Tutte Le Mazurche del Mondo, Varsavia, 9-13 maggio 2013

Janusz Prusinowsky guida le danze con Maria Siwiec del coro di Gałki
Mazurca. Cosa evoca questa parola nella vostra mente? Tristi pomeriggi al circolo degli anziani? Estenuati pianisti che eseguono tutto in rubato? Le variazioni del Migliavacca? Sbagliato. O meglio, c'è molto di più. Per liberarsi dei luoghi comuni sulla mazurca nulla di meglio di andare a Varsavia, al Festival “Tutte le mazurche del mondo” che un gruppo di appassionati raccolti attorno al violinista Janusz Prusinowski, il cui gruppo mi aveva molto impressionato al concerto cui avevo avuto la fortuna di assistere durante il Womex 2012 di Salonicco, organizza dal 2010. Grazie quindi al gentile invito dell'attivissimo e organizzato Istituto Adam Mikiewicz, che dal 2000 si occupa con successo della promozione della cultura polacca all'estero, che mi ha permesso di immergermi per qualche giorno nel turbine delle mazurche e di tutto quello che si muove intorno alla cultura musicale popolare polacca. Relegata nel “blocco orientale” fino al 1989, la Polonia è invece dal punto di vista culturale, se non linguistico, una delle voci fondanti dell'identità europea del Novecento, particolarmente importante nel campo del cinema (Polansky, Wajda, Kieslowsky) e del jazz: Komeda, Stanko, Urbaniak, Namyslowsky, Dudziak, e anche Krzysztof Penderecki: potrà sorprendere qualcuno ma una delle prime e tuttora più riuscite esperienze di dialogo tra musica europea d'avanguardia del novecento e improvvisazione di matrice afroamericana fu proprio Actions, un progetto del 1971 con Don Cherry e Penderecki. 
Nyckelharpa
La rivista polacca Jazz Forum, pubblicata in edizione inglese dal 1967 al 1989, è stata senza dubbio come dice il suo programmatico titolo il più importante forum globale per il jazz, con una attenzione particolare a tutto quello che si muoveva fuori dagli USA e specialmente in Europa. Non solo una importantissima cassa di risonanza ma un contributo decisivo alla creazione di uno spazio comune jazzistico europeo, quando ancora l'Europa politica era di là da venire: un ruolo d'avanguardia e d'unificazione che la cultura polacca sembra aver interpretato a più riprese nel corso dei secoli. La musica di Chopin è certamente rappresentativa di una di queste fasi, e anche se noi tendiamo ad associarlo con la cultura francese egli era, nelle parole di George Sand, più polacco della Polonia stessa. Le sue mazurche, ispirate al repertorio popolare, ne sono una delle testimonianze più intense, ma le danze polacche in tutte le loro variazioni si sono diffuse in Europa fino da due secoli prima. Sono queste radici popolari che il festival esplora con grande rigore, senza limitarsi ad esse ma anzi indagando i rapporti con la musica composta, sia antica che contemporanea, e con tutte le avanguardie. Non faccio in tempo a sentirlo, ma uno dei concerti del festival, tenuto da un'orchestra contemporanea, è dedicato all'esplorazione del ruolo della musica folk nelle opere di Lutoslawski degli anni Cinquanta, come la Piccola Suite per Orchestra. E non si tratta solo di concerti: la mazurca è fatta per essere ballata e il cuore del festival è un sabato sera di danze, ma in tutti i concerti non manca mai l'elemento di partecipazione del pubblico e degli artisti stessi, che spesso e volentieri lasciano gli strumenti e invitano una dama per trascinarla nel vortice. Era anzi questo uno degli elementi che più mi aveva colpito dell'esibizione a Salonicco. Oltre alle danze suonate, cantate e ballate il festival è anche seminari, in cui musicisti della tradizione trasmettono alle giovani generazioni brani e tecniche, e organizza una mostra di strumenti tradizionali con relative dimostrazioni, vendita di cd e proiezione di documentari. E il festival delle mazurche è solo una delle voci di una significativa scena world e neo-trad, con band come Trebunie-Tutki, Orkiestra Św. Mikołaja, Kapela Ze Wsi Warszawa e R.U.T.A che negli anni si sono ritagliate uno ruolo di primo piano nei festival europei. Un movimento musicale vibrante anche per l’esistenza di numerose rassegne annuali di matrice world a Varsavia, Lublino e Poznan, e quelle dedicate al klezmer, con band come Kroke e Cukunft. Non da ultimo, ricordiamo sempre nella capitale, il festival-concorso Nowa Tradycja, che ha chiuso i battenti proprio la scorsa settimana, organizzato dalla Radio Nazionale Polacca. 

