Barrule – Barrule (Wardfell Records)

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Ellan Vannin non occupa uno spazio centrale nell’immaginario musicale di quanti ascoltano folk cosiddetto celtico. Eppure Man, isola situata a metà strada tra Gran Bretagna e Irlanda, è una delle “nazioni celtiche” annualmente rappresentate al mega festival bretone di Lorient. Cosicché un disco d’esodio come quello del trio Barrule si presenta come una significativa novità sotto molti punti di vista: siamo alle prese con una band di giovani musicisti, animati dal proposito di far conoscere ed apprezzare il ricco e variegato retaggio tradizionale dell’isola. Ad evocare il passato gaelico hanno scelto il nome del picco ove sorgeva – si dice – la dimora della divinità celtica Manannan Mac Lir. I Barrule sono Jamie Smith (fisarmonica, voce, chitarra acustica) e Adam, Rhodes (bouzouki, seconda voce), componenti anche dell’ensemble gallese Mabon, e Tomas Callister (violino, banjo tenore), musicisti che per nascita, ascendenza o scelta di vita ed stetica sono fortemente legati alla cultura isolana. Se è vero che secondo le fredde statistiche il mannese, la lingua locale, si sarebbe estinta nel 1974 con la scomparsa dell’ultimo parlante, già tempo prima si è innestato un revival linguistico e culturale, che ha poi avuto come esito la creazione della Manx Heritage Foundation, finanziatore dell’album eponimo del trio. Ci troviamo di fronte a tredici tracce, di cui nove strumentali e quattro canzoni: di queste ultime due sono tradizionali mannesi e due nascono dalla penna di Greg Joughin, apprezzato cantante locale aggregato al gruppo, nonché suocero di Jamie.
Oltre a Greg la band si avvale in primo luogo del contributo del produttore e musicista Dylan Fowler (chitara acustica, lap steel e tabwrdd) e di David Kilgallan (piano), ma anche di Malcom Stitt (chitarra acustica), Clare Salamon (ghironda), Will Lang (bodhran). L’album è aperto da una “Mylecharaine’s March”, una bella melodia che è alla base dell’inno nazionale di Man. “In search of manannan” è una ballata di gusto contemporaneo, cantata da Greg Joughlin, timbro caldo e a tratti arrochito, impreziosita ritmicamente da tocchi di banjo e bouzouki e melodicamente dal suono della ghironda. La canzone è chiusa dallo strumentale (“Sac”) composto da un altro musicista mannese, con Rhodes componente dei King Chiaullee. La dolce “Arrane y Chlean”, guidata dalla fisarmonica di Jamie, è un’altra melodia tradizionale, cui fa da contraltare il successivo set di danze. “She Lohong Honnick Me”, raccolta sul finire dell’Ottocento, è un’altra ballata dall’andamento agile, ben confezionata grazie all’intreccio di violino, fisarmonica, lap steel, bouzouki e percussioni. Si prosegue con strumentali, sicuramente il maggiore punto di forza della band, prima di approdare all’unica canzone in inglese, “Langness”, che racconta della sconfitta del progetto di costruzione di un campo da golf in uno stretto lembo di terra peninsulare a sud-ovest dell’isola, naturalisticamente rilevante per la presenza di un rara specie di grillo. “Engage” mette in piena luce ancora la verve strumentale del trio, mentre “Ny Kirree Fo Niaghtey” è una popolarissima ballata settecentesca, di cui ricordiamo la versione folk-rockettara degli irlandesi Horslips nell’album “Drive the Cold Winter Away”. Il trittico finale è tutto strumentale, con il contrasto tra la leggerezza di “Europop Von” e i paesaggi sonori lenti e fascinosi guidati dal violino (“O My Graih” e “Irree Ny Greiney”). Con i Barrule si va alla scoperta di una “terra celtica” minore, ma non meno degna di essere conosciuta ed apprezzata. 


Ciro De Rosa