cadore. Un canto trasversale dell’Adriatico orientale, una koinè, una lingua sacra unitaria che è rarissimo esempio di tradizione musicale vivente. Ed ancora silenzio spezzato dalle vibrazioni di una campana, quella di Buie, in Istria, paese d’origine del chitarrista croato Predrag Mariç. In un brano, dal titolo Campanile, c’è tutta la dimensione possibile del silenzio di chi è nato in un paese. “il vero silenzio è dei paesi, la gente di città non ascolta le stelle”. 
Las Puemas di une Voote
C’è il silenzio che induce al sonno nella ninna nanna di Barbara Zanoni in dialetto romagnolo, raccolta negli anni ’60 a pochi chilometri da casa sua da Tullia Magrini e successivamente pubblicata in un disco Albatros. E’ una ninna nanna che contiene elementi sincretici che pescano nel paganesimo come nella cristianità, che si spegne con dei non sense che hanno la qualità dei pensieri prima del sonno (i manzi vanno alla guerra con il fucile e il coltello/coltello e coltelletti per tagliare la coda ai sorcetti) per poi rimanere solo semplice suono di labbra. Ed il silenzio si inserisce nei passi cantati della liturgia della processione verso la chiesa di Givigliana per poi smettere di essere tema e diventare musica e ballo nell’osteria, al primo fuoco dell’autunno, e canto improvvisato a braccio, lungo le strade del piccolo paesino d’alta montagna di Givigliana. E già si pensa al prossimo Festival del Canto Spontaneo.






Orietta Fossati
Foto di Luca D'Agostino