L’Arezzo Plurale dell’Orchestra Multietnica Di Arezzo

Enrico Fink, direttore dell’Orchestra Multietnica di Arezzo, racconta il nuovo disco, “Portosantagostino”. 

È iniziato oltre dieci anni fa, con la creazione della romana Orchestra di Piazza Vittorio, il fenomeno delle cosiddette orchestre multietniche, sbocciate come azione cultuale e politica al contempo, segno delle ibridazioni contemporanee, ma anche risposta alla promulgazione della legge Bossi-Fini sull’immigrazione in Italia, nella fase storica in cui le pratiche multiculturali iniziavano ad essere messe in discussione nella “Fortezza Europa”. Qualcuno le ha definite una moda – nemmeno fossero migliaia – in ogni caso rappresentano, in un certo senso, una particolare tendenza italiana, laddove nel resto d’Europa, si tende con ogni probabilità – stante le eccezioni – a non ricorrere a tale categorizzazione nell’autorappresentarsi. Insomma, sono specchio musicale transculturale, ma forse anche esito di un certo provincialismo italico, del ritardo con cui il senso comune e il discorso mediatico si confrontano con categorie ambigue come etnie, nazione, nazionalità, identità, usate quasi sempre con molta superficialità. Non da ultimo, rappresentano una nicchia di gusto musicale nell’arena dell’industria dello spettacolo. Radicati nelle principali città metropolitane del Belpaese, gli ensemble germogliano anche in cittadine meno popolose: è il caso dell’OMA, acronimo di Orchestra Multietnica di Arezzo, nata come Orchestra Popolare Multietnica, diretta nella primo anno di esistenza dai musicisti Jamal Ouassini ed Enrico Fink, un marocchino di religione musulmana e un italiano di fede ebraica, per voler rientrare nelle categorizzazioni etnico-culturali-confessionali. 
Oggi questo ensemble, che è fiorito inizialmente anche per forte volontà dell’amministrazione locale e che si configura come laboratorio permanente, ha nel compositore fiorentino il suo responsabile. «Questa è un'orchestra molto, ma molto atipica», ci spiega Fink (direzione, voce e flauto). «A volte ci identifichiamo più con una banda di paese, una filarmonica degli anni 2000: la colonna sonora di una città multiculturale, piena di storie diverse da raccontare, di suoni, di sapori. Un organismo caotico forse, ma sempre pieno di energia e di entusiasmo, di desiderio di fare festa insieme e di raccontarsi, un raccontarsi che è un po' in realtà fare da specchio a un mondo, quello di Arezzo come di tutte le città italiane, contagiato da mille colori differenti». Un ensemble nato da un’officina musicale, ma poi radicatasi…. «L'OMA è nata come esperienza di laboratorio, ma è rapidamente diventata un gruppo, o se vogliamo un laboratorio permanente. Solo che a imparare siamo tutti quanti, e tutti quanti portano esperienze e pezzi di storia che poi diventano patrimonio comune. Il gruppo è aperto, questa è una delle sue caratteristiche principali: è uno spazio, un luogo dove incontrarsi e costruire qualcosa insieme. Un aneddoto per chiarire: ricordo bene una volta, provavamo ed era estate, le finestre aperte: a un tratto un ragazzo nigeriano si è fermato ad ascoltare. Finito il pezzo, in qualche lingua ci siamo intesi: lui suonava la tromba, in Nigeria; e gli sarebbe piaciuto suonare con noi ma non aveva lo strumento. Detto fatto, gli trovammo una tromba e dalla prova successiva, per parecchio tempo, Patrick è stato a suonare con noi, dentro una sezione ottoni fatta per lo più di giovani ragazzi usciti dal liceo musicale». 
