Bella Ciao: Una Battaglia!

Alcuni anni fa, prima della sua discesa in campo, Beppe Grillo, che partecipava ad una manifestazione ecologista in quel di Mestre, mi apostrofò con scherno e se ne uscì dal palco perché a fine serata uno degli organizzatori, un prete tra l’altro, mi aveva chiesto di intonare “Bella ciao”. Contemporaneamente la stessa canzone veniva bandita da tutte le manifestazioni ufficiali e fortemente contestata da forze politiche forse immemori di dovere la loro possibilità di esistere anche a chi Bella ciao l’ha (forse) cantata rischiando la vita per la nostra libertà. E’ un atto ben singolare. Il canto più “innocuo”, più universale, più lirico del nostro repertorio partigiano ha subito reprimenda ed esaltazioni davvero esagerate se valutiamo il “merito” del testo. Ma il punto non è questo. Alcuni canti assumono un valore dirompente non per quello che dicono, ma perché vengono “intenzionalmente” cantati in un determinato momento per catalizzare consenso attorno ad un determinato sentimento, punto di vista, motivo di risentimento. Abbiamo esempi eclatanti in merito, di tutti i tipi. “Lilì Marlene” divenne un inno transnazionale contro la guerra, “Caro papà”, canzone di assoluta fede mussoliniana, fu uno degli autogol più clamorosi del regime fascista in piena guerra, persino la surreale “Maramao perché sei morto” valse sospetti pericolosi nei riguardi delle esecutrici, l’allineatissimo Trio Lescano e così cantando… Ma da dove arriva questo canto e che storia di conflitti si porta addosso? Provo a raccontarlo rapidamente, perché altri, ben più autorevoli di me, hanno scritto articoli e libri sull’argomento. 
Sembra che questa nobile canzone, la cui origine si perde nella notte dei tempi tra ballate popolari, musica yiddish e canti di monda, sia destinata a sollevare più scontri oggi di quanti non ne abbia accompagnato nella sua incerta vita partigiana. Fu pubblicamente eseguita per la prima volta al Festival della Gioventù di Berlino del 1948 da un gruppo di studenti italiani ed ebbe un immediato enorme successo. Ma come sia arrivata fin là non è ancora chiaro, così come non è chiaro se sia mai stata cantata durante la lotta partigiana. In realtà la canzone più diffusa tra le brigate della Resistenza era “Fischia il vento”, che però fin dalla musica denunciava la sua collocazione “di parte”. "Prima del '45 la cantavano solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna” sostiene Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all'università di Catania, ma Savona e Straniero nel loro documentatissimo “Canti della resistenza Italiana” affermano:” Presumibilmente Bella ciao non fu mai cantata durante la guerra partigiana, ma nacque nell’immediato dopoguerra”. In ogni caso la sua diffusione a livello non solo italiano, ma mondiale, è successiva agli eventi bellici, com’è ovvio che sia, ma prescinde dagli stessi, al punto da ri-generarsi nel bisogno di una rappresentazione ecumenica e unitaria della guerra di liberazione. Insomma è talmente non partigiana (nel senso di “di parte”) questa canzone da poter rappresentare tutti i partigiani, e così viene universalmente accolta. La prima versione pubblicata su disco di questo canto risale all’inizio degli anni sessanta, interpretata da Yves Montand in un 45 giri della Philips che sul retro aveva “Amor dammi quel fazzolettino”. Successivamente le esecuzioni sono state innumerevoli e continuano ancor oggi. 
