Il Brasile, Banditaliana, e il Melodramma Ballabile: Intervista con Claudio Carboni

Claudio Carboni è una delle anime di Banditaliana, sassofonista di rango, jazzista eterodosso, impegnatissimo didatta, ricercatore di suoni, senza bisogno di patenti accademiche, raffinato ascoltatore dalla vasta cultura musicale ed acuto osservatore, nonché amabile conversatore. È nato e cresciuto sull’Appennino bolognese, nella cultura delle bande, del liscio e dei balli saltati, poi l’incontro con la musica afro-americana, e con l’universo della musica di tradizione orale e delle musiche del mondo. Innumerevoli progetti musicali lo hanno visto protagonista negli anni, dal già citato sodalizio con Riccardo Tesi e Maurizio Geri al recupero del Liscio più nobile, dal lavoro con i Violini di Santa Vittoria alla direzione di un ensemble di 50 fiati alle prese con pagine di Alvin Curran, dall’incontro con Gabriele Mirabassi alla scena condivisa con le voci femminili piemontesi di Trobairitz D’Oc. Lo scorso anno è stato direttore alla produzione per “Dimensione Musica” al Salone Internazionale del Libro di Torino. Ancora, è direttore tecnico del “Festival Internacional de Musica” di Cartagena in Colombia. Questa intervista, iniziata in una calda serata di luglio a Loano in occasione del Premio Nazionale, dopo il bel concerto danzante dell’ensemble Secondo a Nessuno, tra scambi di suggestioni musicali, di aneddoti, memoria di fascinosi viaggi e racconto di attrazioni faunistiche dell’Appennino, è proseguita attraverso il web e i social network, dati gli impegni internazionali del musicista emiliano. 

Chi sono i numi tutelari di Claudio Carboni? 
I miei riferimenti sono le persone che ho frequentato o ascoltato e mi hanno fortemente influenzato nella mia carriera e nel mio pensiero, in ordine cronologico direi: Germano Montefiori, il più grande sassofonista che ha avuto il mondo del Liscio, Giorgio Baiocco, il mio insegnante, Charlie Parker, Sonny Rollins e Michael Brecker, che dire…, Gabriel Garcia Marquez per aver nutrito la mia fantasia, Enrico Rava per avermi fatto capire ai corsi di perfezionamento di Siena Jazz il concetto di improvvisazione, Riccardo Tesi per aver accolto un “avanzo di balera” e scherzi a parte per avermi aiutato a trovare la mia strada stilistica anche attraverso la rivalutazione della conoscenza del Liscio, Gabriele Mirabassi perché mi sorprende ogni volta che mette aria in quel “piffero” e per i preziosi consigli che da sempre mi regala, Vivaldi, Bach, Mozart, Verdi e Stravinskij per la generosità che hanno avuto nei nostri confronti regalandoci le più belle composizioni di tutti i tempi, Jan Garbarek, Steve Lacy e Stefano “Cocco” Cantini per il suono del sax soprano, Egberto Gismonti perché ribadice il concetto che esiste un futuro per la Musica, Andrea, Ilaria e Samuele per la serenità e la felicità che mi donano, Antonio Miscenà per l’intelligenza esplosiva che mette a disposizione dei suoi collaboratori, Dom Perignon per aver contribuito a rendere così buono lo Champagne… 

