Intervista con Amerigo Ciervo

Negli anni Ottanta del secolo scorso l’onda lunga del folk revival campano trova una fertile incarnazione nei beneventani Musicalia, nati intorno ai fratelli Amerigo e Marcello Ciervo, già protagonisti con il Collettivo di Ricerca Musicale del Sannio. Il loro lavoro a tutto campo mette insieme rappresentazioni teatrali ispirate ai rituali carnevaleschi, rilettura di materiali tradizionali, musica d’autore che riprende soprattutto espressioni dell’area sannitica e caudina. L’attività dei beneventani attraversa il decennio di ripiego del revival campano rappresentati dagli anni Ottanta, giungendo fino al nuovo millennio con lavori di composizione nei quali non mancano gli insegnamenti diretti dagli ultimi musicisti tradizionali di area sannita. Nei primi anni Novanta allestiscono “Tre fronne d’auciello cifrone”, materiale da fiabe sannite in forma di concerto, con l’intervento di musicisti provenienti da più parti d’Italia. Lo spettacolo si pone in un certo senso anche come antesignano di successivi tentativi di interazione tra stili e repertori della tradizione popolare italiana. I loro album “Musicalia” (1985), “Magicorò” (1994), “Campania infelix” (1998), “Tinchitera” (2001), “InCantamenti” (2004) solo per citare una parte della produzione, sono un laboratorio che rilegge in maniera personale e raffinata la memora folklorica, attingendo a numerosi linguaggi musicali antichi e contemporanei, tuttavia senza mai strizzare l’occhio alle mode soniche del tempo. Il lavoro dei fratelli Ciervo è stato anche di didattica, di impegno nell’organizzare la rassegna CantarPasqua, che ha portato a Benevento negli anni Novanta e nei primi anni di questo secolo i giganti del nu-trad italiano, ma anche eccellenti artisti stranieri. Le collaborazioni sono a 360°, da Michele Straniero ad Alfonso di Di Nola e Clara Gallini, da Roberto De Simone a Vittorio Mezzogiorno e Marco Tullio Giordana. Fondamentali poi gli incontri con musicisti come Peppe e Concetta Barra, le sorelle Bisserov, Giovanna Marini, i fratelli Mancuso. L’attività didattica e concertistica li ha portati in un tour accademico anche negli USA; sono stati un’istituzione culturale e musicale del Sannio, un catalizzatore di eventi e di stimoli a molti musicisti che sono passati nel loro ensemble o che da quell’esperienza sono partiti. Come tutti i gruppi storici e importanti, dalla NCCP ai Zezi, solo per restare in Campania, i Musicalia hanno prodotto gemmazioni, hanno subito e voluto cambi di organico, hanno affrontato scissioni consensuali o dolorose, perfino finite in strascichi legali. Sarà per il ruolo di intellettuale che non si arrende alla superficialità e al piattume dilaganti, di “padre” di molte esperienze artistiche locali nonché di docente di filosofia e storia al Liceo che Amerigo Ciervo non rinuncia a stoccate rivolte al mondo culturale beneventano, e più in generale a certe forme di riproposta dei linguaggi di tradizione orale. Con lui parliamo dell’attività dei Musicalia, del loro impegno di salvaguardia della memoria del mondo popolare attraverso le pubblicazioni della collana “Le risorse della memoria”, ma anche di futuri progetti dell’ensemble. 

Amerigo, ci racconti cosa si cela sotto il titolo I misteri di San Vito di Circello, curato da Isabella Miele, che fa parte della collana “Le risorse della memoria”. 
Si “cela” la prima pubblicazione di un manoscritto inedito relativo a uno dei pochi drammi sacri ancora rappresentati nel Sannio beneventano. Isabella Miele ne ha curato la pubblicazione, lavorando sui due manoscritti conservati in paese, il primo risalente al 1914, l’altro al 1958, e ci ha chiesto di collaborare. Siamo stati ben lieti, Marcello e io, di inserirlo nella nostra collana “Le risorse della memoria”. Ho personalmente scritto il saggio di presentazione (“Il dramma sacro e la cultura popolare”). A parte il testo, sono estremamente interessanti la raccolta di testimonianze e, soprattutto, la documentazione fotografica, che copre quasi per intero il novecento e che aiutano a comprendere meglio il contesto in cui la rappresentazione sacra è nata, si è sviluppata e si concretizza. 

