Alistair Ogilvy - Leaves Sae Green (Greentrax)

Negli ultimi due anni finalista del concorso annuale di BBC Radio Scotland rivolto ai giovani artisti di musica tradizionale (Young Traditional Musician of the Year), Alistair Ogilvy, residente glasvegiano, giunge al debutto per la principale label di Scozia, sempre disposta a mettere sotto contratto i nuovi talenti. Quella di Alistair è voce che non passa inosservata, come commenta l’autorevole cantante e ricercatrice Sheena Wellington nel retro copertina: “What a beautifully melodic voice that laddie has, coupled with a real understanding of what he is singing”. Genitori sfegatati amanti della vocalità di Karen Matheson dei Capercaille (con cui Alistair si è anche esibito di recente), Gordeanna McCulloch e Rod Paterson come altri modelli canori: non si può dire che Alistair non si sia rivolto ad ottime fonti. “Anche Bob Dylan e Nick Drake” – mi dice Alistair in un breve scambio di email – “sono artisti cui ho guardato per la pura interpretazione di una canzone”. Il titolo, che in italiano si traduce con “Foglie così verdi” deriva dai versi della ballata tradizionale “Earl Richard”: “' Mi sono davvero piaciute le immagini che il titolo evoca”, osserva. Un trio composto da Aly MacRae (piano/violino/mini tromba, flicorno baritono), Steven Polwart (chitarre) e Inge Thomson (voce) accompagna Ogilvy. Dunque, non siamo di fronte ad un folk balladeer, magari associato ad un assortimento tipico di strumenti del revival scozzese, qui il piano è lo strumento che sostiene la maggior parte delle canzoni, condividendone lo spirito, mai eccedendo o deviando verso forme di intrattenimento cool. Anzi concede spazio alla voce vellutata di Ogilvy; per il resto il contorno strumentale è affidato a chitarre acustiche, mandolino, e interventi dosati di flicorno, tromba e violino. Dice ancora Ogilvy: “Le canzoni dell’album sono un mix di brani che ho sempre pensato di registrare, in alcuni casi sono le storie che mi affascinano, soprattutto le ballate del soprannaturale”. Di una canzone come la dylaniana “Girl from the north country”, invece, mi ha attratto la bellezza della melodia, ma anche il messaggio d’amore straziante”. Certo è che sin dalle prime battute di “Wars o’ Germanie”, canzone d’addio, scritta dal poeta di Glasgow William Motherwell (1797-1835), ci rendiamo conto che siamo di fronte ad un disco non scontato. A conferma arriva un’eccellente versione di “Girl from the North Country”, che nell’interpretazione dello scozzese si inscrive pienamente nel tipologia della ballata, ma è emblematica della determinazione di un artista che si confronta con repertori di prima grandezza. Con “The forester” e “Bonnie Ship the Diamond” ritorniamo nel corpus della tradizione britannica. La seconda, soprattutto, è la bella interpretazione di una ballata che arriva dal repertorio di Bert Lloyd, incentrata sull’epopea della pesca delle balene in Groenlandia. Altro standard folk, che mette alla prova le doti del giovane cantante, è “Captain Wedderburn’s Courtship”, eseguita magnificamente a cappella. Necessario anche confrontarsi con Bobbie Burns, di cui Ogilvy propone un medley di “Crowdie” e “Wantonness”. Le canzoni del poeta nazionale scozzese ricevono un arrangiamento più composito, così come avviene per la cover di “Where are you tonight, I wonder”, frutto della penna feconda di Andy M. Stewart, altra figura di spicco del revival anni ’80. Invece, una complicata storia di gelosia ed omicidio è raccontata nel tradizionale “Earl Richard”. Il mondo ctonio entra in scena nella ballata “Willie’s fatal visit”. Il finale è con due canzoni contemporanee di taglio più personale, “The Rose o’ Summerlee” e “The Kirkwall Light”: quest’ultima, scritta dallo stesso Alistair evoca un sublime paesaggio orcadiano. 


Ciro De Rosa