Alla ripresa di attenzione per questo inno ed alla sua odierna enorme diffusione hanno certamente contribuito alcune balzane iniziative di vari governanti locali che hanno cercato di bandirne l’esecuzione persino in occasione di ricorrenze come il 25 aprile. Insomma si sta facendo di tutto per farlo diventare oggi un canto di Resistenza contro l’intolleranza e l’ignoranza! Ma sembra essere suo destino fin dalla comparsa non solo come canzone, ma anche come titolo di uno spettacolo musicate-teatrale, il “Bella ciao”, che il Nuovo Canzoniere Italiano” presentò al Festival dei due Mondi di Spoleto domenica 21 giugno 1964 alle ore 15 e 30. “Lo Straniero (Michele L. Straniero, uno degli esecutori n.d.a.), preso da un attacco di isterismo, si abbandonava su una seggiola asciugandosi le grosse gocce di sudore freddo che gli colavano sugli occhi. Gli si facevano attorno il canta-muratore e la canta-mondina e lui allora, rimessosi dallo choc, si rialzava ed agguantato il microfono come una clava urlava Siete tutti fascisti! e giù a piangere per la sua ‘arte’ offesa”. Il tono di questo articolo già la dice lunga su quale fosse la considerazione in cui era tenuta, da certa stampa, la cultura popolare. Ma cos’era successo? Era scoppiata la guerra al Caio Melisso, il teatro che ospitava l’evento? Beh, più o meno! Chiarito che la cronaca tratta da un articolo del Secolo XX del 7 luglio ’64 è del tutto travisata, al punto da mettere in mano a Michele Straniero un inesistente microfono, in quanto il “Bella ciao” era eseguito rigorosamente senza amplificazione, vale la pena di raccontare la vicenda dall’inizio poiché ci può dare un quadro molto reale dell’Italia da cui veniamo, e in cui forse corriamo il rischio di andarci a ricacciare. 
Nel 1962, dopo la pubblicazione dei primi album contenenti registrazioni sul campo, i Dischi del Sole avviano la realizzazione di raccolte di canti a tema in cui compaiono interpretazioni ricostruite da cantanti e musicisti professionisti o comunque non di estrazione popolare; in sostanza si avvia anche in Italia quello che altrove veniva definito “revival” della folk music. Sandra Mantovani, Fausto Amodei e Michele L. Straniero, formano il primo nucleo del Nuovo Canzoniere Italiano, che vedrà un progressivo e rapido allargamento del numero dei partecipanti e della varietà di repertori. Bosio e Leydi "scoprono" nell'agosto del 1962 Giovanna Daffini. Era una straordinaria esecutrice popolare che aggiungeva ad una voce e ad una capacità interpretativa inimitabili, una grande presenza scenica. Ex mondina e posteggiatrice, Giovanna Daffini abitava a Gualtieri, in provincia di Reggio Emilia, dove viveva di cantate a feste patronali e matrimoni, accompagnata dal marito, Vittorio Carpi, professore di violino. Questo suo mestiere le permetteva di essere contemporaneamente voce popolare ed esecutrice a proprio agio in qualsiasi situazione. Il suo repertorio spaziava dai canti di monda alle canzonette in voga, mentre accompagnava con la sua chitarra le esibizioni di musiche da ballo e virtuosistiche del marito. All'interno del Nuovo Canzoniere acquistò ben presto un ruolo di primo piano, andando progressivamente ad arricchire il suo già nutrito bagaglio canoro. All’inizio del 1963 altri esecutori che quasi sempre provenivano dalla ricerca, come Caterina Bueno e Bruno Pianta, si aggiunsero al gruppo e nell'inverno dello stesso anno Leydi incontrò Maria Teresa Bulciolu e Giovanna Marini al folk-studio di Roma, dove eseguivano canzoni popolari dell'Italia centrale. Giovanna Marini era una novità assoluta tra i componenti del Nuovo Canzoniere Italiano. Infatti, figlia del compositore Salviucci, aveva studiato musica in conservatorio ed aveva completato con corsi internazionali la sua formazione chitarristica. 
Se si esclude Amodei che aveva una buona preparazione musicale, ma che per impegni di lavoro aveva ridotto di molto la sua attività dopo il primo periodo, gli altri membri del Canzoniere erano praticamente digiuni di musica. E questa fu una cosa che non solo stupì la Marini, ma la convinse che forse valeva la pena di entrare in quell'avventura. “Ho conosciuto questo Gianni Bosio e mi sono accorta che non solo lui, ma nessuno di loro conosceva la musica, se si eccettua Leydi. "Che cosa strana-ho pensato- questi fanno dischi e spettacoli musicali" E da quel momento l'adesione da parte mia è stata totale. Perché? Mi erano simpatici, erano troppo diversi. Pensa, passare da un mondo di musicisti classici per lo più in apnea, ripiegato su se stesso, a della gente che non sa una nota, che però è vivacissima, fa un lavoro vivo. Ho pensato che potevo contribuire a quel lavoro per il fatto che sapevo la musica e questi erano di un'ignoranza spaventosa in materia. Ma poi naturalmente ho capito che avevo tutto da imparare“. (da un'intervista concessa da Giovanna Marini e Paolo Pietrangeli a Luciano Della Mea; testo riportato in Cesare Bermani: Bosio oggi: rilettura di un'esperienza, 1986, Mantova) In successione si aggregarono al gruppo: il Gruppo Padano di Piadena, formato da Delio Chittò, Amedeo Merli e Bruno Fontanella, Cathy Mattea e Silvia Malagugini. Tutti questi, accompagnati alla chitarra da Gaspare De Lama, saranno i protagonisti della prima grande produzione del Nuovo Canzoniere Italiano. All’inizio del 1964 Roberto Leydi e Nanni Ricordi, membro della famosa famiglia di editori musicali e discografici, ebbero l'idea di preparare uno spettacolo tutto di canti popolari italiani da proporre al Festival dei due Mondi di Spoleto, approfittando del fatto che Ricordi era membro del Comitato promotore. 