Ricordiamo cosa altro contiene la collana? 
“I Misteri di san Vito” è l’ottavo titolo della collana “Le risorse della memoria”. Dal primo titolo, che è del 2002 a oggi: in dieci anni mi sembra una buona media, tenendo conto del fatto che si conta solo sulle proprie forze. Abbiamo ristampato uno studio sulle grotte del Taburno di fine ottocento e la seconda edizione del mio “Santa Maria de Mojano”, poi abbiamo pubblicato lo studio di Marcello su Felice Barilla, un sacerdote caudino protagonista dei moti del ’48 napoletano e uno dei primi traduttori di Lamennais, i nostri “Moiano, la memoria del villaggio” e “Io lavoro nella musica”, quest’ultimo in collaborazione con Folkest, “Italia mia, benché il cantar…”, in collaborazione, per i documenti autentici, con l’Archivio di Stato di Benevento, ossia il testo dello spettacolo musico-teatrale scritto e rappresentato con Andrea Massaro, uno dei fondatori di Musicalia, e che ha visto la partecipazione come voce recitante di Martina Carpi, la figlia del grande Fiorenzo. Vanno poi, ricordati, ovviamente, i due preziosi CD della ricerca sul campo relativa ad alcune zone del Sannio beneventano. La collana fu fondata per dare il nostro modesto contributo alla ricostruzione della memoria storico-antropologica del Sannio beneventano. È nostra intenzione continuare. 

Quindi c’è intenzione di procedere a nuove pubblicazioni? 
In pentola bolle qualcosa. Stiamo pensando a una pubblicazione – si spera per l’inizio dell’anno prossimo – di argomento etnomusicologico e con una struttura manualistica. Ma non diremo null’altro per non giocarci un certo effetto-sorpresa. 

iMusicalia, un nome fondamentale nella cultura musicale sannita. Il silenzio discografico degli ultimi anni, corrisponde realmente ad una difficoltà di orientamento? “Grande è il disordine…”
Grande è il disordine, ma la situazione non mi pare eccellente. Ho idea, giusto per restare nel campo delle citazioni politico-filosofiche, che siamo sempre più nella “notte scura in cui tutte le tarantelle o le pizziche sono nere”. Non è un problema di orientamento. Quello lo abbiamo avuto sempre chiaro davanti a noi e tutti quelli che hanno avuto la bontà di interessarsi al nostro lavoro, e sono tanti, hanno evidenziato la capacità di aver creato un suono proprio, inconfondibile, al di là delle collaborazioni pure importanti che abbiamo avuto. Non per essere “laudatores temporis acti”, ma non sembra che questi tempi siano paragonabili ad altri momenti. E se, come pare, la gente mostra di non voler sentire più con piacere tammurriate e pizziche – a parte le serate dove si va, magari, per fare quattro salti o alcune manifestazioni di massa che, però, rispondono e sono supportate da altre logiche su cui non ci sembra opportuno dibattere in questa sede (una sola domanda: la notte della taranta ha determinato un’attenzione più consapevole, più rigorosa o appena più affettuosa verso la pratica del cosiddetto esercizio della memoria?), allora qualche domanda dovremmo porcela tutti. La proliferazione, per esempio, di mille situazioni, spesso legate a meri interessi pseudo-commerciali, non credo abbia giovato. È giusto che “cento fiori sboccino e mille scuole contendano” – così restiamo nel repertorio delle citazioni cui appartiene quella contenuta nella domanda - ma sarebbe necessario contendere sul piano delle idee e delle proposte innovative e non ritornare stancamente indietro. Magari rifacendo il rifatto. 

Pescando nel vostro passato artistico, vorrei parlare di “Tre fronne d’auciello cifrone”, un allestimento di cui purtroppo poco si è parlato, e poco ci si ricorda, a torto, perché che aveva in sé un’idea potente per l’epoca, e presentava nomi formidabili della musica popolare in Italia.
“Tre fronne” è stato poco pubblicizzato. Messo su per l’edizione di Benevento Città spettacolo del 1990, è stato – crediamo – il primo tentativo di rimettere in scena la musica popolare italiana in una prospettiva nazionale. Il racconto di un’antica fiaba sannita – rigorosamente stravolta – diventava l’occasione per un confronto a più voci tra molteplici esperienze di riproposta della musica regionale della penisola. Per la voce narrante pensammo, inizialmente, a Concetta Barra, con la quale (e con Peppe) avevamo fatto molti concerti insieme. Per una serie di impegni non si poté concludere e scegliemmo un’altra prima donna, Fausta Vetere, che fu accompagnata da Corrado Sfogli e da altri due musicisti. Nello spettacolo doveva esserci poi anche Luigi Lai (che avevamo conosciuto al festival di Vence) che, ammalato, inviò un suo allievo per le launeddas. Ci furono Maurizio Martinotti e Gabriele Corti, Gastone Petrucci e la Macina, Giovanni Coffarelli e la sua paranza e, ovviamente, i Musicalia. Il cortile della Rocca dei rettori, per le due repliche, non riuscì a contenere gli spettatori presenti. Forse era la prima volta che a Benevento si ascoltarono ghironda e launeddas. Qualche anno dopo arrivò, se non sbaglio, Transitalia, con la regia di Moni Ovadia. La stessa operazione dedicata alle canzoni di De André nei vari dialetti regionali probabilmente, seppure inconsapevolmente, nasceva da questa nostra intuizione. Ma nella un po’ limitata corte della musica popolare italiana di allora (e di sempre, oseremmo dire), nessuno si ricordò più di questa esperienza che apriva verso nuove prospettive. Fa piacere che viene ricordata in quest’occasione. 