9 Maggio 
Czesław Adamczyk e Katarzyna Zedel del Museo di Szydłowiec
Varsavia è assolata al nostro arrivo, gli abitanti vanno in giro in infradito e calzoncini per far fronte agli inconsueti 25 gradi, e da tutte le parti sono evidenti i segni di un crescente benessere: cantieri per nuovi alberghi, zone industriali, metropolitana in espansione. Ma la memoria delle tragedie del passato non muore, basta grattare un poco la vernice e ragazzi nati dopo il 1989 parlano con emozione delle lotte per l'indipendenza dei secoli passati, e dei drammi dell'ultimo: lo sterminio degli ebrei del ghetto, e poi la tragica fine della Rivolta di Varsavia, quell'insurrezione popolare organizzata dal governo clandestino nel 1944 – da non confondere con la rivolta del ghetto, avvenuta l'anno prima, 1943 – che vide l'esercito nazionale combattere per due mesi, con poche armi e minor addestramento, contro preponderanti forze naziste, e che fu lasciata morire di comune accordo dalle grandi potenze USA e URSS per addomesticare la Polonia e assicurare la riuscita della divisione del mondo in sfere di influenza: manovra miope riuscita a breve termine ma fallita e anzi causa di un orgoglio nazionale accresciuto. Il nuovo e moderno Museo dell'Insurrezione è una visita sconvolgente, ma doverosa e istruttiva; il Museo della Civiltà Ebraica di Varsavia è invece ancora in corso di allestimento anche se l'edificio è già pronto e visitabile. Tutti buoni segnali che allo sviluppo economico si accompagna in modo consistente la valorizzazione della storia e della cultura. Il festival si svolge in vari luoghi della città, tra cui il Centro Regionale della Mazovia (la regione di Varsavia) per le arti e la cultura, in cui è coincidentalmente esposta una bellissima mostra dei manifesti originali del Jazz Jamboree, lo storico festival polacco (la Polonia è sempre stata famosa per i suoi artisti grafici, che hanno realizzato manifesti di concerti e copertine di dischi anche all'estero, e un'altra mostra di fronte al Palazzo presidenziale ne presenta l'opera). All'arrivo ogni sala della bella struttura (molti edifici di Varsavia sono assai eleganti, anche se non mancano case popolari di stile un po' cupo) si rivela colma di ragazzi che praticano con maestri tradizionali gli strumenti classici della mazurka, approfondendone le sottigliezze nei ritmi e nel fraseggio delle melodie. La mazurka può essere anche cantata, ma ne esiste una versione strumentale, l'oberek, caratterizzata da vertiginosi virtuosismi. In tutti i casi, il ruolo del violinista è importante perchè il suo fraseggio ispira e guida i ballerini a introdurre varianti nel loro movimento di base; per questo gli strumentisti “ascoltano” la sala, in un rapporto dialettico che nelle forme commercializzate di ballo è perso. Non si può non pensare ai primi batteristi di jazz che cercavano quel momento magico in cui il ritmo della band si sincronizzava con il fruscìo dei piedi dei ballerini. La sera il Centro stesso ospita i concerti in una sala troppo piccola per il pubblico entusiasta. Dati i rapporti storici difficili, è bello vedere gruppi ucraini e russi che portano al festival le loro tradizioni. I russi del gruppo Naroda sono particolarmente intensi nella loro riproposizione di canti e danze di aree diverse del loro enorme paese. La polifonia a sei od otto voci dei canti religiosi della Siberia dell'Ovest è profonda ed ammirevole, come è spettacolare il modo in cui il coro si trasforma subito dopo in un corpo di ballo dai movimenti semplici ma eleganti e ben sincronizzati. Ma dopo il concerto cominciano le danze, aperte dalla ricercatrice russa Marina Krjukowa, travolgente anche come performer al violino e alla voce. 