Raccontaci il senso di un‘operazione come quella del gruppo “Secondo a Nessuno”. 
Con Andrea Bonacini siamo impegnati da anni nel recupero e nella valorizzazione della musica da ballo emiliano-romagnola, del Liscio com’è comunemente chiamato, venendo da strade diverse ci siamo trovati a lavorare assieme in alcuni progetti di recupero di questa tradizione e, su commissione del festival Biennale del Paesaggio 2008 organizzato dalla Provincia di Reggio Emilia, abbiamo deciso di porre mano alla letteratura musicale di colui che viene definito il creatore principe del fenomeno “liscio”, entrato di diritto a far parte della tradizione e del costume italiani: Secondo Casadei, padre fondatore dell’omonima orchestra. Abbandonate le storiche reticenze e i falsi luoghi comuni su questa tradizione, grazie al prezioso aiuto della Casadei Sonora di Riccarda Casadei, figlia di Secondo, ho messo le mani nell’archivio di famiglia (circa 1200 brani, di cui 1078 incisi) ponendo le basi per questo progetto di recupero. Il complesso a cui si fa riferimento in questa produzione è quello nato nel 1928, che ha rappresentato per l’epoca un’incredibile innovazione per l’orchestra romagnola. Accanto al clarinetto, al violino, al contrabbasso, alla fisarmonica ed alla chitarra, organico della tradizione, viene introdotto un nuovo strumento preso direttamente dalla tradizione swing americana: il saxofono. Anche il repertorio, quindi, risente di questi nuovi balli d’oltre oceano, i foxtrot, i onestep... La necessità di costruire una produzione filologicamente corretta, ma regolata della necessità di non creare un concerto da balera, mi ha portato a pensare l’organico di questa produzione in funzione di un atteggiamento rigoroso verso il passato ma al contempo creativo. 

Chi è il pubblico di “Secondo a Nessuno”? 
Con questo progetto abbiamo girato in tutta Italia e il pubblico che incontriamo normalmente è quello della world music che negli ultimi anni ha “sdoganato” anche il Liscio. Nelle nostre terre ai concerti incontriamo invece anche molti appassionati del genere che ascoltano con piacere e spesso ballano questi ritmi che abbiamo riportato come sonorità ed esecuzione alla loro nascita e abbiamo cercato di arricchire con arrangiamenti più vicini al nostro background, quindi ben lontano dalle sonorità odierne delle balere. Il pubblico riconosce le matrici ed apprezza molto il ritorno agli strumenti acustici ed ai ritmi e alle melodie arcaiche del genere. 

Da “Un ballo liscio” a “Crinali” a “Secondo a nessuno”, scoperta di un repertorio antico e creatività vanno di pari passo. Un equilibrio tra il seguire la tradizione e l’elaborazione. 
Si, io mi sento un musicista di oggi con forti radici nella tradizione e conoscendo abbastanza bene la musica popolare dell’appennino sento il dovere di andare avanti, proprio come si è sempre fatto nei tempi passati, oltretutto io suono il sax, che è arrivato in Italia alla fine dell’800 per cui dovrei rinunciare ad una bella fetta di repertorio popolare in quanto il mio non è uno strumento arcaico in appennino come il violino o il piffero. Non sono un “conservatore”; a volte mi piace usare elementi tradizionali ma sempre con il timone verso il futuro. Tra l’altro non amo chi si presenta come musicista popolare con tanto di abiti contadini ecc. poi scopri che nella vita fa tutt’altro; proprio alcuni giorni fa in una discussione su questi temi ho invitato alcuni “talebani” del folk a seguire la strada della coerenza, ovvero oltre che a vestirsi con abiti contadini di altri tempi per salire sul palco ad andare a zappare la terra l’indomani proprio come faceva mio nonno, campanaro nei giorni di festa e contadino per tutta la vita. 

Proviamo a fare un confronto con un’operazione come quella di Secondo a Nessuno e la musica vintage della Banda della Posta presentata da Capossela? Sbilanciati pure, se vuoi! 
Premetto che non ho mai sentito il progetto dal vivo e non conosco profondamente la Banda della Posta, ma per quello che ne so loro sono un gruppo che nasce e suona in quel modo da parecchio tempo e utilizzano un repertorio di canzoni “popolari” variegato, mentre Secondo a Nessuno è un progetto monografico su Secondo Casadei dove abbiamo lavorato molto sull’arrangiamento e l’orchestrazione per trovare una sonorità precisa e riconoscibile: quindi due progetti profondamente diversi. Ho sentito alcuni loro concerti su internet e il progetto mi piace, mi ricorda molto le orchestre da ballo degli anni settanta. 

L’impegno con l’etichetta Sheherazade? 
Sheherazade, oltre ad essere un’etichetta che si occupa della musica nata per il ballo di coppia, ha anche un festival itinerante, “Taca Dancer”, che divulga quel repertorio, quindi un gruppo di persone che a 360° cerca di mantenere vivo un vastissimo repertorio che rischia forse l’oblio. Io mi sono occupato di alcuni progetti discografici e continuo a collaborare con Secondo a Nessuno al Festival e con idee e progetti discografici per l’etichetta. 

