Fiddle Or Violin?

Fotogramma del Film-Concerto Verso Damasco
Ho concluso ieri sera la sezione irlandese del tour europeo con la songwriter statunitense Mary Gauthier; mi trovo a Ballymun, sobborgo di Dublino: case popolari e gli alberghi di chi ha fretta di partire, data la vicinanza all’aeroporto. Io, depositato qui ieri notte dopo l’ultimo concerto, tuttavia, non ho fretta; il mio volo è questa sera. Alzo la mia pinta di Guinness per un brindisi e scrivo questa lettera, amici, per celebrare con voi la ricorrenza. Quasi sempre, dopo ogni concerto, qui in Irlanda, venivo approcciato da qualcuno che, additando il mio strumento, mi chiedeva: “Is that a fiddle or a violin?” La domanda non era certo oziosa: l’Irlanda è la patria del fiddle, del violino folk. Curioso che lo stesso strumento venga chiamato in due modi, a seconda di come viene suonato. La domanda, in realtà, mette in luce le due anime - sempre compresenti - del violino: lo strumento della massima speculazione intellettuale (pensiamo ai Quartetti di Beethoven), ma anche lo strumento dello zingaro, del gitano e dell’ebreo. Il violino ha in sé un’anima speculativa e una popolare. Le due anime coesistono, intrecciate come i mitici amanti Bauci e Filemone, tramutati in alberi, dopo la morte, per rimanere vicini. Nel legno del violino, due legni cantano ostinatamente la loro canzone: due canzoni diverse, distanti ma in contrappunto, difficili da separare, perché niente è più forte dell’amore. Pensiamo a Joseph Haydn, maestro del classicismo viennese, il maestro di Mozart e di Beethoven: la sua musica così accuratamente costruita, formalmente ineccepibile, è tuttavia percorsa dai fremiti sentimentali delle canzoni popolari dell’Europa dell’est. Le signore in pelliccia che salgono le scale degli auditorium ad ascoltare Haydn per un fatto squisitamente sociale non sanno che quella notte alle loro orecchie canterà suadente quello stesso zingaro che, poco prima per strada, hanno sdegnosamente ignorato. Con il mio violino ho viaggiato il mondo: di questo sono grato, più che al mio talento, a Dio e al mio strumento, in grado di parlare a tanti cuori, a tanti popoli. Direi che tutto ciò è avvenuto malgrado me. Nel 1995 ero in tour con un’orchestra in India. Sì, avete capito bene: un’orchestra in India. Come un film che Fellini avrebbe potuto girare. Il violino, in una sua forma squisitamente locale, prima che a Brescia o a Cremona è nato là. Io suonavo il mio violino occidentale, ma vibravano corde note anche agli abitanti di Bombay o di Bangalore. Adoro, comunque, ascoltare il violino o altri strumenti nella purezza di incontaminate tradizioni folk o altomedioevali, anche se, soprattutto oggi, ciò è utopia o, in un’ipotesi migliore, filologia (penso alla splendido e seminale lavoro di ricerca svolto, ad esempio, da David Munrow in Inghilterra negli anni settanta). 
Foto di Alice Falchetti
Ma le due anime del violino, a parer mio, invitano perentoriamente a imbastardirsi, a contaminarsi, a toccare il proprio prossimo, ad incontrare, a portare la propria anima in contatto con altre anime. Nel biennio 2007-2008 ero in tour negli Stati Uniti d’America con Mark Olson, il tour che promuoveva l’album The Salvation Blues. Era il mio primo tour articolato negli States e mi ero coscienziosamente preparato, studiando lo stile dei maestri del western Swing Fiddle come Bob Wills, Johnny Gimble, Cliff Bruner, J.R. Chatwell e tanti altri. Ricordo che Mark, apprezzando il grande lavoro fatto, mi invitò, tuttavia ad essere “più me stesso”, a suonare “come suonavo di solito”. Una grande lezione. Gli americani, infatti, amarono molto il sincretismo del mio stile meticcio, che univa senza timore Arcangelo Corelli e le folk songs appalachiane. La morale della mia lettera è un invito: entrate, amici, nel mistero della musica senza preclusioni dogmatiche, senza coltivare il vostro misero orticello; la vita è troppo breve per questo. La vita è troppo breve per non entrare nel rischio e nel mistero della vita stessa, di cui la musica è la porta. Diceva Dylan tanti anni fa (intervista a Playboy, Marzo 1966): “Musica folk è una parola che non riesco ad usare. Io la chiamerei musica tradizionale e la musica tradizionale viene da leggende, da Bibbie e pestilenze. Tutte queste canzoni che parlano di rose che crescono dal cervello della gente o di amanti che in realtà sono oche e cigni che si trasformano in angeli non moriranno. Sono tutti questi personaggi paranoici, che pensano che stia per arrivare qualcuno a rubargli la carta igienica, sono loro che moriranno”. La musica folk, certo, risplende in tutte le sue gemme locali, nelle tarante e nelle curente, che vanno conosciute, amate e tutelate: Blogfoolk in questo senso ha fatto molto e anche io stesso mi impegno con il mio continuo, artigianale lavoro di ricerca a tutelare tradizioni a me care del nostro paese. Anche per questo ho scelto di mantenere la mia residenza nella mia amata Italia e di svolgere buona parte del mio lavoro artistico in patria. Mi sono mosso in tante direzioni: tra Friuli e Occitania, ad esempio, ma soprattutto verso la Dalmazia dei miei padri (mi chiamo Gazich), musica e genti che hanno patito una diaspora e che necessitano di un’opera di conservazione e tutela. Più che una tradizione, tuttavia, ritengo che, ai giorni nostri soprattutto, vada conservata l’idea di tante culture e saperi dialoganti: tradizioni cattoliche, ortodosse, ebraiche e islamiche che hanno arricchito il nostro Mediterraneo e ancor oggi possono renderlo ricco. Questo il rischio che va corso. Un mese fa ho incontrato, a Venezia, colui che è certamente il più grande poeta siriano vivente: Adonis. Ha creato ponti, senza tuttavia risparmiare critiche, tra mondo occidentale e mondo arabo. Incontrarlo è stato veramente andare Verso Damasco. Leggetelo, amici. Responsabilizza soprattutto noi europei: “Ciò di cui il mondo ha bisogno è la rinascita di una nuova Europa, una rinascita che si presenti come un progetto culturale universale in grado di andare oltre la barbarie scientifica, politica e confessionale, aperto a tutte le culture per attingere alle specificità di ciascuna, cercando di costruire un futuro di uomini uguali, liberi e padroni del proprio destino”. (da “Oceano nero”, Guanda 2006). Ho divagato troppo? Può essere, ma tutto questo sento, a tutto questo penso ogni sera, quando con l’archetto faccio vibrare le corde del mio violino. Tornando alla domanda iniziale (“Fiddle or violin?”), vi rispondo con le parole della mia amica Mary, che la sa lunga e che, per togliermi da ogni imbarazzo, ha risposto per me: “Michele plays both (Michele li suona tutti e due)”. Buoni festeggiamenti e lunga vita ai Blogfoolkers! 

Michele Gazich 
Ballymun (Dublino), 12 maggio 2013