10 maggio 
I Russi Romoda
Il giorno dopo la perfetta organizzazione dell'istituto Mickievicz porta la delegazione di ospiti presso l'Istituto per l'Arte e le Tradizioni popolari dell'Accademia Polacca delle Scienze, dove il responsabile dell'archivio ci illustra la storia delle tradizioni etnografiche – purtroppo largamente andate perse durante l'ultima guerra a causa della sistematica distruzione della città e del suo patrimonio artistico e culturale perpetrata dai nazisti, e poi faticosamente ricostruite negli anni Cinquanta da gruppi di pionieristici ricercatori. Oggi l'Archivio è attivo sia come raccolta sia come digitalizzazione e pubblicazione delle registrazioni storiche; in particolare il primo volume della serie (1945 – 1950) presenta un affresco vibrante di una ricchissima tradizione regionale (informazioni ulteriori presso www.ispan.pl/en). La sera i concerti si sono spostati alla Fortezza (in polacco scritto Forteca, ma suona come in italiano), una struttura situata in un parco e normalmente usata come ristorante e per feste, con un grande spazio centrale coperto da un tendone e cavernose sale disposte a raggiera intorno. Il programma è a tema baltico, con la partecipazione di gruppi svedesi: nel Cinquecento infatti Svezia, Polonia e Lituania sono state uno stato unico, e a tutt'oggi la componente scandinava è ben presente nella cultura e direi nello stile di vita polacco. La sezione svedese è coordinata dal violinista Magnus Gustafsson, ed è un po' troppo affollata, con troppi gruppi e poco tempo. Oltre a Gustafsson spicca il Nyckelharpa trio: la nyckelharpa è un violino a tastiera, sorta di anello di congiunzione tra la viola da braccio e la ghironda. Il gruppo esegue le versioni svedesi di danze polacche che in Svezia nei secoli hanno acquisito caratteristiche proprie pur mantenendo nomi originali – polska, pols e polsk. Affascinante la proposta musicale dell'Orchestra Csazow Zarazy (l'orchestra del tempo del colera) che riesegue le danze polacche trascritte nel Settecento da Telemann – il compositore barocco ne fu ispirato dopo averle sentite a Berlino - con un ensemble inedito: cornamusa, violino, trombone, basso e regal (un organo positivo a doppio mantice tipicamente polacco e a volte difficilmente controllabile, forse perchè in questo caso dotato di un moderno compressore). Il risultato è forse poco filologico ma certamente vitale – dove si vede ballare durante le esecuzioni di Telemann? Pezzo forte della serata la Kapela Brodow sotto la guida di Witek Broda, che quindici anni si dedica alla ricerca e alla documentazione delle tradizioni di una specifica regione della Polonia, intorno a Rzeszow, caratterizzata da una particolarmente inventiva, selvaggia ed energetica musica per violino. Con due violini, cymbalon e basso il gruppo ha un suono diretto, fortemente ritmico, e le due voci si intrecciano in una continua invenzione. In chiusura a segnalare l'ampiezza di orizzonti del festival e anche un fecondo rapporto tra jazz e tradizioni folk in Europa il set del gruppo di una delle vosi più importanti del jazz polacco, il sassofonista Zbigniew Namyslowski, che partecipa poi alla jam finale che accompagna una elegante polonaise danzata o più precisamente camminata dalla maggioranza del pubblico in sala. 

