Intervista a Francesco Turrisi

Nella musica del Vicino Oriente la parola tarab denota un intenso stato emozionale associato alla performance musicale che diventa esperienza estatica. Tarab è anche il nome di un ensemble multinazionale con sede in Irlanda, creato da Francesco Turrisi, originario di Moncalieri (TO), musicista di estrazione jazzistica, pianista, clavicembalista, fisarmonicista, percussionista che ha scelto di vivere e lavorare con la musica nell’isola. Numerosi gli artisti con i quali ha collaborato, tra i quali ricordiamo Lucilla Galeazzi, Gabriele Mirabassi, Gianluigi Trovesi, Dave Liebman, Pepe Habichuela, Bijan Chemirani. Nel 2008 Turrisi ha registrato il suo primo CD Si Dolce è il Tormento, contenente composizioni originali ispirate alla musica Italiana del XVII secolo. Del 2011 sono l’esodio dei Tarab e il disco di un’altra sua creazione, il trio Zahr. La chiacchierata con Francesco diviene occasione non soltanto per discutere dei suoi progetti musicali, ma anche per guardare alla scena musicale irlandese con gli occhi di chi non essendo nato e cresciuto in quel contesto, possiede un’angolazione eccentrica che spesso si traduce in maggiore acutezza analitica. 

Dagli studi di economia presto abbandonati allo studio del jazz a tempo pieno. 
Era il 1996 e in Italia non esistevano ancora molte strutture che offrissero un'educazione jazzistica completa e un ambiente musicale molto avanzato. Quindi dopo avere fatto un po' di ricerche sono finito al Conservatorio Reale de L'Aja, dove aveva studiato uno dei miei professori del centro musicale nel quale avevo iniziato a studiare jazz. Il Conservatorio de L'Aja era come il paradiso per me che venivo da un'educazione musicale un po' fai da te. C'erano un migliaio di studenti in totale in una struttura grandissima. I dipartimenti più importanti erano, e sono tuttora, musica antica, musica elettronica – uno dei più prestigiosi in assoluto – e jazz. Quindi l'ambiente musicale era incredibile con persone che venivano da tutto il mondo. L'Olanda è un paese molto piccolo e, all'epoca, culturalmente molto avanzato. Per fare un esempio, ogni sera potevo prendere un treno e andare a sentire la Concertgebouw Orchestra ad Amsterdam ad un prezzo contenuto per gli studenti. Poi finire ad una jam session e tornare sempre con il treno a L'Aja al mattino dopo. 

Poi è arrivata l’emigrazione a Dublino… 
Sono arrivato a Dublino nel 2006, dopo aver finito un BA e un MA in jazz piano a L'Aja. Il mio master era una combinazione tra jazz e musica antica e avevo cominciato a studiare clavicembalo e a lavorare sull'improvvisazione nella musica del Seicento italiano. Il quel periodo una professoressa del Conservatorio mi aveva chiesto di suonare nel suo gruppo. Lei era Christina Pluhar e il gruppo L'Arpeggiata. Con questo ensemble avevo cominciato a suonare parecchio in giro per il mondo in molti festival di musica antica e a lavorare con grandissimi musicisti, tra i quali Gianluigi Trovesi, Lucilla Galeazzi, Pepe Habichuela. Durante le mie peregrinazioni ho scoperto l'Irlanda e mi sono innamorato di un'irlandese...che adesso è mia moglie. Quindi diciamo che poi sono venuto a Dublino per amore! 

Come è stato l’incontro con la scena locale? 
All'epoca l'Irlanda era nel pieno del boom economico, era un Paese molto caro, ma c'erano molti soldi e c'erano molte opportunità per i musicisti. Sono riuscito ad inserirmi abbastanza in fretta e in poco tempo. Grazie a finanziamenti dell'Arts Council e dell’Istituto Italiano di cultura ho organizzato i miei primi progetti con musicisti irlandesi e italiani. In generale, mi sento molto fortunato di avere avuto tutte queste opportunità di organizzare e creare musica in questo Paese. Purtroppo ci sono anche dei lati negativi riguardo alla mia esperienza irlandese. Sicuramente la mancanza di pianoforti che mi ha costretto quasi ad abbandonare lo strumento e a concentrarmi sulla fisarmonica, che ho cominciato a suonare proprio in Irlanda, e sulle percussioni mediterranee. 

