I Personaggi del Folk: Gualtiero Bertelli

Voce storica della canzone di protesta degli anni sessanta, Gualtiero Bertelli, con le sue canzoni, ha attraversato quasi cinquant’anni di storia nazionale facendosi anche portavoce della tradizione musicale veneta, di cui rappresenta uno dei custodi e ricercatori più attenti. Lo abbiamo intervistato per ripercorrere la sua vicenda artistica a partire dall’esperienza del Canzoniere Popolare Veneto fino a raggiungere i tanti progetti come solisti e da ultimo il suo splendido disco, Il Custode della Miniera, dedicato all’epopea dei cantastorie italiani. 

Gualtiero Bertelli in concerto 
Ci può parlare dei suoi esordi? Quali furono i suoi primi passi nella musica di impegno sociale e nella ricerca?
Ho cominciato a suonare la fisarmonica da piccolissimo, quindi la musica mi ha sempre un po' accompagnato, anche se a fasi alterne. Negli anni sessanta avevo un complessino di musica leggera con il quale facevo musica da ballo per mettere in tasca qualche soldino quando ero studente. All'epoca mi interessavo di politica e frequentavo alcune librerie in cui arrivavano, cosa molto rara a quel tempo, i dischi Italia Canta dove c'erano le canzoni di Cantacronache, questo gruppo di Torino che ha dato il la alla canzone politica, alla ricerca e a canzoni di impegno sociale in Italia, e poi dal 1962 in poi quelle del Nuovo Canzoniere Italiano, che riproponevano canzoni popolari e canti sociali. L'incontro con questo tipo di musica mi ha dato una prospettiva nuova, che non avrei mai immaginato, e cioè che si poteva cantare qualcosa di diverso da "cuore, amore e dolore". Si poteva cantare anche la realtà, la vita di tutti i giorni, e ho incominciato a farlo anch'io intorno al 1963-1964, cantando i fatti che accadevano intorno a me. Mi è venuto spontaneo di usare la lingua che uso normalmente, cioè il veneto, il dialetto. Ho raccontato ciò che succedeva intorno a me, a Venezia, usando la lingua di tutti i giorni. In quel periodo Venezia era una città molto viva culturalmente e politicamente, oltre che molto più abitata di oggi e un gruppo anarchico che in quegli anni gestiva una libreria e galleria d’arte, “Internazionale”, frequentata anche dalla sinistra studentesca e dagli intellettuali di Venezia. Nella galleria si tenevano anche delle conferenze e dei concerti, e queste cantate, diciamo così, erano quasi sempre gestite da Luisa Ronchini, una ceramista che faceva parte di questo gruppo di anarchici e che aveva una voce straordinaria. Lei aveva precedenti esperienze di canto, e su invito dei Dischi Del Sole incominciò a condurre una ricerca a Venezia scoprendo e preservando dall'oblio alcune perle della musica tradizionale veneta. L'incontro con Luisa nel 1964 a casa di comuni amici, ci ha dato l'idea di metterci assieme, io con la mia fisarmonica e le mie prime canzoni e lei con la sua voce ed un chitarrista. Il 22 Ottobre 1964 abbiamo debuttato come Gruppo della Libreria Internazionale, ma immediatamente dopo, verso la fine dell'anno cambiammo nome in Canzoniere Popolare Veneto, nel quale entrò a far parte anche Alberto D'Amico nella primavera del 1965. Lì partì questa meravigliosa avventura. 

Il Canzoniere Popolare Veneto
Successivamente lei ha inciso anche per i Dischi del Sole…
Nel 1965 ho fatto il mio primo disco Sta bruta guera che no xe finia. Allora i Dischi del Sole non facevano ancora lp, ma pubblicava una collana che si chiamava sperimentale perchè sperimentava questa nuova canzone di impegno sociale, in formato extended play, un format che ha avuto poca fortuna perchè venne soppiantato dagli lp. Erano dei piccoli 33 giri con quattro o cinque canzoni. Prima di me erano usciti un paio di dischi di Ivan Della Mea, uno di Amodei, uno di Dario Fo, e poi arrivò il mio. Fu un colpo di fortuna, perchè anche qui si aprì un'altra parentesi importante. La fortuna fu che all'epoca il Nuovo Canzoniere Italiano cercava dei titoli, dei personaggi, dei compositori, dei cantanti che dessero una spinta a questa collana facendo decollare questo progetto. Quindi io arrivamo nel momento giusto con delle cose che erano perfettamente in linea con quella che era la loro idea. Una congiuntura favorevole ha fatto si che da questo disco cominciasse il mio rapporto con Il Nuovo Canzoniere Italiano e ovviamente anche quello con il mio gruppo, tanto è vero che al Folk Festival del 1965, pochi mesi dopo, ci presentammo anche noi con il Canzoniere Popolare Veneto. 

