The False Beards – “Ankle” (Ghosts From The Basement)

Le barbe imbiancate non sono posticce, come non lo è la musica che scaturisce, gustosa ed esuberante, dal dischetto prodotto con notevole verve da due navigate figure dell’ambiente trad & world. The False Beards (www. thefalsebeards.com) sono due capitani di gran valore che corrispondono ai nomi di Ian A. Anderson, English folk hero sin dal finire degli anni Sessanta, nonché giornalista e direttore dell’autorevole mensile fRoots, e di Ben Mandelson, vulcanica personalità della world music, musicista e produttore di lungo corso, già partner di Anderson e dell’ex PIL, Lu Edmonds, nei Blue Bloke 3. Insomma, parlare di debutto, nel caso di questo eccellente album acustico prodotto da due scafatissimi come Ian (chitarra, slide, voce) e Ben (bouzouki baritono, mandolino, voce) suona quasi come un’ingiuria. Il sottotitolo del lavoro, la cui copertina raffigura due scheletri chitarristi che potrebbero provenire da una rappresentazione della danza macabra dell’era dei folk club, è “old time english psych folk blues world twangery”. Detto con parole diverse, “Ankle” è una succulenta miscellanea musicale pervasa da humour sottile, suonata con l’occasionale ma sostanziosa collaborazione di Katie Rose (voce) e Pete Judge (tromba). E la selezione di dieci tracce, proposta dal duo di geniali e tosti titolari, direte voi? Si parte con l’incrociarsi di corde nella canzone di “The Sky” del compianto folk singer americano Derroll Adams, per proseguire con “A Sign Of The Times/Dorsiflexion”, incarnazione di una folk song dalle accordature aperte fusa naturalmente con sprazzi di seben congolese. Insuperabile ”Oscar’s”, il mix tra una danza tradizionale inglese, denominata “The Bristol Hornpipe” (con campionamento del melodeon, organetto due bassi-una fila, di Oscar Woods, storico strumentista dell’East Anglia), e le cadenze Texas blues di “Lone Wolf Blues”, numero dell’altro Oscar Woods qui celebrato, “Buddy”, bluesman nativo della Louisiana. Con “Jarabi/Friend Is A Four Letter Word” sembra che una canzone rock e una melodia guineana viaggino da sempre in simbiosi. Direttamente dalla raccolta di Cecil Sharp deriva la ballata tradizionale “The False Bride”: bella l’interpretazione di Katie Rose, la cui ugola cristallina costituisce un ottimo contraltare al canto di Ian, perfetta poi la tromba di Judge, che si insinua nella composizione che ha ispirato il nome alle false barbe… La cantante è compartecipe anche nell’altra ballad, “Lord Allenwater”, proveniente dalla collezione di Ralph Vaughan Williams, compositore ed altro storico catalogatore di canti inglesi. Invece, “The Spring of ’65” era cantata da J.D. Cornett in uno storico ellepì di musica del Kentucky, pubblicato nel 1960: qui è riletta dalla voce di Anderson, che trova sponda nel bouzouki baritono di Ben. Si profila in abito cucito a metà strada tra rebetiko e note blue “Paint it, black” (sì proprio quella!), con tanto di mandolino in evidenza: una vera delizia! Ancora una canzone siglata Anderson, “Marie Celeste On Down”, tratta dal repertorio di questo “vecchio” ed infaticabile psych-folk singer. Commentava la crisi degli anni Trenta, ma serve ancora all’uopo per raccontare la recessione e i drammi sociali odierni, “The Panic Is On”, classico scritto da Hezekiah Jenkins, già parte del repertorio di una delle prime creature di Anderson, la English Country Blues Band, che chiude l’agile ed eclettico programma di intrattenimento, snocciolato con naturalezza e classe smisurata dall’affiatatissima coppia. 


Ciro De Rosa