Il disco al quale siete più legati? 
I dischi – come i figli – sono amati tutti alla stessa maniera. Semmai un occhio di riguardo lo si ha per quelli che hanno dato più problemi. I nostri lavori (dall’LP d’esordio, “Musicalia” (che fu felicemente recensito sul Corriere della sera e sulla Stampa dall’indimenticabile Michele Straniero), fino a “inCantamenti” ci hanno, tutti, ripagati – nel senso della soddisfazione e delle risposte di quelli che li hanno ascoltati e giudicati – alla grande. E per questo che – forse – siamo più legati a “Tinchitera”: il disco che è stato meno apprezzato dalla critica. 

A dirla tutta, proprio da quell’album scelsi, “Cuntomarco e Cunticello” per l’antologia sulla Campania della collana Tribù Italiche, pubblicata dalla rivista “World Music Magazine” con l’editore EDT… 
Con “Tinchitera” sperimentammo, mescolandovi registrazioni autentiche, nuove canzoni d’amore e, finanche un pezzo di Ambrogio scritto per il nostro spettacolo “Lauda inCantata”. Oggi è il disco più ascoltato da alcuni giovani musicisti che – ci dicono – molto lo apprezzano per quel tentativo di sperimentazione provato oltre dieci anni fa. 

Pensate ad un ritorno discografico? O è più importante fare altro in un’epoca di musica dematerializzata e scaricata? 
Certo che ci stiamo pensando. Ma, per dirla con Fabrizio De André, i dischi si fanno solo quando si ha la consapevolezza di avere qualcosa da dire. La nostra storia discografica a riguardo ci sembra esemplare. C’è poi la scansione temporale: 1984, 1994, 1997, 2002, 2004. C’è questo “4” che ritorna. E il prossimo anno è il 2014. Nella rappresentazione della tombola il “quattro” è il maiale. Un animale prolifico e straordinario, assolutamente centrale nella cultura popolare e di cui, come si sa, non si butta via niente. 

In concerto, recentemente, avete aggregato alla vostra formazione i figli. Lo hanno fatto anche gruppi come i murgiani Uaragniaun, ma anche altri artisti. Cosa è? La bottega de iMusicalia? 
Abbiamo fatto alcuni esperimenti positivi. Succede così: ci chiamano, nel marzo del 2011, i nostri amici della CGIL. Abbiamo organizzato una serata in occasione dei centocinquanta anni dell’Unità d’Italia, ma non ci sono soldi. Ci diciamo: non possiamo chiedere sempre ai nostri collaboratori storici (Mario Parente, Angelo Melillo, Antonella Noviello) di venire a suonare, come si dice, “a gratis”. Non lo si può chiedere a chi ha fatto della musica il proprio lavoro. Ma nemmeno vogliamo e possiamo far morire un’idea, un’esperienza, una storia che è iniziata, per noi, nel 1976, cioè trentasette anni fa. I due ragazzi più grandi, del resto, già suonano con noi, rispettivamente il primo da dieci anni e la seconda da sette. Proviamo anche gli altri tre più giovani. La serata fu un successo. Colpì positivamente – ci fu detto – questa mescolanza di generazioni. E si decise così di continuare. Nel frattempo i tempi della crisi si sono aggravati. Non parlerò delle disavventure con gli enti pubblici. Del resto a noi, ormai sessantenni, non va più fare anticamera presso assessorati vari alla cultura, e lì raccontare storie e vicende di Musicalia, come se fosse sempre la prima volta, a persone che si ritrovano in quei luoghi per motivi misteriosi e non sanno assolutamente nulla del tuo lavoro e di quello che s’è fatto. Che non sarà molto, ma che s’è fatto sempre con rigore e con libertà, senza compromissioni o cedimenti. Del resto alla nostra bottega si sono formati in molti. Lo abbiamo scritto nel nostro “Io lavoro nella musica”. Qualcuno fa finta di dimenticarsene. Altri, magari, devono “ammazzare” freudianamente il padre. Di altri ancora abbiamo deciso noi consapevolmente di dimenticarci. In questo ultimo periodo proviamo a formare, se vogliono, anche i nostri figli e vediamo cosa succede. 

Operazioni come le vostre ed altri recenti interventi sul campo della ricerca di storia orale nell’area del Taburno dimostrano come non tutto è andato ancora perso e i fili della memoria è ancora possibile riannodarli. 
Dal 1976 è il nostro imperativo categorico. Non abbiamo fatto altro che riannodare. Per il resto, parliamo solo delle nostre vicende. Di altro non sappiamo. Da quello che si legge in giro, si apprende che ci sono molti tentativi di imitazione, come per “La settimana enigmistica”. Purtroppo abbiamo sempre meno tempo a disposizione, sicché proviamo a lavorare su ciò che noi pensiamo ancora di poter e di dover dire. 


Ciro De Rosa