Dal tuo punto di osservazione, come vedi la scena musicale dublinese nei termini di fermenti sonori.
Purtroppo uno dei punti a sfavore dell'Irlanda è che è un paese molto piccolo – anche se sul piano delle opportunità questo è un fattore positivo – e quindi non c'è una grande varietà di musicisti. In generale, all'inizio, la trovavo una cosa frustrante perché cercavo musiche e strumenti non troppo convenzionali...tipo musica persiana, suonatori di oud, percussionisti brasiliani, musica italiana del ‘600 etc...e non trovavo niente. Quindi mi sono reso conto che la cosa migliore da fare era trovare finanziamenti – che all'epoca esistevano – per portare queste musiche e musicisti in Irlanda. Da un punto di vista dei fermenti ci sono dei musicisti che fanno cose interessanti e originali ma non sono molti. 

E la scena jazz? 
Non è molto ampia e mancano molti strumentisti: nessun trombettista per esempio. Il jazz più tradizionale, fatto di jam sessions e standard non esiste, quindi manca un po' il background per i giovani. C'è la Newpark School, in cui insegno, dove si può ottenere un BA in jazz. Il direttore è il bassista Ronan Guilfoyle, un grande appassionato di musica Indiana carnatica, che da anni cerca di utilizzare questi complessi modelli ritmici nel jazz. Il risultato è che, anche inconsciamente, molti studenti finiscono con l'essere influenzati dal suo stile. Cosicché quando terminano la scuola suonano tutti quella musica. È musica interessante ma, a mio parere, troppo razionalmente complessa, che non privilegia l'aspetto melodico, concentrandosi sui ritmi super complicati. Il mio “jazz” è molto più vicino al suono della ECM e quindi mi sento molto più attratto dalla melodia e dal suono più puro. In questi ultimi anni, però, ci sono molti giovani che vanno a studiare all'estero e poi tornano in Irlanda portando musiche e approcci diversi e nuovi. 

Anche se non fai pienamente parte del circuito della musica tradizionale, come la valuti dal tuo punto di osservazione? 
Il gruppo Tarab a volte suona un po' nel circuito. In generale, diciamo che la musica trad migliore non si ascolta a Dublino. Ci sono solo un paio di pub con session ad alto livello e quasi tutti i musicisti migliori abitano fuori in campagna e soprattutto nell’Ovest. Ci sono dei musicisti innovativi che in questi anni cercano di re-immaginare la musica irlandese e creare un suono diverso. Parlo di personaggi come Caoimhin O Raghallaigh, Iarla Ó Lionaird. Ci sono anche molti musicisti che pur essendo più tradizionali hanno sviluppato un suono più moderno e molto sofisticato come Martin Hayes o il trio di violinisti Fidil. Una delle cose più belle che ho sentito di recente è stata una collaborazione tra Iarla Ó Lionaird e il chitarrista Australiano Steve Cooney, una leggenda nella scena trad. 

S’incontrano progetti innovativi? 
Personalmente, ho provato a fare molti progetti ma non è facile trovare i musicisti giusti. Adesso sto lavorando ad un progetto sul canto sean-nós accompagnati dal mio piano trio, dal suono un po’ ECM, con una cantante molto brava che si chiama Roisin ElSafty, che è metà egiziana e metà del Connemara. È molto difficile lavorare con i cantanti di sean-nós, perché non sono abituati a collaborare con strumentisti, quindi è più difficile creare qualcosa di interattivo che non sia semplicemente un sfondo sonoro alle canzoni che di per sé sono già molto complete e non hanno bisogno di accompagnamento. 

I problemi che possono sorgere nel miscelare linguaggi musicali? 
Ci sono stati varie iniziative che hanno provato a mischiare jazz e trad ma, a mio avviso, non sono molto riuscite per le incongruenze stilistiche. Il problema sta nell'immaginare il suono che questa musica avrà e riuscire a creare qualcosa che si amalgami senza suonare forzata. Per me, l'idea non è quella di far comunicare persone che parlano lingue diverse ma quella di far crear loro una lingua ed un vocabolario nuovo che porta caratteristiche di tutte le loro lingue individuali. È molto più facile far incontrare diversi tipo di musiche tradizionali, come avviene nel gruppo Tarab, perché i linguaggi e le estetiche musicali sono più simili. Il jazz ha come base l'improvvisazione e su di essa si fonda quasi interamente. Ciò a volte lo rende un po' più ermetico e più difficile da contaminare senza perderne l'essenza. 

Cosa rappresenta una formazione come Tarab nel panorama culturale dublinese? 
La mia idea con Tarab era quella di guardare a est e a sud dall'Irlanda. La mia immaginazione musicale vedeva molti punti in comune tra musica irlandese e le varie musiche del Mediterraneo. Strumentazione simile, ritmi comuni, concentrazione sulla melodia e sull'ornamentazione. In realtà, dopo aver lavorato insieme per un paio di anni, credo che siamo riusciti a creare un sound originale per il gruppo e usiamo questo modo di far musica con tutto il materiale che suoniamo. A parte qualche brano, nessuno scrive partiture, ci troviamo a provare una melodia e ognuno trova la sua parte. È un processo più lungo ma che ci ha permesso di creare questo suono particolare. Un altra particolarità del gruppo e la combinazione non tanto comune tra flauto irlandese e sax soprano e tra fisarmonica e violoncello. Abbiamo lavorato molto su queste combinazioni. 