Del 2009 è il CD/DVD “Animameticcia" (Maxresearch / Officine della Cultura, distribuito da Materiali Sonori), cui sono seguite le collaborazioni con Cisco e, soprattutto, con Raiz, senza dimenticare il Premio Suoni di Confine 2010 assegnato dal MEI. Dei mesi scorsi l’incontro con Erriquez e Finaz di Bandabardò e lo spettacolo teatrale “Credoinunsolodio” con Amanda Sandrelli. Intitolato “Portosantagostino” (Officine della Cultura, distribuzione Materiali Sonori), il secondo lavoro dell’OMA, vede un organico di circa 31 “scaricatori” provenienti da Italia, Albania, Palestina, Libano, Albania, Argentina, Colombia, Bangladesh, Messico, Svizzera, India, Tunisia. Il disco è stato prodotto da Luca Roccia Baldini. Ascoltiamo ancora Fink: «Sant'Agostino è una delle piazze centrali d'Arezzo, uno dei primi luoghi dove abbiamo suonato, un po' il cuore della città per quanto ci riguarda, con la chiesa, la piazza dei grandi eventi cittadini ma anche con lo storico circolo Arci, l'Aurora. E ce lo siamo immaginato come un porto, il porto d'attracco delle tante navi che sono i percorsi che hanno portato tante persone con storie lontane a vivere ad Arezzo». Ecco spiegato il titolo del disco, che è il risultato di anni di lavoro comune, un lavoro più meditato sia sul piano della composizione sia sotto il profilo sonoro. Aggiunge il direttore: «Il primo disco fu registrato in pochi giorni e con tecnica da orchestra classica, senza sovraincisioni, con pochi ottimi microfoni posizionati strategicamente e molte riprese fra cui scegliere. Qui invece abbiamo lavorato in studio, una sezione alla volta, pianificando il lavoro, cercando di unire la pulizia tecnica all'energia musicale, cosa non sempre facile». 
L’album contiene dodici brani che cercano di rappresentare al meglio le diverse identità che compongono il panorama dell'OMA: «Musica sempre frutto di mescolanza e inventiva, ma che rispecchia le nostre diverse origini. Musica di provenienza albanese, bengalese, andalusa, egiziana, ebraica, rumena: e in generale, la musica che amiamo suonare, e con cui amiamo divertirci e far divertire il nostro pubblico», chiarisce Enrico. Il programma, che si fa forte dei diversi colori strumentali, sintetizzati nella partitura orchestrale, è aperto da due brani di tradizione klezmer (“Good Morning”, “Ydishe Honga”) cara a Fink, per proseguire con un brano albanese, “Ah Pranvera”, scritta dal popolare cantante squiptaro Bujar Qamili. Dalla tradizione arabo-andalusa, arriva la celebre “Lamma Bada Yatahanna”, mentre con “Lulu Bore” si ritorna oltre l’Adriatico nel paese delle aquile. È un invito alla danza “Klezmers Freylech”, di tradizione askhenazita. “Telaat Ya Mahla Nourha” e “CHaira Gelam Matir Prithibi” provengono dal repertorio di due giganti, rispettivamente l’egiziano Sayed Darwish e l’indiano bengalese Salil Chowdhury. Fink è l’autore di una vivace “Hora”, e arrangiatore di una sirba romena e di un brano di tradizione hassidica “Der Dibuk Nign”. C’è spazio anche per la fiaba “Quando il pesciolino e lo squalo s’incontrarono per la prima volta” (recitata da Samuele Boncompagni), prima del conclusivo tradizionale russo “Tumbalalaika”. 
Come si costruiscono le partiture di un organico così complesso e composito, dove percussioni, corde, archi popolari si fondono con fiati, ance, ottoni, fisarmonica, harmonium e voci? «L'OMA è un'orchestra atipica, e atipici devono per forza essere gli arrangiamenti. Si comincia con l'impalcatura, che è la struttura ritmica – cerco sempre di mescolare un po' le carte, sommando ritmi diversi, spostando più o meno percettibilmente gli accenti rispetto al brano “originale”, quando ce n’è uno – confidando che poi la sezione ritmica con Massimiliano a guidare i percussionisti e Luca a coordinare tutto l'andamento saprà trovare il modo giusto per sostenere il tutto. Poi cerco di portare questa idea di “spostamento” anche sul piano armonico, sulle tessiture, magari – se, ad esempio, sto lavorando su un brano molto “modale”, come nel disco sono “Lamma Bada” o “Telaat” – accostando a parti in cui l'armonia è del tutto statica, costruita su poco più che un accordo, parti in cui invece fiorisce e si trasforma, rendendosi d'un tratto complessa. Come a sottolineare ciò che è tradizione e ciò che è creatività, a lasciare evidente il segno della mano contemporanea sul colore antico dell'affresco. Il tutto, sempre partendo inevitabilmente dalla consapevolezza dell'organico, del materiale umano che ho a disposizione per i prossimi concerti: una sezione che so aver bisogno di stimoli maggiori e parti più complesse, una che è meglio lasciar riposare e restare in sottofondo, Massimo che ha comprato uno strumento nuovo in Turchia, Irina che questo tema lo farebbe benissimo con la fisarmonica...». 