Hai da poco inciso il secondo disco con BZ4tet… un’esplorazione nelle musiche di autori brasiliani, iniziata dal 2006 con Luiz Lima, Ricardo Da Silva e Marco Cattarossi. 
Si abbiamo registrato lo sorso anno il secondo album di BZ4tet “Pindorama”: un viaggio nella musica brasiliana che io amo da sempre. Con Luiz Lima chitarrista e compositore del nord-est del Brasile collaboriamo ormai da oltre sei anni e questa fruttuosa joint-venture italo-brasiliana mi ha portato a scoprire un mondo musicale fantastico, fatto di eccelsi compositori come Villa Lobos, Pixinguinha, Egberto Gismonti, Guinga, Paulo Bellinati solo per citarne alcuni, fatto di melodie struggenti e armonie affascinanti. Quello che ne esce è un mix tra il linguaggio brasileiro di Luiz e Ricardo da Silva (percussioni) ed il mio e quello di Marco Cattarossi (basso), molto più mediterraneo, che mi piace molto e incarna quello che per me è il concetto di “world music”. Con BZ4tet siamo stati in tournée anche in Brasile, dove il progetto è stato molto apprezzato proprio per la contaminazione tra i linguaggi. 

Ci sono ascolti che prediligi in questo periodo? 
Si, molto variegati: Chopin suonato da Maurizio Pollini, Ravel suonato dalle sorelle Labeque, Keith Jarrett “Personal Mountains”, Chico Buarque tutto!!!, Mustafà Kandirali, un clarinettista turco strepitoso. Prendiamo nota! 

Con Banditaliana siete arrivati a “Madreperla” che segna una svolta verso una musica trad che attinge anche alla canzone d’autore: cosa riserva il futuro di Banditaliana? 
Stiamo lavorando a un nuovo album che spero vedrà la luce ad inizio 2014. Banditaliana rappresenta la “casa” dove posso sperimentare e creare, quindi per me è il progetto ideale e dopo 21 anni di vita di gruppo (io, Riccardo Tesi e Maurizio Geri suoniamo insieme dal 1992: oggi tra l’altro è il 3 settembre e coincide col primo concerto di Banditaliana) c’è ancora la stessa energia e la stessa voglia di far bene dell’inizio. Questo nuovo lavoro che ancora non è finito ha preso una strada più vicina ai primi due album come sonorità e trovo le nuove composizioni molto “alla Banditaliana”. Con l’ingresso nel gruppo, dal 2010, del percussionista Gigi Biolcati, che ha anche una bellissima voce stiamo lavorando assiduamente ed abbiamo trovato il sound giusto, fatto di percussioni molto particolari e di un impasto vocale raffinato; gli arrangiamenti che nella maggior parte dei casi sono corali mantengono una riconoscibile paternità di gruppo ma spaziano in mondi variegati e utilizzano tutte le carte che il quartetto può giocare. Siamo circa a metà lavoro ma mi sento di dire che sono molto soddisfatto dei risultati. 

Altri progetti discografici in vista?
Ora sono concentrato su Banditaliana ma ho anche un’idea legata alla musica da ballo che inizia ad echeggiare in testa durante i lunghi viaggi che sto affrontando … Ti sto rispondendo da Bogotà. 

