Roger Daltrey performs The Who’s Tommy, Milano, Teatro Smeraldo, 24 marzo 2012

Premessa
Michele Gazich riflette su Tommy
Tommy, l’album degli Who pubblicato nel maggio 1969 dopo lunga e complessa gestazione, portò la musica rock oltre le colonne d’Ercole; qualcuno dei membri della band inglese ancor oggi ogni tanto fa ritorno per raccontarci ciò che vide: preziosa, dunque, l’opportunità di ascoltare Roger Daltrey (vocalist degli Who e iconico protagonista nell’omonimo film di Ken Russell), accompagnato da una band di tutto rispetto, nella riproposizione live di Tommy, capolavoro del rock e non solo, che, come solo la grande arte fa, continua a parlarci e ad additarci. Il grande assente, naturalmente, è Pete Townshend, compositore e ideatore della prima rock opera della storia; vi furono poco prima altri significativi tentativi, ma Tommy, con la sua perfetta riuscita, eclissò ciò che la precedette, perché la storia dell’arte è dura, spietata e profondamente giusta: è la storia dei trionfi e non dei tentativi anche se significativi. Townshend resistette alle pressioni di Kit Lambert, il produttore che all’epoca lo affiancava, il quale avrebbe voluto un’orchestra accanto agli Who, per dare grandezza e richiamare un sound effettivamente “operistico”. Townshend resistette e uno dei motivi di fascino, ancor oggi, di Tommy è certamente il suo suono scarno, ma proprio per questo tanto più potente della più tronfia e gonfia orchestra wagneriana: è il suono eternamente attuale di un quartetto rock, arricchito da armonizzazioni vocali potenti e mai leziose. Tommy è la storia di un ragazzo cieco, sordo e muto, con spiccate caratteristiche autistiche; ha subito traumi e molestie nell’infanzia a vari livelli, ma, come osserva Townshend, anche la violenza subita dallo zio e dal cugino, nella mente di Tommy provoca una paradossale crescita spirituale: “He takes it as a move of total affection, not feeling the reason why. Lust is a lower form of love, like atomic attraction is a lower form of love. He gets an incredible push from it, where most people would get a spiritual retardment, constantly thinking about this terrible thing that’s happened to him. In Tommy’s mind everything is incredible, meaningless beauty”. Tommy è un idiota, un puro folle, un santo, un messia come lo definiva il suo autore; la rock opera è portatrice di un forte messaggio spirituale, scaturito da tante influenze: cristiane, ma non solo. Ricordiamo almeno la figura di Meher Baba, il guru frequentato da Townshend nel periodo della composizione di Tommy. Meher Baba era molto meno cool e molto meno amico dei media del coevo guru Maharishi Mahesh Yogi (quello dei Beatles, per intenderci), a partire dal fatto che non parlava, in seguito ad un voto di silenzio che mantenne dal 1925 alla sua morte (!). Nelle sue lezioni si esprimeva a gesti e con l’alfabeto muto… Siamo già nel mondo di Tommy: è interessante osservare che Meher Baba auspicava un risveglio spirituale degli esseri umani, simile al momento in cui Tommy si libera, rompe il vetro che lo circonda e comincia a comunicare davvero con gli uomini e con il creato al grido “I’m free!” 

