Napoli Teatro Festival, Napoli, 4-23 Giugno 2013

Foto Marco Caselli
Ospitare alcuni spettacoli del cartellone del Napoli Teatro Festival Italia al Museo di Pietrarsa è stata la felice intuizione dell’edizione di quest’anno. L’arrivo nei capannoni del museo involucro per carrozze e locomotive che raccontano la storia dell’industria e del progresso ferroviario in Italia è da mozzare il fiato. Il sito, spettacolo naturale in sé, si estende lungo la costa che guarda Napoli da Portici e ben dispone all’altro spettacolo, quello teatrale. Una porzione della fitta programmazione della sesta edizione del festival articolata dal 4 al 23 giugno era focalizzata sulle donne con un’affascinante galleria di protagoniste tratte dal teatro classico come Desdemona o da testi originali e dalla forte carica sperimentale come Lolita. Iniziamo il nostro breve report da quest’ultimo ospitato nella sala cinema del museo. Olga Bercini è una ragazzina di 11 anni, lunghi capelli castani, graziosa e intelligente e presta corpo e voce al personaggio di Lolita, unica protagonista dello spettacolo omonimo prodotto dal festival in collaborazione con Babilonia Teatri. Valeria Raimondi e Enrico Castellani, i due registi, sono al festival per la seconda volta dopo The Rerum Natura, la fortunata produzione presentata nell’edizione 2012 del festival. Il loro lavoro guarda alle vicende quotidiane interpretate da attori non protagonisti bambini, disabili o malati cronici spesso tenuti ai margini dell’interesse teatrale. In Lolita l’azione drammaturgica scaturisce dalla messa in scena di un testo non rigidamente strutturato. Olga/Lolita resta sul palcoscenico per un’ora e la scatola teatrale diventa la stanza di una ragazza all’alba dell’adolescenza. Legge al computer brani segreti tratti da un diario, si pettina, ascolta la sua musica preferita, fa qualche mossa di karate, di tanto in tanto si annoia, osserva il mondo per poi congedarsi con una veste insozzata di sangue forse mestruale, dopo aver affrontato con il candore di ragazzina il macabro racconto del suo rapporto con il cibo, tema femminile di costante attualità. 
Foto Marco Caselli
Raimondi e Castellani hanno immaginato lo spettacolo attorno alle abitudine quotidiane di Olga, alle sue reali passioni, hanno limato per un anno gli elementi che venivano fuori da un lavoro che è in gran parte frutto di libere improvvisazioni. Lo spettacolo non è certo adatto ad ogni platea, i tempi delle azioni non sono quelli convenzionali del teatro bensì quelli stabiliti e calzati a misura di ragazza ma resta molto convincente l’idea di fondo di rendere gli episodi di vita ordinaria una straordinaria occasione di riflessione sul mondo giovanile e più in generale sulla considerazione che un’adolescente ha di sé in una fase esistenziale profondamente critica. Ci vuole sensibilità e saggezza per raccontare la trasformazione del proprio corpo e la nuova percezione del mondo da parte di un giovane individuo che si proietta in quella che Joseph Conrad identificava con la linea d’ombra. Si affacciano i primi turbamenti dell’anima, l’individuazione di un mondo interiore con il quale cominciare a prendere faticosamente dimestichezza. Provare a vestire la propria vita come un abito buono per tutte le occasioni è il lavoro di un’esistenza intera ma il manifestarsi di questo lavoro che è una fatica vera e propria appare qui con tutta la sua incontrollabile e inarrestabile spinta alla vita di una giovanissima donna. Attraverso la sponda letteraria offerta da Lolita, il romanzo di Vladimir Nabokov, entriamo nella vita e nell’appropriazione della propria identità da parte di una ragazza che vive con difficoltà i pesanti condizionamenti della cultura dominante. Con determinazione Lolita mette in discussione la famiglia, i suoi coetanei, la scuola, i modelli di una società forse al tramonto dell’era più spiccatamente consumistica. Hayao Miyazaki, il regista e disegnatore giapponese di animazione, tra i più sensibili osservatori dell’adolescenza, ha scritto storie memorabili sui bambini in crescita. Lolita racconta come in una soggettiva cinematografica quello stesso passaggio, sola nel pieno del processo di trasformazione il personaggio teatrale costruisce l’impalcatura della sua età adulta, corazzata e pronta alla battaglia della vita come solo un adolescente sa esserlo. 
