Bob Dylan - The Freewheelin’ Outtakes (BDA)

Oggi, grazie alla tecnologia, tutto ci appare possibile però, proprio a causa della tecnologia, molto è senza cuore e senz’anima. La musica, per sua definizione ed essenza, un’anima la deve avere però l’orizzonte, oggi, è sempre più ristretto, sempre più sottile, sempre più arduo da osservare, affrontare, superare. Oggi, nel tempo in cui ogni distanza è colmata, ogni evento è raccontato quasi in sincrono con il tempo in cui accade, dove ciascuna immagine è moltiplicata ed osservata da mille sfaccettature. Così appare lontano il canto ed il suono di Robert Johnson nel suo “The King of Delta Blues”, dove si sente l’anelito del mistero aleggiare intorno alle parole delle canzoni, dove il suono e la voce sembrano giungere da un altro mondo, dove anche mille ascolti non ti fanno comprendere la grandezza di quelle canzoni perché, ogni volta, c’è qualcosa che sfugge e ti porta sempre più lontano, in mondi che non hanno inizio e, neppure, fine. Così anche le canzoni cantate da quel ragazzino, diventato uomo e folksinger in un baleno, trasformatosi da Robert Zimmerman in Bob Dylan non appena oltrepassato il confine di New York, sono un miscuglio di fascino e mistero, di sfacciataggine e reverenza nei confronti della parola e del passato, delle storie e dei suoi misteri, del suono che evoca mondi e tempi lontani ed, insieme, sempre molto, troppo vicini. Ora che il traguardo dei cinquant’anni ha iniziato a superare il vincolo del copyright e delle royalties, ecco apparire, in versione legale, quei bootleg da cui nastri abbiamo spesso ascoltato suoni corrosi e striduli, cupi ed appiccicosi, infelici ma, anche, straordinariamente vitali ed affascinanti. E nel mucchio di queste uscite molto ha colpito la riedizione delle outtakes di “Freewheelin’”, già anni fa, avevamo potuto ascoltare la potenza evocativa attraverso i primi tre volumi delle “Bootleg series” dove fu data l’opportunità di accedere a tesori dimenticati oppure mai neppure immaginati. La storia è nota: dopo il primo album, uscito abbastanza anonimo e che non colpì particolarmente gli appassionati di musica folk, Dylan fu chiamato ad una seconda prova e fino al dicembre del 1962 provò ed incise molti brani, alcuni dei quali avrebbero dovuto apparire sul suo secondo album. Ma così non avvenne e nonostante alcune copie del disco fossero state già stampate la CBS, complice John Hammond e la volontà di quell’imberbe ragazzino, la scaletta dei brani fu rivista con l’inserimento di alcuni di quelli che saranno poi considerate pietre miliari nel cammino artistico del vate del Minnesota. Sono passati oltre 50 anni, quindi, da quei giorni.
Ben due generazioni, oltre a quella dell’epoca, hanno potuto incontrare la musica di Dylan, hanno potuto incrociare il suo sguardo, i suoi suoni, i suoi misteri, deliri, “follie”, genialità. Hanno potuto, volendo, immaginare che, forse, nella sua storia c’è molto Robert Johnson, ci sono le figure leggendarie del blues, ci sono i cantastorie Okies, le storie dei nativi americani, le anime dei neri e dei diseredati d’America, c’è il mondo della Bibbia, della religione ed, anche, del piacere dei sensi. In Dylan c’è l’essenza del tutto e del suo contrario, del trascorrere del tempo e della sua assenza. Nella sua musica e nelle sue parole siamo come uno sguardo che si perde nel nulla ed anche quando le sue canzoni ci spaventano sappiamo che ciò che dobbiamo davvero temere è l’assenza di passione e la scomparsa delle ragioni per essere indignati verso chi è incapace di andare oltre il proprio naso, oltre se stesso. Allora, con questo spirito, accogliamo le sessions tenutesi presso gli studi della Columbia il 24 aprile