Luisa Ronchini
Lei ha parlato di Luisa Ronchini, mi piacerebbe approfondire la sua vicenda artistica…
L'anno scorso ricorreva il decennale della morte di Luisa Ronchini. Lei era nata a Bergamo settantotto anni fa, e subito dopo la famiglia si trasferì a Bolzano dove è cresciuta. Nel 1960 si trasferì a Venezia, nel frattempo si era avvicinata al pensiero anarchico e non ho mai capito… Lei abitava con sua sorella… e non so se fosse venuta casualmente per stare con lei oppure conoscendo Venezia tramite la sorella, era venuta in contatto con questo gruppo di anarchici. Fatto stà, che arrivata qui, fu assunta da una fornace come ceramista. Questa fornace era di proprietà di Cosparini, una delle figure di punta del gruppo degli anarchici di Venezia, e così entrò in contatto con le attivitò della libreria e della galleria. Lei aveva una voce fuori dal comune, era una donna complessa, non facile perchè aveva un carattere, per così dire, complicato. Lei era molto consapevole del proprio lavoro e anche del proprio valore. Progressivamente si è dedicata sempre di più alla ricerca, al punto da farne l'unico scopo della sua vita. Ad un certo punto, vi si è dedicata quasi esclusivamente. Ha abitato a Venezia fino alla fine dei suoi giorni, quando se l'è portata via una malattia rarissima, e purtroppo le malattie rare sono meno curate delle altre, perchè appunto sono rare. In questi primi anni di attività dal 1961 in poi fino ad undici anni fa, quindi al 2001, ha alternato l'attività di ricerca con la riproposizione sia del canto popolare sia della canzone sociale, arrivando anche a comporre qualche canzone, ma quest'ultima non è stata la parte più rilevante della sua carriera. Ha dato alle stampe anche un libro Ascoltemo Buona Gente, nel quale ha raccolto gran parte delle sue ricerche con allegata una cassetta. Noi abbiamo lavorato assieme nello stesso grupo fino al 1972, quando ad un certo punto per motivi ideologici e spinti anche dal desiderio, più mio che loro, di fare esperienze diverse io sono uscito dal Canzoniere Veneto e lo hanno continuato con Manuela Mago, una straordinaria voce femminile. Io poi ho fondato il Nuovo Canzoniere Veneto che ha avuto due formazioni diverse con il quale ho continuato fino agli anni ottanta. Le nostre diversità erano sostanzialmente rintracciabili nel fatto che io ero legato ad uno strumento e dunque più all'aspetto musicale mentre loro erano più interessati alla vocalità, e giustamente, viste le bellissime voci che si ritrovavano. Per cui hanno continuato un lavoro basato sulla vocalità con il solo accompagnamento di un eccellente chitarrista. Io invece sopratutto con la seconda formazione mi sono dedicato più agli arrangiamenti musicali e alla strumentazione. Io avevo voglia di fare questo tipo di esperienza e poi, dal punto di vista ideologico, io mi avvicinavo più al Manifesto, quindi alla sinistra extra-parlamentare mentre loro erano fedeli al PCI, essendosi allontanati negl'anni settanta dagli anarchici per confluire nel Partito Comunista. Queste sono le ideologie dei tempi, quando si ci divideva anche sul colore della barba di Marx… 