Foto Salvatore Pastore
Desdemona è un intenso ritratto femminile diretto dal regista americano Peter Sellars su testo della scrittrice afroamericana premio Nobel Toni Morrison e presentato al teatro Mercadante. Lo spettacolo mette in scena il dramma del personaggio scespiriano, uno dei casi più noti di uxoricidio del teatro occidentale, qui la storia subisce un’enfasi verso il registro lirico attraverso il dialogo oltremondano tra la giovane moglie di Otello, nella splendida interpretazione di Tina Benko, e la sua balia africana Barbary incarnata dalla cantante maliana Rokia Traorè in estasi musicale. La scena costruita sulla contrapposizione di bianchi e neri nei tessuti come nei corpi degli attori/musicisti, è una visione essenziale di forme di vetro e punti di luce disseminati sul palco e tesa verso una rappresentazione tenue ed accorata del mondo oltre la vita. Alla prova generale Peter Sellars ci racconta la genesi dello spettacolo. Qualche anno fa – racconta – ero a pranzo con Toni Morrison e il discorso cadde su Otello che personalmente avevo sempre considerato il peggior dramma di Shakespeare. Toni passò le 4 ore successive a convincermi che sbagliavo. Decidemmo di fare una scommessa, io avrei dovuto mettere in piedi una produzione dell’Otello e lei avrebbe dovuto scrivere un testo che metteva in luce ciò che mancava nel dramma scespiriano. Cominciammo a lavorare e Toni partecipava alle prove ma ciò che era ancora assente era il dialogo di Otello con se stesso. Amleto, la tragedia precedente di Shakespeare, era tutta un soliloquio, qui invece solo dieci righe. 
Foto Salvatore Pastore
Non sappiamo cosa pensa Otello intimamente, non conosciamo i suoi segreti. Molto curioso che tutto ciò nasca dall’autore di Amleto. Otello sembra non avere una vita interiore e lo vediamo solo in rapporto al mondo dei bianchi. Non sappiamo cosa mangia, cosa ascolta, qual è il suo rapporto con l’Africa. Per Toni tutto questo assume un valore anche maggiore se rapportato al mondo femminile. Le donne in Otello non parlano. Per Shakespeare l’ideale femminile è silenzioso per Toni invece la donna ha molto da dire. E così finalmente le donne in Desdemona parlano. Altro personaggio interessante è Emilia (la moglie di Iago grazie alla cui ignara complicità Otello si convincerà del tradimento di Desdemona n.d.r.), lei sa tutto ma non dice nulla anche a costo della sua stessa vita. Prima ancora dei nazisti Shakespeare ha posto l’equazione silenzio uguale sterminio di massa. Il silenzio è pericoloso perché induce all’omicidio collettivo. Toni cominciò a riflettere su questo aspetto. In Shakespeare Otello e Desdemona si sposano il martedì e Otello uccide Desdemona il mercoledì sera. Un matrimonio davvero veloce. Toni ha voluto concedere ai due sposi più tempo in uno spazio senza tempo. Dopo la morte attraverso il suono delle loro voci. C’è solo una riga subito prima che Desdemona intoni la famosa Willow Song (la canzone del pianto) nella quale parlando con Emilia dice: «Sono molto triste, mi risuona dentro questa canzone che non mi lascia mai, la imparai dalla serva di mia madre Barbary. Lei morì di crepacuore per amore». 
Foto Salvatore Pastore
Poi Desdemona comincia a cantare. In una sola riga Shakespeare ci dice alcune cose importanti e cioè che puoi morire perché qualcuno ti spezza il cuore senza usare nessuna arma ma solo negandoti il suo amore. Questa immagine di morte è terrificante, Otello è un dramma di cruda violenza verso le donne. Apprendiamo inoltre che, come sempre accade in Shakespeare, la famiglia non capisce le esigenze dei propri figli soprattutto delle femmine, la madre nei drammi scespiriani è sempre assente. Quando Shakespeare parla di Barbary e del suo ruolo di genitore premuroso verso Desdemona in realtà parla dell’Africa e di una storia che gli inglesi difficilmente digerivano quando nel corso del XVI e XVII secolo i pirati africani derubavano i carichi delle navi britanniche e rendevano schiavi chi era su quelle navi. Ovviamente gli inglesi bianchi erano profondamente disturbati da tutto questo, per loro era inconcepibile che dei bianchi diventassero schiavi dei neri, la cosa funzionava solo al contrario per loro. Una delegazione di ambasciatori nord africani partì nel 1600 per incontrare la regina Elisabetta. Quella fu la prima volta che a Londra si videro africani ben vestiti e accolti con tutti gli onori. Nel 1603 Shakespeare usa la parola Barbary in Otello per indicare un personaggio dalla pelle nera che alleva Desdemona come fosse sua figlia. Una serva africana aveva nutrito ed educato questa intelligente, bella e indipendente donna bianca, le aveva raccontato storie africane e cantato canzoni africane. 