Ci presenti la band? 
C’è Emer Mayock, multistrumentista che suona flauti irlandesi, whistles, uilleann pipes, violini, che è una delle personalità più interessanti della musica tradizionale. Emer viene dalla contea di Mayo e nasce in una famiglia di musicisti. Ha un gusto e una conoscenza musicale molto vasta, cosa rara tra i musicisti di musica tradizionale e scrive pezzi molto interessanti, usando molti tempi dispari. Nonostante ciò il suo suono è al 100% irlandese, qualsiasi strumento suoni e qualsiasi tipo di musica. Poi c’è Nick Roth che suona il sax soprano. È un jazzista inglese di origine ebraica che vive da molti anni in Irlanda. Ha studiato molta musica klezmer, musica balcanica e turca. Lavora anche nell'ambiente della musica contemporanea classica. Dirige un ensemble che si chiama Yurodny, nel quale suono anche io, che rappresenta forse ancora meglio il melting pot della Dublino contemporanea, tra musica classica, jazz balcanica e altro. Di differente background è la violoncellista Kate Ellis, musicista classica, specializzata in musica contemporanea, ma in realtà suona con tutti i musicisti più importanti in Irlanda, dal jazz al pop al tradizionale ai cantautori. Infine, c’è il percussionista Robbie Harris. Robbie ha suonato con tutti i musicisti più importanti di musica tradizionale e il suo bdhrán è uno dei più richiesti e versatili in Irlanda.

Come avete costruito il repertorio? 
Ognuno ha portato un po' di musica e abbiamo fuso tutto insieme. Emer, Nick ed io abbiamo portato le composizioni originali. Oltre a queste, io ho portato del materiale italiano e turco, Emer dei pezzi di trad. Insieme abbiamo arrangiato i brani. 

Per un ensemble eclettico come il vostro, ci sono difficoltà nel collocarvi all’interno dei festival musicali dell’isola? 
Credo che Tarab sia una realtà originale nella scena irlandese, perché la maggior parte dei gruppi moderni guarda più ad ovest per le contaminazioni. Ovviamente gente come Donal Lunny, che in principio voleva fare da produttore per il nostro disco ha guardato a Est ben prima di noi, ma in generale sembra che il focus sia più sulla Bulgaria e sull’area balcanica (qui vanno ricordati anche Andy Irvine e Davy Spillane, ndr). Personalmente, propendo più per il mondo turco, arabo e naturalmente italiano, mi piacerebbe lavorare sui quarti di tono. Il gruppo ha abbastanza successo in Irlanda, ma sembra piacere più agli amanti della world music e del jazz che a quelli della musica tradizionale. Nonostante ciò abbiamo ottenuto un finanziamento dal Deis, l'Arts Council delle arti tradizionali, il che vuol dire che siamo riconosciuti come facenti parte della tradizione. Uno dei nostri brani è stato anche scelto per una compilation regalata al presidente Obama in visita nel Paese per rappresentare la musica irlandese contemporanea. 

Sei coinvolto in un altro bell’ensemble che si chiama Zahr, con cui collabora anche Lucilla Galeazzi. 
Zahr nasce da una collaborazione con il percussionista Andrea Piccioni, che ho conosciuto anni fa, essendo uno dei più illustri esperti di tamburi a cornice in Italia (strumenti che suonicchio e di cui sono grande amante). L'idea che avevo da tanti anni era quella di usare il pianoforte e i tamburi a cornice. Quindi ho cercato del materiale ed abbiamo arrangiato insieme un po' di pezzi. Mi interessava un certo tipo di repertorio che viene dal Sud dell'Italia ma che ha una forte impronta araba e con un suono, come dire, un po' malinconico. Nel disco suonano anche il grande multistrumentista Fabio Tricomi e la fantastica Lucilla Galeazzi, che ho conosciuto con L'Arpeggiata, e con la quale ho lavorato per tanti anni in un programma chiamato: “Tarantella tra musica del Seicento e musica tradizionale italiana”. Il disco è uscito a ottobre del 2011 e abbiamo fatto un tour qui in Irlanda che è andato molto bene, anche con la partecipazione del suonatore di oud iracheno Khyam Allami, che vive a Londra, ed è abbastanza popolare in questo momento nella scena inglese della world music. 

