Intervista con Antonio Marotta

In occasione del prossimo meeting internazionale del Tamburello, organizzato dalla Società Italiana Tamburi a Cornice, che si svolgerà a Roma dal 10 al 12 maggio, abbiamo intervistato Antonio Marotta, percussionista e costruttore artigianale di tammorre, il quale ci ha raccontato il suo percorso di formazione musicale ed artigianale, da sempre strettamente connesso alle tradizioni della sua famiglia e dell’area del Nolano. 

Dove e come hai imparato a costruire le tammorre? 
Non so di preciso quando ho imparato a costruire le tammorre, ma sicuramente fa parte del mio quotidiano. Diversi però sono stati i fattori che mi hanno ispirato, sin da ragazzino ho frequentato la festa in onore della Madonna dell'Arco, il carnevale di Palma Campania, la festa dei gigli di Nola ed è in questi luoghi che ho imparato. 

Chi sono stati i tuoi maestri? 
A Nola, ad esempio, ho imparato la concia delle pelli presso un artigiano locale, a Palma Campania, invece, ho appreso come si seleziona il legno presso un’altro artigiano che lavorava nella fabbrica di mio nonno, che faceva il bottaio, mentre a Sant’ Anastasia ho assimilato la lavorazione della lamiera.

Quanto ha influito la tua famiglia nella tua passione per la musica? 
Mio padre era un musicista, e lavorava come posteggiatore in tanti locali, specialmente in Costiera Amalfitana. Credo sia stato lui a trasmettermi la passione per la chitarra e le canzoni napoletane antiche. Sono nato a Nola, ma successivamente mi trasferii a Palma Campania da mia nonna. Lei aveva un sacco di amici, che in qualche modo erano legati alle tradizioni popolari, parlo di cantori, maghe, carrettieri, insomma vecchi amici di una vita vissuta di stenti e fatiche. Mio nonno era un bottaio stimato, il padre oltre che bottaio era un personaggio particolare per Palma Campania, è stato il tramite tra una tradizione di carnevale legata al rituale processionale ed una danza composta da marce improvvisate comandate da un personaggio che a mo’ di “pazzeriello” faceva sorridere la gente durante la festa del carnevale. E’ qui, in questo contesto, che mi sono formato in questo piccolo grande contesto. 

Qual è stato il tuo primo approccio con la costruzione delle tammorre? 
Sono partito copiando le tammore che mi capitava di vedere, quelle appese ai muri nelle catapecchie, dove con i compagni di giochi mi riparavo dalla pioggia, quando scorrazzavo nelle campagne del Nolano. Mi chiedevo a che cosa servissero, fin quando ne recuperai una mezza rotta, la portai a casa. L'affidai nelle mani di mia nonna ed lei batté qualche colpo! Fu così che ne rimasi assai colpito rapito, non era un'abile suonatrice, ma ci sapeva fare. Incominciai a recuperare vecchi setacci dai quali toglievo la rete, e tramite un amico di famiglia, che lavorava in un mattatoio mi procuravo le pelli. Quei primi tentativi non diedero risultati particolari, fin quando non mi resi conto che come qualsiasi strumento a percussione doveva essere curato. 

Pian piano poi è diventato anche un lavoro… 
Crescendo incominciai ad appassionarmi alla musica studiando chitarra classica e cantando qua e là nelle feste patronali, dove mi procuravo qualche soldo. Contemporaneamente ho coltivato la passione per il legno, lavorando e rubacchiando piccoli segreti del mestiere in diverse botteghe di restauro di mobili antichi. 

Come si è indirizzato adesso il tuo lavoro? 
Oggi sperimento molto con il legno, costruisco tamburi in legno di noce, ciliegio, acero, castagno. Concio le pelli a mano, mediante l'uso della calce; utilizzo diverse pelli: capretto; caprettone; capra; agnello. Per quanto riguarda i cembali o sonagli di solito riciclo latta, ma per le cose più rifinite, utilizzo l'ottone. 

Qual è il tuo rapporto con gli altri costruttori? 
Ho un buon rapporto con i costruttori di tammorre che conosco, del resto siamo tutti così diversi, perché ognuno ha il suo stile e penso che questo sia un bene! 

Ci puoi parlare del mercato e delle forme di commercializzazione dei tuoi tamburelli? Che richiesta c'è da parte del pubblico? 
Devo dire che tutto sommato a me non piace vendere i miei tamburi. Lo faccio per lavoro è vero, ma non ne sono fiero Il fatto è che i tamburi nel mio mondo si fanno per tradizione, vengono costruiti per un occasione che fa parte di un rituale tradizionale come un carnevale, una festa in onore di una Madonna, feste private. Venderli per un soggetto che è abituato a tutto questo lo rende solo, ma allo stesso tempo è penso che sia una sfida! Una sfida ad un mondo globalizzato, che tende a schiacciare il "particolare" facendolo apparire come un surrogato di una comunità “cafona” da sagra! Da questo punto di vista credo che ne valga la pena. Di solito dopo i miei concerti allestisco un baco di vendita. Internet lo uso poco in questo senso, così come tendo a spedire molto poco.



Ciro De Rosa e Salvatore Esposito