Foto Salvatore Pastore
Quando Otello parla a Desdemona della sua storia di musulmano nero, Desdemona già conosce tutto perché glielo ha raccontato Barbary. La musica di Desdemona è la musica africana di Barbary per questo abbiamo invitato Rokia Traorè a lavorare allo spettacolo. Rokia canta ciò che Desdemona traduce nella sua lingua con la sua sensibilità di donna acculturata con altri principi ed altre suggestioni che sono quelle dell’Africa di Barbary/Rokia. A Napoli e a Raffaele Viviani infine è dedicato Circo Equestre Sgueglia uno degli spettacoli di punta del festival presentato al teatro San Ferdinando nell’ultimo fine settimana di programmazione. Affidato al regista argentino Alfredo Arias lo spettacolo propone l’opera teatrale composta da Viviani nel 1922 dagli evidenti connotati autobiografici. Il circo, la dinamica della vita artistica di gruppo, i turni di lavoro massacranti e mal retribuiti, la povertà e gli stenti sono tutti elementi che Viviani conosceva bene sin da quando bambino, rimasto orfano di padre, fu costretto a continuare la vita di palco che aveva cominciato per gioco quando non aveva ancora obblighi verso la famiglia. Furono anni importanti che gli servirono a disegnare i contorni del suo mondo, a perfezionare la sua visione del teatro animato da vivide figure popolari e dalla realtà di una città brulicante di storie di miserabili, saggi e diseredati. Arias non tradisce nessuno di questi aspetti dell’originale napoletano e li concentra in una forma da camera sfrondando la coralità dell’originale. La mescolanza di circo e rappresentazione teatrale condivisa nella più totale indigenza è il filo che lega insieme il drammaturgo napoletano al regista argentino. 
Foto Salvatore Pastore
Egli stesso è da sempre attratto dal melodramma e dalla vita di circo: “In Argentina – racconta nelle note di accompagnamento allo spettacolo – c’era la tradizione del Circo Criollo gestito dalla famiglia Podestà in cui si mescolava il circo, il music-hall e il teatro. Questa compagnia aveva in repertorio L’épopée du gaucho Juan Moreira, eroe solitario della Pampa. Mio padre lavorava in un’industria tessile che realizzava le celebri espadrillas Alpargatas che usavano gli uomini della Pampa, i gauchos. Questa azienda produceva anche i tessuti che servivano a ricoprire i tendoni dei circhi come Los Hermanos Rivero o il Sarrassani che giravano il paese. Mio padre riceveva spesso degli inviti per i loro spettacoli. Ricordo ancora l’odore delle bestie mescolato a quello della segatura che trascinavano sulla pista”. L’altro aspetto centrale è quello cosiddetto larmoyant che da Viviani passa ad Arias e fa in modo che l’osservatore si immedesimi con la vicenda dei protagonisti Samuele e Zenobia, i più generosi e innocenti di tutta la storia rappresentata, come certi modelli felliniani, fino al punto che si potrebbe piangere se non fosse che la vita vera dal 1922 ad oggi ci ha sospinto lontano dal vicolo caro alla poetica di Viviani, ci ha assuefatti a ben altri melodrammi con o senza finzione scenica e talvolta addirittura costretti a spegnere il canale empatico. 
Foto Salvatore Pastore
Resta la forza dell’ironia di Viviani, la sua compassione verso un mondo che ama e conosce e a noi oggi la possibilità di assistere grazie al suo teatro ad una molteplicità di registri ed interpretazioni desunte dal più verace teatro dialettale come dalle esperienze più significative del teatro di ricerca attraverso le prove degli ottimi Massimiliano Gallo e Monica Nappo nei panni dei protagonisti e degli altrettanto efficaci e intelligenti Mauro Gioia il fine dicitore, perfetto punto di sutura tra il cabaret espressionista e il postribolo portuale, Giovanna Giuliani (Giannina), Tonino Taiuti (Bagonghi), Gennaro di Biase (Bettina) e ancora Marco Palumbo (Don Ciccio), Autilia Ranieri (Marietta), Francesco Di Leva (Roberto), Carmine Borrino (Giannetto) e Lorena Cacciatore (Nicolina). Una menzione speciale va ai musicisti Giuseppe Burgarella, Gianni Minale, Claudio Romano e Flavio Tanzi che accompagnano le numerose canzoni scritte da Viviani, delle quali solo alcune comprese originariamente nel dramma rappresentato, qui raccolte in un collage libero e ricco di suggestioni.


Simona Frasca