del 1962 dove, alla presenza del grande John Hammond, si svolgono le registrazioni di una serie di canzoni che, tranne alcune, non saranno mai pubblicate ufficialmente. Si inizia con “Going To New Orleans”, un brano tradizionale affrontato con grinta e tensione e che già dà l’idea di cosa è nascosto nelle arti dylaniane. Lui non ha ancora compiuto 21 anni ma appare già un veterano consumato e l’armonica che lo accompagna appare come necessario strumento che crea il necessario clima di tensione mentre la chitarra scandisce le note come lo sferragliare del treno. “Sally Gal” è un altro brano della tradizione, rivisto da Dylan, che mostra le sue capacità nel domare e dosare il suono dell’armonica e della chitarra che, insieme, sanno essere spumeggianti ed efficaci nell’esprimere le doti di questo ragazzino arrivato dal nulla nella grande mela. “Corinna Corinna” rappresenta una ulteriore dimostrazione della capacità di sapere tradurre nella maniera più profonda la tradizione della musica popolare americana. La voce è calda, morbida, ancora prima di quel timbro sabbioso che incontreremo da lì a qualche anno. L’incedere delicato, a mò di ballata triste, ci fa pensare ad un altro lato di Dylan di cui, spesso, nel corso della sua carriera anche discontinua, ci dimenticheremo. “The Death Of Emmett Till” è puro Dylan protestatario, è il Dylan che esplora il mondo dei diritti civili, il Dylan capace di leggere la realtà e la traduce per le orecchie che vogliono ascoltare proprio quelle storie, senza mediazioni né annacquamenti.
E’ il Dylan cantastorie che riprende la lezione di Woody Guhtrie e la trasporta alle orecchie di tutti coloro che intendono ascoltare il lato oscuro dell’America. Quell’America che di lì a un anno avrebbe ascoltato, nell’agosto del 1963, il celeberrimo sermone del reverendo Martin Luther King, quello passato alla storia con I Have A Dream. E Dylan era ad ascoltarlo ed a cantare le sue ballate di vita e di morte. Questo brano venne in seguito pubblicato, in maniera ufficiale, sulla raccolta “The Bootleg series, vol. 9, The Witmark demos”. “(I Heard That) Lonesome Whistle”, di Williams – Davis, è un bell’esercizio di stile che rende manifeste le capacità dell’artista di sapere tradurre, al meglio, ogni canzone che incontra. Un brano in stile quasi yodel che appare come una sorta di canto intorno al fuoco di un viaggio di cow boy nelle immense pianure dell’ovest. La voce è piena, il canto è armonioso e la tradizione è al fianco del “ragazzo” impertinente che canta senza paura ogni storia d’America. Il 25 aprile è la volta di altre sessions che vedono la luce con la registrazione di “Rocks And Gravel”, altro brano tradizionale rivisto e corretto da Dylan. Un suono scuro, giocato sull’intensità della voce e su scarni accordi di chitarra che danno un senso di tensione palpabile e presente in tutto lo scorrere del brano. Un’altra versione di “Sally Gal” attraversa lo spazio del nostro ascolto e ci avvicina a mondi che pensavamo dimenticati e che, invece, ci sono molto più vicini, anche oggi, di quanto potevamo immaginare. L’armonica, anche in questa versione, è decisa e “sferragliante” e le immagini di un treno “verso la gloria” sono più che presenti nella struttura del brano. “Baby Please Don’t Go”, di Big Joe Williams, è l’omaggio, compiaciuto e compiuto, al blues del Delta, al canto doloroso, alle parole che tagliano l’anima. Anche in questo caso la voce e la chitarra interagiscono in maniera efficace tra loro restituendo una bella versione di questo famoso brano che una miriade di artisti hanno affrontato con passione ma, anche, con lo spirito reverenziale dovuto ai grandi brani. Versione scarna ma incisiva e diretta.