Ancora un’operazione “brasiliana”, che è anche viaggio nella memoria dell’Appennino, è stato «Quando a Cobra Fumou» con Gabriele Mirabassi. Ce lo racconti? È una storia che ci riporta al II conflitto mondiale ancora poco noto in Italia, nonostante sia stata narrata in libri e documentari. 
Collaboro con Gabriele dai tempi di “Un Ballo Liscio” del 1994, quindi le nostre strade si incrociano spesso, ad esempio ora siamo in Colombia insieme…e abbiamo scoperto anni fa di condividere l’amore per la musica brasiliana: infatti Gabriele è anche ospite nei due album di BZ4tet. Frequentando il Brasile abbiamo scoperto la vicenda dei “Pracinhas”, i soldati brasiliani mandati a combattere sulla linea gotica nel 1944 per liberare l’Italia dalle truppe tedesche. La battaglia più cruenta avvenne a Montecastello, una frazione di Gaggio Montano, che è il mio comune di residenza. Questa vicenda, che rappresenta l’unica partecipazione militare brasiliana ad una guerra, viene ricordata con molta enfasi in Brasile, da bambino non davo grande importanza ai racconti dei miei nonni riguardo i brasiliani che arrivarono a liberare la Linea Gotica ed al fatto che nella banda del paese nella quale ho cominciato a suonare si eseguisse frequentemente l’inno brasiliano mi sono interessato alla vicenda: poi un giorno, in occasione di un viaggio con Gabriele ci siamo messi a parlare dei Pracinhas e anche lui, incuriosito dalla scoperta fatta oltreoceano, si era documentato sui fatti e sugli incroci musicali che da lì poi ne erano scaturiti. Molti Pracinhas si erano portati i propri strumenti e fecero conoscere la musica brasiliana agli abitanti dell’appennino ma avevano riportato in Brasile anche alcune melodie delle nostre vallate. Affascinati dalla vicenda abbiamo iniziato a raccontarla ad amici musicisti e scrittori: Loriano Macchiavelli, che conosce molto bene i fatti anche attraverso racconti di Francesco Guccini, che seppur bambino ricorda molto bene diversi episodi, ci ha proposto di scrivere un testo sulla vicenda, e da li è iniziato un lavoro che ha dato vita allo spettacolo “Quando a Cobra Fumou” prodotto dal Festival Sentieri Acustici nel 2010. 

Diventerà un disco, prima o poi? 
Non è facile tradurre in un album un lavoro come questo perché anche il testo ha un ruolo molto importante. Diciamo che per ora, se qualcuno ha la curiosità di vederlo può dare un occhio qui.

Sei in Sud America, ma non in vacanza. Sei uno dei responsabili artistici del Festival Internacional de Musica di Cartagena in Colombia. 
Sì, mi trovo qui sia per una serie di concerti di Gabriele Mirabassi che per il Festival che si svolgerà dal 4 al 12 gennaio 2014. Il mio ruolo è quello di direttore tecnico e produttore del festival, il direttore generale e responsabile artistico è Antonio Miscenà, ma ovviamente prendo parte a tutta la progettazione degli eventi: un festival importante e impegnativo, il più importante appuntamento per la musica colta del paese, quindi anche una grande responsabilità ricambiata dal successo e dalla crescita che il festival ha avuto in questi tre anni di guida italo-colombiana. Qui in Colombia si da per scontato che noi siamo i custodi depositari della Cultura e c’è grande stima e ammirazione per l’Italia: noi cechiamo di non deluderli. È un esperienza magnifica e piena di incontri importanti. La Colombia è un paese profondamente diverso dal nostro, anche se tra i padri fondatori della società colombiana ci sono tanti italiani, ci siamo dovuti adattare e cambiare le cose poco alla volta senza che il nostro intervento venisse vissuto come una presa di potere, anche perché i collaboratori locali sono molto preparati e motivati. Abbiamo messo insieme una squadra di poco meno di 200 persone (di cui soltanto una decina sono italiane) che nei dieci giorni del festival lavora con grande energia ad un evento che viene vissuto come una grande opportunità di riscatto per un paese meraviglioso con un passato ingombrante ormai superato, tra l’altro Cartagena, la Macondo di “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marquez, è una splendida città coloniale sul Mar dei Caraib,i quindi vi invito a visitarla durante il festival per ascoltare magnifici concerti in una location unica. 