11 maggio 
Kapela Brodow con Witold Broda e Iwona Sojka
La giornata conclusiva del festival inizia in tarda mattinata quando sotto il tendone della fortezza viene allestita una fiera di strumenti popolari, dischi, libri, e tutto quanto è collegato alla tradizione. Nelle stanze intorno proseguono i seminari, con proiezione di documentari e atelier per bambini, e la fiera grazie alla bella giornata si espande all'esterno, nel parco, in cui continuano esibizioni improvvisate e scambi di informazioni tra i vari gruppi che partecipano al festival e i visitatori da molte nazioni europee; altri gruppi folk, tra cui uno turco, portano il loro contributo in amicizia e in un clima di festa. Dal regal suonato nel gruppo che eseguiva Telemann deriva forse la fisarmonica a pedali che permette al fisarmonicista di riposare schiena e braccia affidando il flusso dell'aria a un mantice azionato con i piedi; e la stessa cornamusa è dotata di un mantice posto sotto l'ascella dello strumentista che quindi non deve più insufflare nella pelle! Vecchi maestri incontrano nuovi musicisti, in un tripudio di fotocamere e riprese video, mentre musicisti di villaggio provano nuove batterie e fisarmoniche con atteggiamento professionale, ricordano matrimoni passati insieme e ricostruiscono melodie tradizionali. Quello che colpisce è la grande presenza di giovani, interessati e concentrati ma anche pronti a riprendere a ballare non appena c'è musica e spazio. E' poi comune il polistrumentismo, per cui tamburelli, bassi e violini passano da una mano all'altra senza distinzione fissa di ruoli. La sera niente concerto – solo danze, con una teoria di gruppi che si avvicendano e si mescolano sul palco, ospiti illustri come Namyslowski che si aggira interessato tra il pubblico, e aggiunte dell'ultimo momento come lo splendido gruppo lituano guidato da Laura Lukenskienė, etnomusicologa del museo degli strumenti popolari di Kaunas, e accompagnato da una dozzina di ragazzi che si materializzano tra la folla eseguendo misurate figure.
Stefan Novaczek violin workshop
Finalmente si esibisce anche quello che viene chiamato ancora lo Janusz Prusinowski Trio ma che è in realtà un gruppo a organico variabile con l'aggiunta stabile del fiatista Mihal Zak, e di altri musicisti a seconda dei brani e dei progetti: in questo caso è il trombettista Szczepan Pospieszalski a completare la formazione sul palco. Malgrado Janusz, il percussionista Piotr Piszczatowki e Mihal siano impegnatissimi nell'organizzazione, a far rispettare i tempi dei concerti e a far circolare i gruppi, non mancano le occasioni di vederli partecipare alle jam e alle danze. In questo senso decisivo il ruolo del bassista del gruppo Piotr Zgorzelski, specialista di danze popolari ed elegante conduttore dei balli. E' osservandolo che si capiscono bene le differenze ritmiche, il rapporto tra le varie parti del corpo, la solidità del busto rispetto alla velocità del gioco di piedi e gambe. Ma alla fine quello che resta è il vorticoso circolare delle coppie, verso un'estasi che ricorda come queste danze siano nate in una classe quasi di schiavi che trovava in esse una vitale dimensione di oblìo dalle terribili condizioni di lavoro. Tutti i gruppi dei giorni precedenti, ed altri, tornano sul palco; tra essi esponenti diretti della tradizione come il violinista Jan Gaca, ottantenne ma apparentemente ancora capace da buon musicista di matrimonio di suonare all'infinito per far ballare gli invitati, tant'è vero che dopo il suo set lo ritroviamo nell'atrio circondato di giovani ammiratori a suonare ancora, e nuove o nuovissime leve, come la giovanissima bassista e cantante del gruppo che ha vinto il concorso delle band tradizionali. Ma in molti gruppi ci sono musicisti di meno di vent'anni. Le danze si rinnovano e la notte scorre veloce... 

