Roberto Trenca, Un Chitarrista Tra Napoli e Il Sud America

Già in passato, intervistando il compositore piemontese Francesco Turrisi, Blogfoolk ha dato la parola a musicisti italiani che hanno scelto di vivere e suonare all’estero. Lo sguardo obliquo di chi ha nel proprio percorso artistico prolungate collaborazioni extra-italiane o, addirittura, ha deciso di lasciare il nostro Paese, consente di sollecitare una riflessione su ciò che significa vivere di musica in Italia. È la volta di Roberto Trenca, classe ‘77, chitarrista napoletano diviso tra la sua città natale e il Sud America. Trenca vanta un percorso musicale eclettico, dalla musica popolare italiana alla collaborazione con Isabel Parra (la figlia di Violeta Parra) e con tutto il mondo della musica popolare andina, dall'amore per la musica tradizionale greca alla collaborazione con l'Orchestra Multietnica Mediterranea formatasi di recente a Napoli sulla scia di analoghi organici che, a partire dall'esperienza dell’Orchestra di Piazza Vittorio, si sono diffusi in tutto il territorio nazionale. Parliamo di un musicista animato da una viscerale passione ed un profondo rispetto per l'arte musicale tanto da sentirsi ispirato e mosso nel suo agire artistico dalle parole di Astor Piazzolla: "...Invidia, superbia, competizione: questi i sintomi della morte culturale di un artista". 

Come è nata la passione che ti ha portato a cominciare a suonare gli strumenti a corda? 
A dieci anni ho cominciato a suonare il pianoforte per poi passare alla chitarra che rispondeva di più a quello che cercavo in uno strumento. Da allora è stata una smania continua di conoscere il mondo degli strumenti a corda che sento di poter suonare pur non conoscendoli in profondità. Non so se sia un dono o una forma di “autismo da cordofoni” ma è un incantesimo che non svanisce mai. 

Un amore al primo ascolto per la musica popolare… 
È musica genuina e storica nel vero senso della parola, con un patrimonio vastissimo. Forse è anche questo che mi affascina: non credo esista punto geografico dove non ci sia almeno un ritornello locale, una ninna nanna, uno stornello che è solo di quel luogo. Questo dà originalità, fa sembrare sempre tutto raro e antico. Chi la elabora o la contamina però deve stare attento, a mio parere, a non disperderne l’essenza. Puristi e integralisti sono più indietro di quanto credono di essere. 

 … e per la musica sud-americana. 
Ammetto la fortuna di aver respirato aria di musica fin da piccolissimo tra le mura domestiche, grazie a mio padre e mio fratello Stefano. Mi innamorai di un LP della collana I Dischi dello Zodiaco, intitolato La nueva Cancion Chilena fin da bambino. Violeta e Isabel Parra, Victor Jara, gli Inti Illimani. Poi arrivarono le cassette di Mercedes Sosa e Silvio Rodriguez. Un amore che si rinnovava ad ogni nuova scoperta. Destino volle che fin da piccolissimo mi ritrovai gli Inti Illimani in casa grazie ad alcuni amici di mio fratello (il gruppo musicale Charagua), che conoscevano gli Inti personalmente. Molte tecniche le ho apprese da loro direttamente, altre invece quando seguivo le prove dello storico gruppo Charagua di Napoli, di cui mio fratello ha fatto parte. I Charagua erano i nostri Inti Illimani, anzi oserei dire che il loro discorso musicale era ancora più filologico, con un repertorio a disposizione da fare invidia al migliore dei gruppi latino americani. 

Vuoi parlarci delle esperienze che hai vissuto all’estero? 
Appena si esce dall’Italia pare che il mestiere di musicista sia meno screditato e più valorizzato. Paesi che apparentemente non sembrano avere strutture, poi alla fine ce le hanno e come… Parlo della Grecia, del Cile, del Venezuela, del Brasile, di Cuba. In Cile, appunto, ogni musicista professionista o dilettante può richiedere una borsa di studio (BECA) per approfondire lo studio di uno strumento, per pagare la produzione di un disco o per farsi finanziare un periodo all’estero incentrato sullo studio di un genere musicale specifico. Roba che da noi ancora non si è vista. Questa forse è la cosa che mi ha colpito di più. Non parliamo poi del Venezuela… strutture, spazi a disposizione. In Venezuela credo ci siano i migliori musicisti del mondo, come grinta e come capacità. Certo sono scelte volute dai governi per la vita difficile che c’è in questi Paesi, ma da noi si spendono migliaia di euro per iniziative di mercato inutili e dannose per l’etica del nostro mestiere. Questi soldi potrebbero essere investiti per altro. Non credo che organizzare un concerto per Padre Pio su Rai 1 valga quanto aprire una scuola di musica in periferia. Padre Pio stesso sarebbe il primo a felicitarsene… In Argentina ho fatto un corso di bombo leguero indetto dalla Casa Nuñez, la casa madre delle chitarre di Atahualpa Yupanqui. In Grecia ho collaborato con la cantante Eleni Peta e con il musicista Stelyos Varveris: la Grecia è crocevia infinito di culture, una fonte di godimento musicale inesauribile. Sono molti i musicisti italiani e latinoamericani che ho incontrato e che mi hanno insegnato davvero tanto, ma qui voglio ricordare Daniel Viglietti, con il quale abbiamo suonato io ed Isabel in Venezuela, una persona di una bontà e di una semplicità infinite.

