Maurizio Minardi – The Cook, The Clown, The Monk And The Accordionist (Belfagor Records)

Maurizio Minardi, bolognese d’origine ma dal 2008 sulla scena live di Londra, città in cui si è trasferito, conduce le danze con una musica di frontiera che mette insieme folk, classica, jazz ed improvvisazione. Pianista e fisarmonicista, Minardi vanta studi di Conservatorio e al DAMS, perfezionamenti jazzistici e una lunga carriera di compositore, anche come autore di canzoni (dal pop alla canzone d’autore, dal jazz al tango). Si propone con un nuovo disco, il cui titolo inevitabilmente porta alla mente la celebre pellicola di Peter Greenway. “Nel film di Greenway i personaggi sono grotteschi, drammatici ma allo stesso tempo. comici Analogamente i brani del mio album sono pieni di humour e nello stesso tempo drammatici. I riferimenti alla musica barocca, come fa del resto Nyman, sono continui specialmente nella trilogia del Monk”, racconta il musicista, raggiunto nella capitale inglese. Aggiunge: “A differenza del CD precedente, “My piano trio”, dedicato alla letteratura del piano in trio, mi piaceva l’idea di dare coerenza stilistica utilizzando per tutto il CD la fisarmonica e tenere separati due modi di scrivere, che sono notevolmente diversi, per la differente natura dei due strumenti”. Minardi è accompagnato, superbamente, dal violoncello di Shirley Smart e dal contrabbasso di Nick Pini, mentre Jason Reeve e Marco Quarantotto si suddividono il lavoro, solido e puntuale, alla batteria. Quella del bolognese è musica dal pensiero cinematografico, produce formule compositive che possono accompagnare immagini e palcoscenici: musica cinematica, ci viene di definirla, checché il termine sia abusato; esplicita è la sua stima per compositori che hanno fatto la storia delle colonne sonore, come Rota, Morricone, (naturalmente) il già citato Nyman, ma anche Yann Tiersen. La scrittura presenta un reticolo di influenze diverse: tango, jazz, musica barocca, minimalismo, lirica, folk italiano e tradizione bandistica nostrana. Album aperto da "The Cook In Love", tema dai suggestivi richiami a Rossini, “grande operista ma anche appassionato gourmet”, ricorda ancora Minardi, nel raccontare un brano costruito sullo stile del crescendo rossiniano tipico delle sue overture. In contrasto, ecco l’iterativo procedere di "Penguin", omaggio alla Café Orchestra dell’indimenticabile Simon Jeffes, altro nume tutelare del compositore bolognese. Notevole il trittico di contrastanti umori musicali che corrispondono pienamente alla narrazione delle vicende del monaco (“The Monk’s Escape", "The Monk Abandoned" e "The Monk Is Back"). Così lo presenta Maurizio: “La trilogia del Monaco è ispirata alla voglia comune di evadere da una routine, affrontare i pericoli di una vita nuova, ma anche di pentirsi e ritrovare la gioia delle vecchie consuetudini”. Invece, l’origine di “Five is better than Four”, che mette in risalto sia la combinazione d’insieme del quartetto sia la forza dei singoli musicisti, è così spiegata dal fisarmonicista: “Nasce come risposta ironica ad un musicista che si lamentava della moda recente di utilizzare metriche dispari nel jazz contemporaneo…”. “The black book” si snoda tra Philip Glass e Piazzolla, mentre non ha bisogno di spiegazioni "Marcello", devoto tributo a Mastroianni, composizione dai profumi rotiani, con un potente sostegno del contrabbasso. Altro brano di forte impatto è "The Taming of the Shrew", che si sviluppa a partire da un ritmo tarantella per arricchirsi di una denso tessuto sonoro. “Prende spunto da una mia recente esperienza come fisarmonicista con la Royal Shakespeare Company. Per l'allestimento dell’opera di Shakespeare, il compositore John Eacott si era ispirato alla musica popolare italiana degli anni '50. Ho trovato molto curioso l'accostamento e questo mi ha ispirato un brano che avevo iniziato ad improvvisare sul palcoscenico proprio per ricreare l'atmosfera voluta dal compositore”, chiosa Minardi. “Inoltre, essendo calabrese di origine, era un mio desiderio proporre l'adozione non filologica del ritmo travolgente di questa tipica danza del sud Italia”. Il violoncello di Smart è sovrano nelle atmosfere inquiete di “The Gambling Queen”. Il finale è per il racconto fantasioso di "Dirty Clown". L’inizio malinconico riproduce il cliché del un clown triste, poi la tensione cresce: “È il tentativo del clown di fuggire al suo ruolo”. Le battute finali lasciano poco spazio alla speranza, visto che i musicisti riprendono il tema di una marcia funebre, come per sancire l’impossibile espressività alternativa: “l'impossibilità di uscire dai ruoli che per troppo tempo si è assunti all'interno di una comunità”. 


Ciro De Rosa