Il concerto

A Milano si conclude la serie di date italiane del Tommy di Roger Daltrey. Il pubblico, numeroso, riempie il Teatro Smeraldo. Chi entra sente già uscire musica dalle casse del teatro: musica che poi capisco organizzata cronologicamente. Si parte dal blues delle origini, per giungere, attraverso varie mutazioni e passaggi intermedi, al Rock’n’roll anni cinquanta. Ciò predispone positivamente gli animi dei presenti: pubblico eterogeneo nell’abbigliamento e nell’estrazione sociale, ma, purtroppo, decisamente su con gli anni. Fin dalle prime note l’entusiasmo è palpabile. L’Overture è eseguita con grande tensione ritmica: Daltrey percuote uno contro l’altro due tamburelli (chiamiamoli come li chiamiamo noi in Italia, almeno su Blogfoolk), sottolineando con forza il ritmo e i riconoscibili temi melodici, accompagnando la sua esemplare band: Frank Simes (chitarra), Scott Deavours (batteria), Jon Button (basso) e Simon Townshend (chitarra). Questi musicisti hanno già suonato a lungo Tommy con Daltrey e non ci saranno sbavature nel corso del concerto: l’esecuzione della rock opera è positivamente legata all’album originale, ma non ne è pedissequa ripetizione. 
Ascoltiamo, infatti, notevoli e inedite aperture musicali, che non stravolgono il disegno iniziale, ma ben si amalgamano con esso. Scott Deavours, in particolare, riesce a non far rimpiangere il pirotecnico stile batteristico di Keith Moon e le due chitarre, ora acustiche ora elettriche, si incrociano con elegante precisione. Le armonie vocali, parte fondamentale di Tommy, sono eseguite con perizia e ferma intonazione. La band è in grado di suonare, inoltre, con il notevole eclettismo necessario alla rockopera: dal rock di Pinball wizard al vaudeville di Tommy’s holiday camp Ma parliamo del protagonista innanzitutto, naturalmente. Avevamo sentito parlare dei suoi problemi vocali e di interventi chirurgici, ma la sua voce – lo capiamo da subito – questa sera c’è: Daltrey parte prudente, ma già in Eyesight to the blind si lascia andare e la sua voce prolunga espressionisticamente ogni finale di strofa, provocando applausi scroscianti. Anzi, da questo momento in poi quasi ogni canzone sarà cantata insieme a lui dal pubblico e sottolineata da applausi che tuttavia non interrompono la concentrazione con cui la band procede nell’esecuzione di Tommy con intensità e senza soluzione di continuità, come è giusto che sia. Uno schermo, collocato sullo sfondo del palco, inoltre, sottolinea gli snodi narrativi della rock opera con cartoon di gusto psichedelico. “See me, feel me, touch me, heal me”: quando Daltrey canta per la prima volta la nota invocazione i cuori di tutti si spalancano alla commozione: l’invocazione, melodicamente stupenda come sappiamo, muove qualcosa di molto profondo in tutti. Daltrey diventa sciamano ed invoca la guarigione attraverso la musica, come in tante tradizioni di musica popolare anche della nostra Italia, come nella Taranta. 
Non sembri assurdo l’accostamento: in quel momento al Teatro Smeraldo l’intensa concentrazione e la commozione del pubblico sono state rito, rito di guarigione. “See me, feel me” pronunciati a piena voce; “Touch me, heal me” invece quasi con un sussurro, come se il cantante, celebrante di un rito comune, invocasse la guarigione innanzitutto su di sé, sulla sua voce ferita e miracolosamente così forte. Dopo che la guarigione fu iniziata, citando una vecchia canzone di Van Morrison, il seguito dell’esecuzione di Tommy è stato un crescendo di gioia e di partecipazione sul palco e nel pubblico. Difficile dire “cosa è venuto meglio” in un rito: segnalerò tuttavia che Pinball wizard è stata furiosamente all’altezza della fama e che I’m free è stata veramente liberatoria, esplosiva: Daltrey cantandola questa volta non planava su di noi nudo attaccato ad un deltaplano rosso come nel film di Ken Russell, ma la sensazione di totale e gioiosa libertà è stata la medesima. Verso la conclusione della rock opera il pubblico ha abbandonato le poltroncine e si è lanciato sotto il palco, tutti ormai guariti anche dagli acciacchi dell’età, cantando in coro il mantra: “Listening to you I get the music / Gazing at you I get the heat / Following you I climb the mountain / I get excitement at your feet! / Right behind you I see the millions / On you I see the glory / From you I get opinions / From you I get the story”
Finito Tommy, tutti eravamo già profondamente soddisfatti e appagati, ma Daltrey ci ha intrattenuti ancora a lungo, con la generosità che solo i grandi performer hanno, totalizzando quasi le due ore e mezza di concerto. Si sono sentiti tanti classici degli Who da I can see for miles a My generation a Who are you? a Behind blue eyes fino ad una eccezionale Baba O’Riley, di grande tensione ritmica, in cui Daltrey ha sostituito la celebre parte di violino con un coinvolgente assolo di armonica a bocca. Curioso sottolineare che, poco prima della fine del concerto, è stato proposto un divertente Medley di canzoni di Johnny Cash, nel presentare il quale Daltrey ha parlato, senza nessun tabu, dei suoi problemi vocali e della necessità di cantare qualche canzone su una tonalità più bassa e: “Chi cantava più basso di Johnny Cash?” Il pubblico era tutto con lui in un abbraccio affettuoso anche per questa condivisione, così poco da rockstar e così umana. Daltrey è ormai un uomo anziano: ha compiuto 68 anni il primo marzo, ma l’altra sera al Teatro Smeraldo nessuno lo ha visto vecchio. “Un uomo vecchio è una povera cosa – diceva il poeta William Butler Yeats -, a meno che l’anima non batta le mani e canti sempre più forte per ogni strappo del suo abito mortale”. Roger Daltrey, grande sciamano e grande anima, ha guarito noi e se stesso attraverso la musica e la parola.




Michele Gazich