Gualtiero Bertelli in concerto
Ci può parlare dei suoi dischi degli anni sessanta, I Giorni della Lotta e Mi Voria Saver...
I Giorni della Lotta è stato il mio primo lp che ho fatto. Era una novità nel panorama degli lp che all'epoca erano semplicemente delle raccolte di canzoni come del resto lo è Mi Voria Saver, invece il mio primo album era un concept album, che anticipava quella modalità concettuale di fare i dischi che si è sviluppata solo negli anni successivi. Quel disco era dedicato interamente al 1968, con tanto di suoni, ruomori… Purtroppo non è stato ancora riversato in formato cd. Mi Voria Saver è certamente un disco interessante, ma rispecchia più gli anni settanta. Lì c'è la storia della mia città, dall'acqua alta al suo abbandono progressivo, sono tutte storie legate alla vicenda veneziana. Infatti mentre negli anni sessanta era molto viva, poi cominciò a spegnersi, cominciò a cedere abitanti e anche a perdere quel vigore culturale che era molto molto forte. Personaggi molto importanti come Giualiano Scabbia, Perussa, Dal Co che è stato il direttore della Biennale di Architettura, Massimo Cacciari, tutta una serie di personaggi che si sono segnalati anche sul panorama nazionale, sono nati prorio in quel periodo e negli anni settanta questa cosa comincia a spegnersi. Comincia a spegnersi il vigore della città, cedendo questa forza alla terraferma, al porto industriale alle fabbriche e a tutti quei veneziani che hanno trasferito la propria casa attorno a Venezia stessa. Tuttociò lo si avverte in Mi Voria Saver, ed è il filo conduttore della prima parte del disco. Nella seconda parte troviamo poi quel cammeo, quella cosa deliziosa che è Odineide. I cui testi di un'ironia sferzante e grottesca erano di Mario Menghi, studioso di storia contemporanea, che all'epoca giovane laureato scrisse per me quei testi e che divennero questo ironico teatrino di un prete veneto, Don Odino, che rimanda allo stereotipo del veneziano cinematografico dove siamo rappresentati come servette, preti o carabinieri, gente che arriva da una depressione economica notevole. La parte musicale l'ha curata Cignalesi, ci sono fiori di musicisti come Paolo Ciarchi, Rivolta che poi è diventato primo flauto della scala, Marco Lacca al contrabbasso, che in pochissimo tempo delle incisioni diedero una certa freschezza alle incisioni. Si sente che sono arrangiamenti improvvisati e proprio questo da loro freschezza e vitalità. Sono canzoni che danno il senso di cosa potrà succedere nel mio futuro, preannunciano un cambiamento di passo, una fotografia di quel passaggio dall'urlo dell'inventtiva al ragionamento, alla riflessione, alla metafora, aprendosi ad un linguaggio più maturo dal mio punto di vista. Poi c'è una canzone a cui sono legatissimo come Sora Un Treno, che è la storia del mio anno in Puglia, dove ho fatto la terza media.

Gualtiero Bertelli e La Compagnia delle Acque
Come si è evoluto l'approccio alla canzone di impegno sociale e politico dai suoi esordi al Nuovo Canzoniere Popolare Veneto? 
Un aspetto importante è stato, come ho detto, il riappropriarsi della musica e della strumentazione, infatti con il Canzoniere Popolare Veneto mi limitavo a suonare la chitarra e a volte la fisarmonica, ma molto poco perchè sembrava un calcio, un rumore in più rispetto alla scelta del gruppo che era prevalentemente vocale. La vocalità ha le sue idee. Il Nuovo Canzoniere Veneto si è affermato sempre di più sul piano della musica, in rapporto alla forma canzone. Cantavamo anche a due, a quattro voci, però non era quella la grande novità, che consisteva invece nel far dialogare gli strumenti con la voce. Poi le esperienze musicali sono state diverse, per esempio il primo lavoro che ho fatto con la seconda formazione del Nuovo Canzoniere Veneto, ovvero qualla più improntata all'aspetto musicale, è stato uno spettacolo che si chiamava "Dentro La Fabbrica e Fuori", già il titolo la dice lunga, che era basato su poesie di Ferruccio Brugnaro, musicate da me. Ferruccio ora è in pensione, ma lui è un poeta operaio, che lavorava alla Montefibre, e ciclostilava le sue poesie e le distribuiva davanti alla fabriche durante gli scioperi. Queste poesie raccontavano proprio quello che stava succedendo dentro alla fabriche e io ne ho scelto una quindicina, in accordo con lui e le ho musicate costruendo un ragionamento sulla fabbrica di quegl'anni che andava dalle speranze ai cortei, passando per le occupazioni e i picchetti. Lui parlava anche di problemi importanti, che poi emerserno negli anni a venire come la tossicità di alcuni prodotti, per esempio il cloruro di vinile provocava il cancro. Ricordiamoci che per la faccenda del cancro a Marghera c'è stata una assoluzione nel processo famoso proprio perchè si diceva che fino ad allora non esisteva una legge che considerava reato l'uso di tali prodotti chimici. Il dato di fatto è però che già allora si sapeva che la gente moriva e le poesie di Ferruccio sono una testimonianza di questa consapevolezza che c'era. Questo è stato il primo lavoro che abbiamo fatto con questa formazione, poi sono venuti altri basati su canzoni mie e su quelle di Stefano Magliaricatti, che oggi fa il musicista di professione che è emerso proprio in questo gruppo come autore ed interprete di canzoni. 