Una delle obiezioni sollevate in passato è che molte orchestre hanno assunto la fisionomia artistica del loro leader o fondatore (nella quasi totalità un italiano di nascita): quanto la OMA è un'entità collettiva, e quanto un ensemble che risente della cifra artistica del direttore? «Come ti dicevo parlando degli arrangiamenti, si parte sempre da chi siamo, da chi suonerà, non costruisco prima la musica e poi cerco il musicista, ma penso sempre a quella persona, quell'individuo che dovrà suonare quella parte. Quindi il collettivo determina decisamente il risultato: ma non lo determina certo univocamente, e credo di aver messo molto del mio in quello che l'OMA è diventata. Esiste, anche se non è definito ufficialmente da alcuna parte, una sorta di “collettivo OMA”, fatto dai musicisti che ormai da anni sono parte del gruppo, e che ha caratterizzato e dato forma, idee, sapore a questa orchestra che non è certo in alcun modo un “mio” prodotto ma il risultato di molte esperienze, fatiche, idee e proposte». Dal vivo, che spazio ha l'improvvisazione? «Dalla semplice constatazione che ogni nostro concerto è diverso dal precedente, si potrebbe pensare che ne abbia parecchio, di spazio, in realtà è abbastanza contenuto, ma adeguato per i nostri musicisti improvvisatori che vogliono esprimersi liberamente. Ma raramente costruisco partiture che siano semplici strutture vuote da riempire con l'improvvisazione del solista: preferisco lavori organici, voci che si alternano, colori diversi che si sommano uno con l'altro. 
Sempre però prendendo a prestito una caratteristica tipica della musica popolare, ovvero l' “eterofonia”: quasi mai pretendo dall'orchestra un’esecuzione perfetta, millimetrica della partitura – preferisco il colore che nasce dalla sporcatura, dall'ornamentazione libera, dall'articolazione non segnata sulla parte e lasciata alla sensibilità del musicista. Il che, nella musica popolare appunto, costituisce una forma collettiva di improvvisazione, e garantisce quella differenza fra ogni esecuzione a cui mi riferivo prima.» Per finire, Enrico Fink è sempre convinto della definizione di Orchestra Mutietnica? «Ti dirò che forse non lo sono mai stato... La definizione di “multietnica” ci è rimasta addosso dai primi tempi, quando il gruppo era l'espressione di un laboratorio dedicato alla world music. In realtà la sua specificità non è certo “multietnica”, qualunque cosa voglia dire “etnia” nella società contemporanea: siamo anche multi-generazionali, tenendo insieme “ragazzi” dai 15 ai 65 anni; e diversi per ogni caratteristica umana che si possa immaginare. Dico spesso che quello che ci unisce è che tranne due “stranieri” – io che sono fiorentino e Massimiliano Dragoni che è di Spello – siamo tutti aretini: qualcuno da sempre, qualcuno da un paio di generazioni, qualcun altro da ieri pomeriggio. Insomma, non è certo un nome che risenta del dibattito fra multietnicità e multiculturalità, o addirittura fra modelli di integrazione sociali – è solo che dopo un po' ci siamo affezionati al nome, soprattutto a quello vero: che è OMA, anche senza puntini, ormai nostro e non più cambiabile». 


Ciro De Rosa

foto Coleschi dal sito lanazione.it