Ensemble Novecento – Il Melodramma Ballabile. L’Ocarina Tra Verdi E Il Ballo (Sheherazade/Tacadancer/Ducale, 2013) 
Anche chi non è aduso all’ascolto di uno strumento che può sembrare poco flessibile, addirittura insolito, non potrà che restare sorprendentemente e piacevolmente colpito dal programma musicale proposto dall’Ensemble Novecento. Ben inteso, stiamo parlando dell’ocarina, un flauto globulare in terracotta, inventato a Budrio (nei pressi di Bologna) intorno alla metà del diciannovesimo secolo da Giuseppe Donati, il quale, nella sua bottega, elaborò e costruì una famiglia di sette strumenti di diverse dimensioni, intonati tra di loro. Inoltre, perché costituì un organico di musicisti, provenienti dalle bande di fiati, dal cui repertorio traspose brani d’opera e melodie da ballo. Nell’immaginario di tanti, l’ocarina è un giocattolo, uno strumento ludico, magari rituale, carnevalesco soprattutto, ma vogliamo qui ricordare che l’ocarina è stata utilizzata da De André, è entrata nelle indimenticabili colonne sonore western morriconiane, nelle partiture di Janáček e Ligeti. Ancora, la canzone “The little ocarina song”, interpretata da Bing Crosby è nota ai cinefili, così come la scena dei contadini che si intrattengono suonando l’ocarina in “Novecento” di Bertolucci. Che è poi la scaturigine del nome Ensemble Novecento, adottato dalla formazione emiliana, rifondata da Emanuela Di Cretico (prima ocarina del gruppo) sulle ceneri di un diverso organico esistente nei primi anni ‘90 del secolo scorso, che aveva inciso il CD “Il Grillo”, dedicato ai ballabili e al rossiniano “Barbiere”. Di nuovo un grande compositore, Giuseppe Verdi, è il protagonista di questo album della nuova incarnazione dell’Ensemble, in formazione di settimino, com’è ormai prassi consolidata per lo strumento di origine budriese. Con Di Cretico (ocarina prima in Sib) fanno parte del gruppo Fabio Galliani (Ocarina seconda in Fa), Marco Ventruzzo (ocarina terza in Sib), Alida Oliva (ocarina quarta in Fa), Fabio Bonvicini (ocarina quinta in Sib), Margherita Degli Esposti (ocarina sesta in Fa), Antonio Coatti (ocarina settima in Sib). “Il Melodramma Ballabile” riporta alla luce una raccolta di brani manoscritti tratti da spartiti degli anni ‘30 e ‘40 del secolo scorso; l’Ensemble presenta celebri musiche verdiane, estratti da “Rigoletto” (Atto I e duetto), “Un ballo in maschera” (Atto III, Aria di Renato, Canzone di Oscar e Coro), “La forza del destino” (Pout Pourri), “Il Trovatore” (Aria e Miserere), “I Due Foscari” (Scena e duetto), “La Traviata” (Preludio). Accanto alle arie del maestro bussetano, presto inserite nel repertorio delle ocarine, ecco i ritmi danzanti coevi più in voga: una polca tradizionale (“L’Usignolo”), una mazurca, firmata da Barattoni (“L’artiglio di Nedda”), a suo tempo direttore dagli anni ’20 al 1948 dello storico gruppo di ocarine budriese , che era stato creato dallo stesso Donati, e un valzer (“Farfalle Nere”) di Gramantieri. L’intento è di mettere insieme aficionados del ballo e melomani, sottolineando quel nesso tra melodramma e mondo popolare emiliano, che delle pagine verdiane è sempre stato estimatore ed avido consumatore. Come scrive nella presentazione Arturo Stàlteri, compositore, pianista e voce nota di RAI Radio 3, musicista di gusto non verdiano, come confessa nel suo scritto: “La magistrale alchimia delle ocarine dell’Ensemble Novecento ci regala un affresco sonoro di grande sobrietà e freschezza, depurato dagli eccessi che, secondo il sottoscritto, hanno da sempre rappresentato la connotazione più discutibile del genere melodrammatico”. Una guizzante rilettura, davvero singolare, non un semplice divertissement, piuttosto un’autorevole riproposta da parte di un insieme affiatato di solisti, abile nel condurre sapientemente il gioco orchestrale, unendo senza sbavature le voci strumentali in un ordito nitido ed espressivo, in cui non mancano virtuosismi, benché suoni una singola famiglia di strumenti, e riuscendo a restituire la varietà di ritmi, di sfumature delle partiture originali. 



Ciro De Rosa