June Tabor/Iain Ballamy/Huw Warren – Quercus (ECM/Ducale)

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Nel marzo del 2006 nella magnifica sala da concerto di The Anvil a Basingstoke, in Inghilterra, Jane Tabor, Huw Warren e Iain Ballamy hanno registrato una performance che è diventata sette anni dopo, passando per il missaggio al Rainbow studio di Oslo per mano di Manfred Eicher e Jan Erik Kongshaug, insieme a Ballamy e Warren, un disco capolavoro, Quercus. Nella presentazione dell’etichetta bavarese è detto che quercus, quercia in latino, vuol simboleggiare un albero dalle profonde radici nella tradizione popolare, ma con foglie e rami che si protraggono verso il jazz e l’improvvisazione, una metafora forse non nuova, certo calzante, che tuttavia non racconta per intero la natura di un disco che non si può banalmente schedare come folk riletto in salsa ECM. Album emozionante, elegante, pieno di lirismo, di qualità cameristica, che esalta la solida e duttile intesa tra la leggendaria signora del folk britannico, il pianista gallese, suo sodale da oltre due decenni, e il superbo sassofonista (tenore e soprano) inglese, già collaboratore nell’album At the Wood's Heart del 2005. Non nuova alle incursioni nel jazz, June (andate a ripescare soprattutto A Quiet Eye del 1999, ma anche il precedente Some Other Time del 1989 nel quale rileggeva un paio di standard jazz) si cimenta con un repertorio di ballate tradizionali, poesie e canzoni. Il trio ha successo nella difficile impresa di non produrre un disco di folk-jazz o di jazz dalle venature folk, e di riuscire magistralmente a compenetrare timbriche e liriche, melodia e fraseggio libero. “Lassie Lie Near Me”, del poeta nazionale scozzese Burns, apre l’opera: la voce di June si muove su un registro che accompagna la tenerezza del tema, mentre il sax agisce prima da seconda voce, poi si libra in interludio con il piano di Warren, ritorna a dialogare con la vocalist e infine riprende l’interazione con il piano di Huw. 
La successiva austera “Come Away Death” proviene dalla shakesperiana “Twelfth Night”: qui il tenore si muove all’unisono con la linea vocale scura di June, prima di esaltarsi in combinazione con il piano. Splendida la versione di “As I roved out”, famoso e sempre suggestivo tradizione irlandese, indimenticabile nella versione dei Planxty. Amori, addii, guerre: gli ultimi versi del traditional che auspicano il ritorno dell’amato, uno dei tanti poveri cristi mandati a combattere per sua Maestà (“And I wish the Queen would call home her armies/ From the West Indies, Amerkay and Spain/ And every man to his wedded woman/ In hopes that you and I will meet again”), aprono la strada ad un’altra poesia che si configurò come presagio della grande guerra che sarebbe arrivata di lì a poco: “The Lads In Their Hundreds”, tratto dalla raccolta “A Shropshire Lad” dell’inglese Alfred Edward Housman (1859-1936), musicata da George Butterworth, a sua volta scomparso nella carneficina della Somme proprio nel corso del primo conflitto mondiale, ed arrangiata con successo da Ballamy. Quasi elegiaco lo strumentale per solo piano “Teares”, ispirato al musicista elisabettiano John Dowland. Poi ancora due tradizionali, “Near But Far Way” e, soprattutto, “Brigg Fair”, in cui la voce di Tabor torreggia solitaria e fulgida. Si passa, poi, al versante contemporaneo; emerge per forza artistica “Who wants the evening rose”, col suo attacco di vago sapore mediorientale che lascia poi spazio ad un andamento da tango. Amore protagonista nello standard “This is always”, già incisa per Some Other Time. Musicisti sempre in stato di grazia nelle più misurate ma comunque incisive atmosfere di "A Tale from History (The Shooting)” e “All I Ask of You”, che concludono il set. Ascoltiamo tutti, rapiti dal vasto orizzonte creativo del trio. 


Ciro De Rosa