Gualtiero Bertelli in una foto d'archivio del Premio Tenco
Tornando al periodo dei dischi del Sole, qual'era il suo rapporto con suoi colleghi come Fausto Amodei, Giovanna Marini… 
Era ottimo. Sai, a quei tempi, noi eravamo sparsi per l'Italia, ed ognuno faceva le cose per conto suo. Giovanna a Roma, Fausto a Torino, io a Venezia, ma poi c'erano dei momenti in cui si facevano spettacoli assieme, come faremo il 29 gennaio a Roma al Teatro Valle con tutto il Nuovo Canzoniere Italiano. Ci si vedeva e si metteva su un repertorio comune. Addio Lugano Bella la conoscevamo tutti, Bella Ciao pure. C'era questo pacchetto di canzoni, venti, trenta, quaranta, che erano condivise e che tutti conoscevano. Poi ognuno ci metteva le sue, e ci si vedeva tutti prima dello spettacolo. Sai oggi abbiamo tecnici, spie, controspie, e tutto quanto, e un soundcheck dura o tre ore, invece all'epoca c'erano quattro, cinque microfoni schierati e via, si andava alla garibaldina, e soprattutto ad esempio facevo una canzone io, una Giovanna, poi c'era una in coro come nel caso di Addio Lugano Bella. Il coro partiva, perchè la conoscevamo tutti, ci bastava trovare la tonalità. E dicevamo: "chi parte?" e partiva Giovanna e poi tutti dietro di lei. Si capiva che era una cosa che nasceva lì, ma questo costituiva anche la sua specificità diversamente da spettacoli leccati e preparati nei minimi particolari. Quelle cantate erano molto spontanee e molto vive, per cui i rapporti erano ottimi. Ci si vedeva, ci si sentiva, e abbiamo fatto anche delle cose insieme come nel 1967 quando con il Canzoniere Popolare Veneto abbiamo organizzato tre giornate di Canti dell'Altra Italia, che ha avuto una risonanza enorme in città e non solo. A livello personale ovviamente i rapporti erano eccellenti, sebbene non ci fosse una frequentazione quotidiana. Poi io per trent'anni ho sempre fatto il maestro elementare quindi, diversamente da Giovanna o da Ivan o da Paolo, che dedicavano interamente il loro tempo a suonare, io avevo le vacanze estive per farlo e poi con grandi salti mortali riuscivo a fare qualche serata. Era una grande fatica ma anche un grande piacere. 

Gualtiero Bertelli alla fisarmonica
Quanto è stato importante anche il rapporto con il mondo della ricerca e con personaggi come Roberto Leydi e Gianni Bosio? 
E' stato fondamentale anche perchè mi ha permesso di valorizzare un'aspetto della mia professionalità che non conoscevo, cioè quando ho cominicato a sentire le registrazioni fatte da Lomax nella Laguna di Venezia, mi sono detto: "queste sono cose che conosco. questo modo di cantare mi è familiare" e spontaneamente ho cominciato a cantare come cantavano quelle persone lì. Tanto è vero che Leydi ha sempre apprezzato moltissimo il mio modo di eseguire i canti popolari e considerava Nina uno dei grandi monumenti della nuova canzone popolare. Questo me lo ha detto lui e me lo hanno confermato molti altri. Il mio rapporto con loro è stato ottimo, sia con Gianni Bosio che con Roberto Leydi, con il quale ho fatto un intervista nel 1985. Ci siamo sempre visti e frequentati anche dopo quel periodo. La ricerca è stata per me una componente importante della mia formazione culturale e poi anche un modo di avvicinarmi alla mia città e al territorio veneto diverso da quello che avevo fino allora praticato. Per esempio, dando valore a cose che prima mi sembravano di poca importanza, come i canti da osteria e ho scoperto anche delle cose sorprendenti con alcuni amici e compagni di lavoro. Tanto è vero che quando abbiamo fatto Terra e Acqua, lo spettacolo da cui è stato tratto Addio Venezia Addio abbiamo riportato alla luce canti che la città non sapeva neanche di avere, tra lo stupore di chi come noi era completamente all'oscuro di questo tipo di materiale. 

