Tambur Quartet – Tambur Quartet (Buda)

Il titolo parla chiaro, ma non si tratta di un disco rivolto solo a specialisti ed estimatori delle percussioni. Dura 45 minuti questo album che mette l’uno accanto all’altro quattro formidabili percussionisti, per i quali, una volta tanto, il termine “virtuosi” non è né abusato né è ridondanza retorica del recensore. Un incontro di ispirazione poliritmica che funziona alla perfezione. Il cairota Abdel Shams el Din (riqq), l’indiano del Kerala Ravi Prasad (kanjira), il brasiliano Paul Mindy (pandeiro) e il veneto Carlo Rizzo (tamburello) sono tutti musicisti quotatissimi, residenti in Francia o comunque attivissimi oltralpe. Qui si mettono al servizio dei piccoli tamburi a cornice di cui sono eccelsi maestri: strumenti per far danzare e per accompagnare rituali, che pur provenendo da differenti continenti, rivelano affinità organologiche. Ciascun artista porta con sé la propria conoscenza degli stili percussivi tradizionali, ma anche un poderoso curriculum di collaborazioni con partner di diversa estrazione, che ha contribuito ad arricchire la propria scrittura musicale. Dalla tradizione del sud Italia, reinventata dall’estro di Rizzo alle prese con i suoi tamburelli multitimbrici, a quella carnatica di Prasad, dai ritmi del Masreq e del Vicino Oriente di cui è sapiente detentore Shams el Din alla predilezione eclettica di Mindy. Sin dall’inziale, sfavillante “Rendez-vous à la coda” c’è lavoro di finezza, virtuosismo, creatività ed improvvisazione, ed anche calore timbrico, vortice empatico, incastro di pelli e sonagli, ma non solo, perché nel disco si ascoltano anche darbouka, berimbau, daf, marranzano, flauti e voci. Tra le altre composizioni, si fanno notare soprattutto “Rosa nel vento”, “Le marché aux épices”, “Le souffle de l’Harmattan” e la conclusiva “Hekayat”. Un enhanced CD con qualche traccia video ci avrebbe permesso di soddisfare anche gli occhi. Vabbé, ci rifaremo con youtube. 


Ciro De Rosa