Intervista con Rokia Traorè

Foto Salvatore Pastore
Rokia Traorè è tra le più acclamate voci dell’Africa contemporanea impegnata attraverso la musica nell’emancipazione del suo paese il Mali straziato da una feroce guerra tutt’ora in corso. La incontriamo per la prima italiana di Desdemona, il fortunato spettacolo diretto da Peter Sellars su testo della scrittrice afroamericana Toni Morrison, premio Nobel nel 1993, ospitato al Napoli Teatro Festival Italia. 

Dal 2011 siete impegnati nella rappresentazione di Desdemona in giro per il mondo, cosa c’è di diverso nel personaggio della Morrison rispetto all’originale scespiriano? 
Il dramma di Desdemona così come lo ha immaginato Toni è concentrato su un aspetto che nell’originale è del tutto marginale cioè il rapporto tra la sfortunata moglie di Otello e la sua balia africana che l’ha cresciuta e educata come una figlia. È un rapporto tra donne in apparenza diverse ma profondamente unite dall’amore. Barbary è il nome della balia cui abbiamo dedicato il nostro interesse di donne offrendole la rivincita della storia ed io stessa sulla scena interpreto il suo personaggio in chiave musicale. Dietro il nome di Barbary si nasconde una realtà culturale fatta di abitudini sociali, tradizioni molteplici e complesse che nell’Inghilterra del XVII secolo era praticamente sconosciuta.

Come è stato il tuo rapporto con Toni Morrison, intellettuale nera impegnata da sempre su questioni etniche e femminili? 
Per me Toni è stata una fonte di apprendimento enorme. Lei è più grande e più saggia di me, è stato uno scambio tra generazioni diverse. Toni mi ha insegnato molto e non solo rispetto al nostro lavoro ma rispetto alla vita. Nella mia formazione scolastica ho studiato come traduttrice e insegnante di inglese ma non ho mai esercitato la professione. L’incontro con Toni mi ha spinto a riflettere sulla lingua in termini culturali, intellettuali ma anche rispetto agli elementi stessi di grammatica della lingua. È stata una sorta di riscoperta di cose che già sapevo ma che non avevo mai approcciato in una chiave così approfondita. Forse il fatto di riflettere su una questione che è anche razziale in qualche modo, implicitamente, ci ha fatto pensare rispettivamente alle differenze culturali, ma mai in maniera consapevole. Condividiamo la comune radice africana ma le nostre riflessioni erano rivolte soprattutto alla libertà e ai diritti femminili e mi sono trovata quasi sempre d’accordo con le sue considerazioni.

Foto Salvatore Pastore
Come è nato il progetto di Desdemona e in che cosa è consistito il tuo ruolo ad li là della presenza sul palco? 
Fu Sellars a metterci in contatto dopo che lui e Toni avevano deciso di scrivere una pièce tratta dall’Otello sfatando l’idea che Peter stesso aveva di un dramma dai toni un po’ fiacchi. Abbiamo cominciato un fitto scambio di email, lei lanciava le idee, dava le indicazioni e io eseguivo. La visione di Toni aggiunge un colpo di scena che è anche una forte alterazione dell’originale con aggiunte importanti proprio nella visione femminile del dramma originale. Mi sono messa nella posizione di dover imparare. Era la sua visione del mondo a dettare la strada da seguire. Ho scritto moltissimi testi in inglese e bambara (la lingua e l’etnia cui appartiene la Traorè n.d.r.) e poi li cantavo, il mio lavoro è stato soprattutto di songwriting. Anche qui le indicazioni di Toni sono state fondamentali, non volevo tradire il senso delle sue parole, il cuore della sua visione del personaggio scespiriano. La musica nel senso di combinazione dei suoni è scaturita direttamente dal testo di Toni. Dopo aver composto le canzoni ho coinvolto la band. 

Da tempo sei un’artista riconosciuta nel mondo perché hai deciso di restare in Mali, un paese in guerra che non offre certo le opportunità della Francia, la tua seconda patria? 
Innanzitutto il piacere di formare dei musicisti nei quali credo, capaci e intelligenti e che sono convinta possano trovare lavoro grazie alle loro qualità di artisti. Le due voci femminili del coro di Desdemona sono giovani cantanti mie allieve Fatim Kouyatè e Bintou Soumbounou, si sono formate nella Fondation Passerelle da me diretta in Mali. Mamadyba Camara che suona la kora collabora con me alla Fondazione dal 2010 ed è uno dei più grandi interpreti di questo strumento, è il figlio di una delle voci principali dell’orchestra nazionale del Mali. Mamah Diabatè che suona lo ngoni (un cordofono, simile al banjo n.d.r.) è con me da più di 10 anni ed è presente in tutti i miei album. Nonostante negli anni la musica maliana si sia imposta al di fuori dei confini nazionali resta il fatto che i musicisti maliani non riescono a diventare dei professionisti. Non solo perché il nostro mercato discografico è insufficiente ma anche perché le occasioni di suonare dal vivo sono poche ed il circuito è intermittente e disorganizzato. Alcuni leader e organizzazioni di cooperazione internazionale sono convinti che sia fondamentale creare delle opportunità di lavoro attraverso la musica perché la nostra musica è una delle più raffinate e ricche dell’Africa occidentale e rappresenta una reale opportunità di crescita. Ho vissuto molto tempo fuori, in Francia e non solo. 5 anni fa ho deciso di rientrare per seguire il mio progetto con la fondazione a Bamako. Insegno lì e non mi è possibile farlo risiedendo in un altro continente. Ma in verità non sono mai stata lontana dal Mali per periodi lunghi, ho la cittadinanza francese e mi sento completamente francese così come sono completamente maliana. Il Mali ha bisogno di me più di quanto ne abbia bisogno la Francia, sento di dover restituire qualcosa al mio paese e di essere in grado di farlo. Il Mali è un paese magnifico se non consideri che siamo nel bel mezzo di una guerra. Ci sono tante cose da scoprire e noi tutti abbiamo una grande responsabilità nel ricostruire il nostro paese. È un luogo ricco di cultura e soprattutto di tradizioni musicali anche quando la guerra il cui fronte principale è nel nord del paese si è spinta a sud vicino a casa mia, non ho mai pensato di andar via. Lì ci sono i miei amici, la mia famiglia, i miei progetti. Sono convinta che dobbiamo fare qualcosa per arrestare il conflitto ed è per questo che dico che il Mali ha bisogno di me.


Simona Frasca