Quando si parla di anima non si possono non ricordare le due versioni di “Milk Cow’s Calf’s Blues”, dell’immortale Robert Johnson.La prima più aspra mentre la seconda si appoggia maggiormente sul suono della chitarra. Due versioni certamente simili affrontate, però, con coraggio e con buoni risultati da chi il Delta del Mississipi lo avete visto sulle cartine geografiche, eppure, ad occhi chiusi, immaginandosi con lo sguardo perso verso l’immensità del mare, non si può non pensare ad un tentativo in fondo riuscito. In altrettante due versioni viene proposta “Wichita (Going To Louisiana)”, un altro brano tradizionale che Dylan propone con l’armonica in grande spolvero ad accompagnare voce e chitarra. Due versioni quasi identiche con l’uso dell’armonica che entra all’inizio nella prima versione e dopo nella seconda. Un brano intriso di spirito blues che Dylan riesce a fare percepire con buon risultato in entrambe le versioni. Passano più di due mesi e si arriva al 9 luglio per ascoltare una bella versione di “Baby, I’m In The Mood For You”, brano originale di Dylan che inizia sempre più a mostrare di saper scrivere buone canzoni. Un brano che mostra caratteristiche di questo artista: l’orecchio teso alla tradizione e lo sguardo artistico che vuole trovare uno spazio ed un percorso originale. Anche in questo caso l’armonica è presenza forte e potente. Nelle sessions del 26 ottobre e del primo novembresi incontrano due versioni, e due anime artistiche, di “That’s All Right Mama”, di Big Boy Crudup, con un timido suono piano alle spalle del brano ed un ritmo, inevitabilmente, più veloce di quanto ascoltato in precedenza, nella prima versione. La seconda versione si avvale di un suono di basso più presente e di una presenza ritmica scandita dal suono della batteria. Gli indizi di un’attenzione a suoni più ruvidi che, presto, saranno pieni e completi. “Mixed Up Confusion”, altro brano originale di Dylan, inizia a svelare l’anima rock che sta, al momento, ben nascosta ma che queste due versioni rendono evidenti. Un brano, questo, che verrà pubblicato su 45 giri e che scomparirà in fretta dal mercato. I tempi per l’elettricità, infatti, non sono ancora maturi. Brano potente e ricco di ritmo, con la band di accompagnamento che rende bene, in entrambe le versioni pubblicate, lo spirito viandante del brano. Sempre nel mese di Novembre, il 14 per l’esattezza, arriva il tempo di incidere due brani originali: “The Ballad Of Hollis Brown” (che vedrà la luce sul terzo album di Dylan, “The Times They Are A-Changin’”, il lavoro più di “protesta” di Dylan) e “Watcha Gonna Do”.
Il primo è uno dei brani del periodo, “cronachistico” di Dylan dove lo sguardo dell’artista è rivolto alla realtà, alla cronaca, alla storia e l’incedere del racconto deve molto, se non tutto, al suo modello Woody Guhtrie. Questo è il brano più lungo delle sessions pubblicate, con i suoi oltre 5 minuti di durata. Il secondo è un brano morbido, cantato con molto garbo con l’accompagnamento della chitarra ed incisi di armonica. Semplice ma incisivo, con il ritornello che rimane subito in memoria. L’anno che sta terminando ci regala, il 6 dicembre, un’altra versione di “Watcha Gonna Do”, resa in maniera più ritmata che ne ingentilisce la resa mostrandola come una sorta di ballata gospel più interessante della versione precedente, con un finale giocato con il suono pieno dell’armonica. Sempre nella stessa data abbiamo due versioni di “I Shall Be Free”, che ascolteremo con piacere nel tempo e nella versione definitiva di “The Freewhelin”. Entrambe le versioni ci danno la possibilità di ascoltare il timbro di voce, infine, dylaniano e l’approccio alla canzone è proprio quello che incontreremo tra le tracce dell’album originale. L’ascolto di queste due versioni ci mostrano, in maniera inequivocabile, che Robert Zimmerman è diventato Bob Dylan in maniera irreversibile. L’ultimo brano proposto in questa raccolta di outtakes è “Hero Blues”, altro grande esempio di come si possa cantare il blues pur essendo bianco, giovane, di origine ebraica. Il brano è proposto in tre versioni. Lo stile è puro blues: chitarra, armonica e voce sofferta. Le versioni sono pressoché simili e rendono evidente le capacità camaleontiche di questo allora giovane musicista che, però, con la chitarra e l’armonica, sapeva scrivere di mondi misteriosi eppure vicini allo spirito del tempo. Queste sessions porteranno all’album i preparazione solo “Corinna Corinna” e “I Shall Be Free” ma il tempo speso per preparare questi brani saranno ulteriore palestra di vita e di arte per un ragazzo che si sarebbe ben presto trasformato in mito. 

Rosario Pantaleo