Soffermiamoci sul Cile. 
L’Italia ha conosciuto la musica cilena grazie agli Inti Illimani e alla loro lunga permanenza in Italia da esuli politici dopo il colpo di stato fascista del 1973. Chi è stato dentro queste vicende, musicalmente e politicamente rimarrebbe seriamente deluso dall’odierno Cile. Attualmente un mostro enorme sia aggira in America Latina: la convinzione che essere moderni e dei nostri tempi significhi dimenticare il folklore e dipingersi il cervello a stelle e strisce. Le nuove generazioni, se non portate da un ideale politico, non arrivano nemmeno a conoscere il folklore cileno e questo crea settori e separazioni, non continuità. Musicalmente parlando, il Cile ha un patrimonio musicale contadino di una poesia e di una raffinatezza straordinari; musiche, melodie e canzoni che qui in Italia non sono arrivate, poiché troppo poco politiche. Brutto lato della fase “El pueblo unido jamas serà vencido!”. In Cile ho scoperto brani della tradizione folklorica di una bellezza rara, l’uso dell’accordatura aperta in Sol e in Re sulla chitarra, che si sposa divinamente con melodie popolari. Il ritmo tipico della cultura musicale cilena è la cueca in 6/8, molte composizioni vengono eseguite con questo ritmo. La cueca è anche una forma di “epitaffio” musicale, poiché ha una metrica particolare, che segue uno schema ben preciso. Anche nella stesura del testo. Viene eseguita in vari ambiti, poiché è anche un ballo tipico che possiamo trovare in tutte le circostanze. Soprattutto in matrimoni e feste. A proposito di matrimoni e feste, c’è anche il parabièn in ¾, che di solito ha come tema proprio storie di unioni o separazioni. Poi c’è il rin in 2/4: un esempio famoso è il brano di Violeta Parra “Rin del angelito”. Ancora, la tonata sempre in 6/8, un esempio per tutti è “Gracias a la vida” che non credo abbia bisogno di presentazioni. Un brano scolpito nella storia della musica latinoamericana. Se poi scendiamo verso il sud del Cile possiamo trovare la famosa pericona, ancora in 6/8, tipica dell’isola Chiloè e delle sue zone limitrofe. Riguardo alla mia esperienza cilena, mi sono guadagnato la nomina di rappresentante in Italia della Fundación Violeta Parra, una gran bella soddisfazione. Ci tengo, a tal proposito, a mettere in evidenza quanto segue a proposito del Cile: Victor Jara, Violeta Parra avevano consacrato la loro anima musicale alla ricerca delle tonade campesine, prima di essere etichettati solo politicamente nell’ambito musicale. Ora in Cile la musica è in bilico tra un passato gloriosamente fecondo e politico ed un presente che tende a dimenticare. Per fortuna Violeta Parra è davvero ancora nel cuore di tutti, questo immunizza dalle mode pericolose. Rimarrà sempre la voce del Cile, se non di tutti i cileni, della stragrande maggioranza. 

