Francesco De Gregori - Sulla Strada (Caravan)

Postulato a uso e consumo di neofiti, filologi e/o critici zelanti: le canzoni non si spiegano, quelle di Francesco De Gregori meno che mai. E non certo per la presunta cripticità delle strofe (sarebbe più lecito parlare di evocatività) ma perché assumendo il significato come unica bussola si può smarrire il “gusto” (elevato) del significante, il senso autentico dell’intendere-pensare-scrivere-cantare-suonare degregoriano (a livello percettivo il segno tende a vincere spesso sulla sintassi). Il fatto vero per cui le ballate del “Principe” andrebbero assunte come antidoto alle vacche magre discografiche del tempo attuale (due volte al giorno, come le pillole, prima e dopo l’ascolto di qualche cantautorucolo di belle speranze), mandate a memoria nei corsi per aspiranti folksinger, da Lampedusa alla Terra Del Fuoco, se rendo l’idea. Le canzoni di Francesco De Gregori andrebbero prese, insomma, per ciò che sono (prima che per ciò che significano), e cioè l’esito alchemico di musica e parole, fulgida scrittura d’autore, categoria dello spirito, madeleine della memoria, libere associazioni escatologiche su Storia e storie, a seconda della sospensione di incredulità e/o dell’estrazione generazionale di chi ascolta. Quarant’anni (e passa) spesi tra palco folk-rock e realtà, a confrontarsi col corso degli eventi, a cantare i primi e gli ultimi della classe (sociale), a ri-percorrere cronaca e leggende, a ritracciare micro e macro geografie del mondo, a farlo per tutti e per nessuno, con l’aria del fratello maggiore, uno di quelli sfuggenti, però. Uno di cui sai che puoi fidarti ma fino a un certo punto, sempre un po’ oltre rispetto a dove ti aspetteresti che fosse. E’ il cantautore medesimo a sottoscrivere - chiare lettere - in “Guarda che non sono io”:“Guarda che non sono io quello che stai cercando/ Quello che conosce il tempo, e che ti spiega il mondo (…) Se credi di conoscermi/ Non è un problema mio/ E guarda che non sto scherzando”. E’ da un po’ che lo va dicendo in giro, così che uno finisce per crederci: niente interpretazioni arbitrarie, nessun valore messianico alle cose che canta e scrive e dice De Gregori, please. Questo suo ultimo “Sulla strada”, per esempio, va ascoltato-riascoltato-centellinato-accolto in sè e per sé. Come un ritorno a casa di un amico del cuore (quattro anni di silenzio dal precedente “Per brevità chiamato artista”), cui è superfluo fare domande. Fino a tal punto suonano familiari passo, taglio, clima, rarefazioni, metafore, evocatio, giochi di parole delle sue canzoni. Peraltro puoi scommettere su dove finirà con il posare il cappello anche stavolta: sulle rive della ballata d’autore, quella con la B e la A maiuscole, senza se e senza ma, sissignori. Nove tracce come frammenti di un discorso ininterrotto, condotto controvento, per libere disquisizioni e altrettanto libere associazioni. La ballata sociale e l’insolito autobiografismo si indovinano tra le righe, in un fiat, un lampo, tra un passaggio e l’altro dell’ennesimo romanzo sugli uomini, se stesso, la musica, il tempo e i luoghi. In “Sulla strada” (là dove, cioè, si attraversa e si incrocia la vita vera), la storia “non ha nascondigli e non passa la mano”, una volta di più: sfondo di un secolo al suo scavallamento (la fine Ottocento dell’ironica-struggente-rebètiko-coheniana Belle epoque), contigua alla vita, alla morte, ai miracoli, a pubblico e privato (in “La guerra” e nell’umanista “Passo d’uomo”), finanche alle vicenduzze d’amore, come sempre luci/ombre, perché è così che succede per davvero (“Showtime”, “Falso movimento”). Ne discende un album in cui c’è di che scegliere, a ottimo prezzo: tra climi latineggianti, premesse e promesse di futuro (“Ragazza del ’95, “Omero al Cantagiro”, quest’ultima piovuta dritta dai Sessanta del divismo canoro e delle carovane live), controcanti d’autore (Malika Ayane in “Omero…” e “Ragazza del ’95”), aperture rock/folk (“Sulla strada”), manifesti di ontologia minima (“Guarda che non sono io”, corroborata dagli archi scritti e diretti da Nicola Piovani). Quanto basta (e avanza) per parlare & scrivere di ritorno in grande stile, salutare “Sulla strada” come il disco dell’anno (e a questo punto qualche giurato del Tenco sarebbe pregato di prendere appunti, onde evitare ulteriori cadute di stile via Dente e Edda di turno). Dimenticavo: supervisiona e produce il “basso” (immaginifico e degregorianamente consolidato) Guido Guglielminetti. 



Mario Bonanno