Da dublinese adottivo, quali sono i luoghi della musica che consiglieresti? 
Credo di poter affermare che non ci siano veramente venues dedicati a Dublino in questo momento per qualsiasi tipo di musica. Praticamente non esiste un jazz club e ci sono pochii posti per ascoltare una vera trad session. Ci sono locali che sono commerciali e programmano qualunque cosa. Le cose più interessanti da un punto di vista del turismo culturale sono i festival. La maggior parte dei festival più interessanti al momento sono i cosiddetti Arts Festivals, che programmano un po' di tutto, musica, arte, teatro, danza etc... e quindi offrono una vastissima gamma di scelte. I miei preferiti sono sempre il Kilkenny Arts festival, ad agosto, e il Galway Arts festival, a luglio. Entrambi hanno un'atmosfera incredibile e un cartellone molto interessante. Recentemente Tarab ha anche suonato al Temple Bar Trad festival, che però mi sembra più una cosa per turisti americani che per irlandesi. Per il jazz c'è il festival di Cork che però è molto commerciale e non molto interessato alla scena musicale locale e il più piccolo ma interessante Bray jazz festival appena fuori Dublino. 



Tarab - Tarab (Taquin Records) 
Zahr - Zahr (Taquin Records) 
Più che lusinghiere le critiche dell’Irish Times, che scomoda confronti con l’epocale East Wind del duo Andy Irvine & Dave Spillane. Acclamato questo esordio dei Tarab anche dal webmagazine The Journal of Music, rivista molto attenta ai nuovi suoni d’Irlanda. Ne conveniamo, perché le due realizzazioni del musicista italiano e dei suoi compagni lasciano il segno. L’inizio è come si suol dire col botto, “Delicious Moments” è una vera e propria dichiarazione di intenti del quintetto: fisarmonica, flauti, percussioni che procedono su combinazioni ritmiche e profili melodici irlandesi-mediterranei con un crescendo improvvisativo. Il disco vive della dialettica di artisti dalla cifra musicale compatta ed elegante, possiede ritmiche composite, climi avvolgenti, trascinanti ed evocativi. Vincente per impasti timbrici è “Salterello Set”, mentre in "St. Chartier", si fa spazio il timbro profondo del flauto furulya di Nick Roth. Accentuata l’apertura verso i tempi dispari di origine balcanica con "Hicâz Zeybek" e “Hicâz Mandira”, mentre è dominata dalle corde del lavta “Sibouni Ya Naas”, tratta dal repertorio del cantante siriano Sabah Fakhri. In “Lucky Thirteen”, “Greeny set” assume un ruolo centrale il talento versatile di Emer Mayock, fiatista che qui si muove tra stilemi irlandesi e bretoni. Si raggiungono esiti davvero ragguardevoli in “Jenny Set” e nella conclusiva “Abbey Reel”, un tradizionale irlandese che presenta il dialogo violoncello, flauto e sax soprano. 
Altra creatura di Turrisi è il gruppo Zahr, che in arabo è la zagara. Il piemontese (piano e fisarmonica) condivide la scena con due musicisti navigati e di assoluta levatura come il brillante percussionista Andrea Piccioni (tamburi a cornice e a calice), e il multistrumentista e ricercatore Fabio Tricomi (oud, viella, kemenche, marranzano, tamburello). Ancora un lavoro dallo spirito volutamente di fusione, nel quale Turrisi porta tinte jazz e pianismo terso, fluido, misurato ed elegante con propensione nettamente improvvisativa , accostati a timbri, melodie e ritmiche di area mediterranea e mediorientale. Si parte con “Alla Carpinese” per trio di piano, oud e bendir, si sale verso l’entroterra napoletano con “Tammurriata”, ingioiellata dalla voce duttile e luminosa di Lucilla Galeazzi, che fa splendere anche la “Tarantella dell’Avena”. Il classico lucano “Fronni d’alia” è costruito su dialogo tra piano e bendir, mentre dal repertorio di Pino De Vittorio proviene “Tu bella”, costruita sul trio piano, kemenche e tombak e inserimento di basso elettrico, che conduce al brano che dà il titolo al gruppo e all’album, tema paradigmatico della compenetrazione collettiva dei musicisti, eseguito con piano, oud e percussioni. Del tutto inconsueto quanto riuscito, l’incontro tra il piano di Turrisi e la zampogna a paru messinese del maestro Pietro Cernuto degli Unavantaluna in “Ciaramedda”. Forte accelerazione ritmica e carattere improvvisativo nel finale del disco con il brano di Mario Salvi “Oriente Vesuviano”, per fisarmonica, oud, percussioni e basso elettrico. 


Ciro De Rosa