Sandro Joyeux – Sandro Joyeux (Mr. Few, 2012)

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Sotto i riflettori un musicista-autore ed interprete non allineato. Si chiama Sandro Joyeux, pronunciato con l’accento sulla o, alla francese, visto che nasce a Parigi (1978), come Alexandre Joyeux Paganini, da padre italiano e madre francese. Studi di conservatorio, cui segue la vita da girovago per vocazione, un Sud cercato tra Napoli, il Marocco ma soprattutto l’Africa sub-sahariana, verso cui drizza le antenne e che frequenta a lungo, imparando lingue, dialetti e stili musicali. Lo scorso anno ha promosso l’Anti-schiavi Tour, girando l’Italia dal cuneese alle campagne di Rosarno, passando per i ghetti dell’agro campano e per le terre di Capitanata, denunciando con chitarra e voce la condizione di sfruttamento dei braccianti migranti, cui ha spesso ceduto la parola sul palco. Registrato tra Italia e Francia, il suo primo album, venduto ai concerti e in digitale, è stato pubblicato dalla Mr Few (www.mrfew.com) di Giuliano Miniati e Mauro Romano. Un dischetto che è brezza vitale ed effervescente che trasporta ottima musica, fra tanti artisti che si prendono troppo sul serio e per i quali si mettono in fila parole roboanti. Mélange di ritmi afro e folk, timbro vocale velato, immancabili echi di chansonnier, con la chitarra combinata amabilmente con cordofoni e percussioni. 
Più di una dozzina i musicisti, tra italiani ed africani, che suonano con Sandrò, tra di loro le chitarre di Simon Demouveaux, la voce di Ilaria Graziano in “Sunu societè”, Antonio Ragosta alla chitarra portoghese (“Kingston” e “Sunu Societè”), Daniele Sepe, che soffia nel sax in “Zombie” di Fela Kuti (poteva essere diversamente?), Madya Diebaté (kora) e Moussa Baba Traore (percussioni). Disco in undici tracce, che racconta l’Africa contemporanea con gli occhi di un musicista viaggiatore. “Niomiyiran”, letteralmente significa: “La ragazzina che vende ciambelle”, è una sorta incipit, tracce di memoria di vita a Bamako, costruite su arpeggi di chitarra, che riecheggiano una cristallina kora malinke. Vibrante il classico “Ancien Combattant”: sinistra coincidenza, è stato registrato a Napoli, negli stessi giorni dell’insorgere del conflitto in Mali. Liriche imperniate sui ricordi di un veterano di guerre africane (“Quando verrà la guerra tutto il mondo avrà fame / Quando verrà la guerra tutto il mondo sarà cadavere”), è l’adattamento del congolese Zao di una composizione di vent’anni prima, attribuita al maliano Idrissa Soumaoro. 
Si alimenta di ritmi in levare di sapore caraibico (Joyeux ha pure un passato in una reggae band) la gustosa “Kingston”, nella quale Sandro canta: “Sarei potuto nascere a Kingston e crescere coi rude boys di Trenchtown/ Sarei potuto nascere a Bogota e a cinque anni sniffare la colla e a poi dieci la coca/ Sarei potuto nascere in un altro luogo in una bidonville o in una medina in un campo vago o in un kasbah in una carovana o in una favela/ Sarei potuto nascere nelle Filippine e le scarpe che porti uscirebbero della mia fabbrica/ […]Bambino minatore in una provincia della Cina / Bambino soldato in Liberia […] / Ma io volevo crescere in Italia il paese della pizza e di Berlussolini / Io volevo crescere in Italia il paese della mafia e degli gnocchi/ Volevo crescere in Italia le verdi colline toscane dove mio padre nacque / Volevo crescere in Italia il paese della vespa e di Paganini /Sarei potuto nascere a Bamako e suonare nei soumous con mio padre griot / Sarei potuto nascere a Caracas e mi si troverebbe all’angolo d’una via a suonare i congas / A Marrakesh o a Darbeida incantatore di serpenti in piazza Jemaa El Fna […]”. 
Sentitissimo il tributo all’arte di Boubacar Traoré, artista immenso che Sandro ha visitato a casa sua in Mali, e la cui frequentazione ha inciso vivamente sulla vita dell’autore italo-francese. Di “Kar Kar” Tourè, Joyeux riprende la magnifica “Mariama” e “Sa golo”. Sempre di provenienza maliana è il tradizionale “Kémé Bourama”, illuminato dalla kora di Madya Diebaté: è l’elogio di Samory Touré, oppositore alla conquista coloniale francese. “Premier gaou”, ascoltata a Parigi per caso, è una satira della società ivoriana, poi si va in Senegal con "Sunu societé”, inno celebrativo dell’indipendenza del paese nel 1960, appreso da studenti senegalesi in un caffè di Lille. Poteva poi mancare l’omaggio ad un combattente come il Black President nigeriano (“Zombie”)? Ritmo pulsante, chitarra acustica, basso e percussioni in “Sur les rives“, dove canta “[…] Venite! Di magia e di musica ci abbeveriamo /Venite a vedere! è tutto vicino a voi/ Venite! Avvicinatevi! Non vi mangeremo / Venite a sedervi con noi. /Non abbiamo bisogno di soldi per suonare e cantare sotto la Luna./ Lasciare da parte gli squali del business, della corsa al denaro/ Vogliamo solo dare un po’ di festa alle nostre città senza vita /Condividere un po’ di Storia, anche se solo per una sera […]”. Tocchi scabri di chitarra e ritmo incalzante su una melodia leggera che vaga nel Mediterraneo in “Voleurs de vie”, apice del disco di questo menestrello degli ultimi. Sandro canta ancora in francese: ”Ma che direbbe il loro Cristo (e altri profeti) / Se vedessero la lista troppo lunga, dei loro figli, dei loro bambini /Impunemente massacrati in loro nome, ai quattro angoli del tempo?”. 


Ciro De Rosa