L’entrata in organico nel gruppo di Isabel Parra ha rappresento per te una svolta umana e professionale importante. 
Ricordo il momento esatto, il luogo ed il giorno in cui Isabel mi disse, chitarra alla mano: “Fammi vedere come porti il ritmo della cueca cilena!” Insomma, le mani sudarono…ma andò bene. In cuor mio fu come se avessi lavorato un’intera vita al collaudo di questo incontro. Ho un ricordo indelebile di quel periodo. Inoltre Isabel mi ha lasciato completamente libero di esprimermi musicalmente. Certo a lei le mie sonorità “andine” pesavano un poco, come giusto che avvenga a chi vive in quel contesto, da me cercava qualcosa di più vicino alla mia tradizione, che ovviamente a me sembrava più banale. Ci sono stati anche momenti di indubbia difficoltà risolutiva, ma alla fine si giungeva sempre ad un compromesso. L’organico di Isabel è stato sempre costituito da pochi elementi, un poco per scelta sua, un poco per esigenze pratiche. Isabel è tornata al suo vecchio stile, ovvero due, tre strumenti al massimo e voce. Lei si accompagna egregiamente con il suo cuatro venezuelano, io la seguo con la classica, giocando sulle armonie e sugli accordi; a volte canto anche io e le do una mano con una seconda voce. Utilizzo anche la chitarra battente e il charango. In duo abbiamo fatto la maggior parte delle tournee. La novità rispetto alla canonica amplificazione degli strumenti dal vivo, è stata ritornare a suonare acustici. Ovvero senza l’uso di piezo elettrico o strumenti con pick up, ma solo microfoni. Questa la considero una svolta, paradossalmente. Da qui naturalmente l’esigenza di dover arrangiare diversamente alcuni brani che all’apparenza semplici, devono trovare una strada più complicata per rendere meglio dal vivo. Nella musica tradizionale cilena, poi, alcuni pezzi rendono meglio usando le tipiche accordature aperte di re o di sol. Con Isabel Parra ho inciso il CD Continuación (2007), ho arrangiato e suonato alcuni brani di Violeta Parra in Isabel canta a Violeta (2008), in Afecto y Compromiso (2009), ho rielaborato brani storici e inediti di Isabel e nel DVD allegato al libro Violeta Parra. Obra Visual, di cui ho scritto la prefazione, c’è anche un mio arrangiamento ad un inedito di Violeta Parra. 

Come vivi la musica sul campo? 
Vivere ed immergersi nei luoghi dove è ancora viva la tradizione. Credo che sia come quando bisogna imparare una lingua. Per avere le idee più chiare riguardo l’uso del bouzouki e le sue potenzialità mi traferii ad Atene per due mesi approfittando di due concerti che dovevo fare lì. Poi cerco di entrare il più possibile nello spirito della forma armonica e ritmica. Io credo che certi strumenti siano stati fatti per un tipo di musica e non il contrario. La chitarra acustica fu creata da Christian Frederick Martin perché nelle orchestrine americane la chitarra classica non riusciva ad arrivare all’orecchio degli ascoltatori e dei musicisti stessi che la suonavano, così fu ingrandita la cassa e le corde passarono dal nylon al ferro. Giusto per fare un esempio. 

Hai già avuto modo di presentare lo spettacolo con Isabel Parra? 
 In Cile e in giro per il mondo il nostro spettacolo ha sempre trovato una risposta positiva del pubblico. Di tutte le età. In Norvegia e in Svezia intere comunità latinoamericane erano presenti ai concerti, questo emozionava e commuoveva. In Italia è stato lo stesso, con la differenza che qui come al solito pensano che Isabel alla fine canti “Venceremos” con il pugno alzato… dal repertorio prettamente cileno e mai ascoltato rimangono affascinati, ma non particolarmente colpiti. Addirittura una volta ricevetti una telefonata prima di un concerto qui a Napoli che mi chiedeva espressamente di cantare un brano che nulla aveva a che vedere con Isabel o con il nostro repertorio. Ma politicamente schieratissimo. Cose che possono succedere e nessuno ne fa un dramma. 

Quali progetti si intravedono nell’immediato futuro? 
Sto collaborando con l’OMM (Orchestra Multietnica Mediterranea), un lavoro di interazione musicale interessantissimo e nuovo. Sto preparando il secondo CD con Isabel e tra collaborazioni sparse, prove e quant’altro sto lavorando ad un disco mio, come dicevo prima. Suona malissimo un “disco mio”, ma in effetti ci suono solo io dentro. Ci saranno forse degli ospiti, ma ancora è presto per parlarne. Un poco per scelta un poco per la voglia di farmi accompagnare da uno stile che conosco bene e che posso guidare con più dimestichezza. Le sonorità che ne stanno uscendo fuori sono naturalmente le due che più mi hanno affascinato sin ora. Quella sudamericana e quella greca. Se ne verrà fuori qualcosa di gradevole sarà già un bella soddisfazione. 


Mario Giovanni Rossi (ha collaborato Ciro De Rosa)