 “Con Nanni - ricorda Leydi - si combina lo spettacolo, ma bisogna tener conto che la ragione per cui noi arrivammo a Spoleto era il gran successo che aveva avuto "Black nativity" di Gosper, un autore nero americano. E proprio la presenza di questo spettacolo ci suggerì l'idea di mettere in piedi una specie di "White Nativity"; in sostanza ci chiedemmo perché fare uno spettacolo con storie americane quando se ne poteva allestire uno usando avvenimenti italiani.” (Testimonianza orale di Roberto Leydi raccolta da Fabrizio Borsella a Bologna il 30 aprile 1992) Furono selezionati i materiali, provenienti dalla ricerca sino allora condotta, fu definito il cast, che escludeva il solo Amodei impegnato dalla sua attività di architetto, fu affidata la regia a Filippo Crivelli, regista sobrio, di gusto e di grande esperienza nel teatro musicale, e infine fu deciso il titolo: "Bella ciao. Un programma di canzoni popolari italiane e cura di Roberto Leydi e Filippo Crivelli, con la collaborazione di Franco Fortini", autore della didascalia con cui si presentava lo spettacolo. Scena disadorna, qualche sedia ed un fondale di juta, voci appena sottolineate da qualche accordo di chitarra, lo spettacolo era quanto di più semplice si potesse immaginare, ma dalla "verità" dei materiali presentati, non solo canti di protesta, ma anche canzoni che esprimono altri momenti della vita popolare, irruppe nel festival spoletino una realtà che si voleva esorcizzare e che si presentava in tutta la sua consapevolezza e forza contestativa. Domenica 21 giugno 1964 alle ore 15 e 30 al teatro Caio Melisso si svolse la prima dello spettacolo. Dopo un primo tempo trascorso in relativa tranquillità, all'inizio del secondo tempo Michele L. Straniero intonò la canzone Gorizia, eseguendola nella versione raccolta da Cantacronache con la strofa" Traditori signori ufficiali/ che la guerra l'avete voluta/ scannatori di carne venduta/ e rovina della gioventù". Tra il pubblico si scatenarono grida e insulti, la platea si spaccò in due, qualcuno uscì protestando, una signora indignata guadagnò la porta urlando”Non sono venuta qui per sentir cantare la mia donna di servizio”, lo spettacolo terminò tra applausi intensissimi. Alla fine intervenne la polizia, sopraggiunsero le denunce per vilipendio delle forze armate, ne parlarono per giorni tutti i giornali: "Bella ciao" era già uno spettacolo che fece epoca e aprì un'epoca. Ricorda Cesare Bermani "Bosio ed io eravamo convinti che il repertorio portato a Spoleto, quindi nella "cattedrale" della cultura musicale nemica, rischiava di essere integrato. In realtà avevamo fatto una diagnosi totalmente sbagliata su quella che era l'Italia di allora, perché era un'Italia ferocemente legata a uno spirito conservatore quella che diede luogo alle polemiche che poi fecero decollare tutto il nostro lavoro." (Testimonianza orale di Cesare Bermani raccolta da Fabrizio Borsella a Orta il 15 febbraio 1992.) 
"Spirito conservatore” diceva Bermani. E oggi quale spirito animerà mai le gesta di quegli amministratori che cercano di impedire alle “Bande” di eseguire persino la sola musica di quel canto così mite, eppure così ‘rivoluzionario’?


Gualtiero Bertelli