12 maggio 
Grazie di nuovo ai gentilissimi organizzatori abbiamo la possibilità di visitare la casa di Andrew Bienkowski, pittore d'avanguardia trasformatosi in etnomusicologo, che dagli anni Ottanta raccoglie registrazioni sul campo. E' una specie di Alan Lomax della mazurca, le sue ricerche hanno dato vita a una notevole serie di cd che sono una fonte inesauribile di materiale per il nuovo movimento folk. Ci accoglie con fervida ospitalità – un vero tratto nazionale dei polacchi – in una casa piena di quadri e musiche, ci mostra i primissimi video da lui raccolti negli anni ottanta, quando ancora una cassetta da registrare costava quanto lo stipendio mensile di un operaio. Espone come un fiume in piena le sue appassionate argomentazioni sulle origini e lo sviluppo della musica polacca: i volonterosi traduttori improvvisati sono in difficoltà ad arginarlo e a volte a interpretare quello che dice, ma la sua personalità travalica ogni ostacolo linguistico per comunicare con gli ascoltatori il valore di quello che ha raccolto. Maggiori informazioni al sito http://www.muzykaodnaleziona.pl/. 

13 maggio 
a casa di Jan Gaca con Mihal Zak, Maniuszka Bikont, Maria Gaca,
Jan Gaca, Michał Maziarz e Piotr Piszczatowski
La visita in Polonia viene coronata dalla possibilità unica di passare una giornata da invitati presso Jan Gaca e i musicisti del suo villaggio, soprattutto le straordinarie signore che non si facevano pregare, per tutto il festival, ad attaccare le loro allusive strofette matrimoniali o a lanciarsi nella danza. Prima a casa di Gaca a Przystałowice Małe e poi grazie alla gentile ospitalità della signora Maria Siwiec a Gałki, abbiamo avuto il piacere di mangiare la cucina locale, bere innumerevoli vodke che sembravano non lasciare tracce negative, e soprattutto ascoltare a lungo gli strumenti e le voci della tradizione del villaggio. Gaca proviene da una famiglia di musicisti, ha suonato per molti anni il tamburo prima di passare al violino ed il suo repertorio di polke, mazurche ed oberek è stato oggetto di studi, trascrizioni e diversi documentari: si tratta di una vera e propria memoria vivente della musica popolare polacca della regione di Radom, e davanti ai nostri occhi il processo prosegue. Jan, ci raccontano, è molto apprezzato per la sua capacità di suonare quello di cui hanno bisogno i ballerini per vivacizzare la danza con variazioni improvvisate, ed è un grande insegnante, paziente e abilissimo nell'individuare i punti deboli dei musicisti giovani; continua a incoraggiarli ripetendo con loro i brani che vogliono imparare finchè non li eseguono perfettamente, prima di incuriosirli con l'esecuzione di un nuovo pezzo. Naturalmente tutto questo processo avviene senza il supporto della scrittura, è del tutto orale e parte dall'imitazione del maestro. A casa di Maria un tavolo imbandito accoglie i visitatori stranieri e altri ospiti; in una felice confusione nel piccolo appartamento si mangia, si beve, si balla e si canta. Jan è inesauribile, passa alla percussione, accompagna il gruppo vocale, si sottopone volentieri alle domande, scherza con i visitatori. Al termine visitiamo la sede del gruppo locale di danza, in cui Maria organizza regolarmente le serate: un magazzino agricolo del gruppo volontario dei pompieri, spoglio e modesto, ma che i musicisti del gruppo di Prusinowski e gli altri ragazzi del nuovo folk chiamano con occhi brillanti “la nostra mecca”. Jan ci accompagna, la sua disposizione naturale all'allegria migliorata da vari bicchierini, ed esplode per le strade del villaggio in una rielaborazione vocale della Delilah di Tom Jones: in qualche modo sembra una perfetta conclusione della visita. 


Francesco Martinelli