Gualtiero Bertelli in concerto
Per venire agli anni più recenti sarebbe bello ripercorrere la sua carriera da Barche di Carta ai lavori più recenti… 
Dopo il 1980 ho smesso di suonare praticamente avendo chiuso, per quando mi riguardava l'esperienza con il Canzoniere Popolare Veneto con loro che hanno continuato con un'altro nome a fare altre cose. Scrissi una canzone sola e poi non ho più scritto nulla perchè ero davvero confuso, non sapevo che cosa scrivere e a chi. Era l'epoca delle Brigate Rosse, di Moro, era una situazione davvero complicata per cui davvero mi sono visto le piazze vuote, improvvisamente ho assistito a questo reflusso, come si diceva all'epoca, un ripiegamento. A quel punto non avevo più voglia di suonare, non sapevo ne' cosa ne' a chi cantare, per cui mi sono dedicato ad altro. Questo sino al 1987, e fino ad allora non ho fatto spettacoli, non ho fatto nulla. Nel 1987, come una folgorazione, mi venne fuori questa canzone Barche de Carta, dove uso sempre il veneto ma è una lingua diversa, ricca di metafore, di immagini, di quadri. Quindi non più una canzone che ti spiega cosa devi fare ma la canzone che mette lì delle riflessioni offrendole all'ascoltatre quasi a dirgli "vedi se ti fanno pensare, vedi se ti smuovono, ti fanno reagire". Quindi una canzone meno didascalica ma più provocatoria dal punto di vista del pensare e del prender parte. Con Barche De Carta nasce questa seconda fase della mia vita musicale e da lì tutte le altre canzoni, hanno questo tipo di impostazione. Nel 1987 e sia il disco sia la canzone ebbero la Targa Tenco. Poi un lungo periodo di silenizio, anche se dopo il disco ho fatto una tourneè ma non era il momento, non c'era corrispondenza. Ho continuato però a scrivere canzoni, tanto è vero che nel 2001 ho fatto questo concerto di canzoni nuove in un granaio di una villa, qui sul Brenta e lo abbiamo registrato e così è nato "Quando la Luna è a Mezzogiorno". Subito dopo è nata la collaborazione con Gian Antonio Stella, con il quale già ci conoscevamo, e per la presentazione di un suo libro, Tribù e l'anno successivo lavorammo ancora insieme per L'Orda. Qui a Mira dove abitiamo c'è un teatro e presentammo là il disco, poi l'anno dopo ci siamo ritrovati e mi ha detto "sai il giorno 12 dicembre presento un libro che si chiama "L'Orda", e io gli dissi "vuoi che venga con un gruppo di amici a fare qualche canzone che parla di immigrazione?" e lui accettò ben volentieri, chiedendomi di mandargli i testi. Suonammo così sul palco senza nemmeno sapere di cosa parlasse il libro, lì lui aveva fatto una specie di scaletta ed è stato un successo, con il pubblico a cui è piaciuta moltissimo l'idea e con noi che ci siamo divertiti moltissimo. Io ero con il pianista Paolo Favorido e con tre ragazze che cantavano. Morale della favola mi disse: "senti se ci capita ancora qualche occasione lo rifacciamo" ed io gli dissi "certamente". E' nata così L'Orda che è diventata un vero e proprio format ed è sbocciata questa mia seconda vita musicale. Insieme a Gian Antonio abbiamo fatto altri spettacoli come Odissee, Anni Cinquanta, tutti tratti da libri suoi. Da L'Orda ed Odissee sono nati i dischi sugli immigranti Quando Emigranti e Povera Gente. Con lui abbiamo fatto almeno otto spettacoli tra cui anche uno sulla resistenza, uno sulle donne. Abbimo poi riproposto lo spettacolo Tribù come Tribù Show e da ultimo Negri, Froci, Giudei & Co. tratto dal suo libro omonimo che parla del fascismo e dal quale è nato anche un disco che uscirà a breve. Dopo l'esperienza con Gian Antonio ho lavorato con Edoardo Pittalis, un giornalista del Gazzettino con il quale abbiamo fatto uno spettacolo sulla Grande Guerra, uno sullo sviluppo del Veneto negli ultmi cento anni, Maramao Perchè Sei Morto - L'Italia ai tempi del trio Lescano quindi dedicato al periodo fascista e l'ultimo della serie che è Bambini D'Italia ovvero la storia patria vista con gli occhi dei bambini, dei ragazzi, delle donne, ovvero quelli che hanno avuto meno visibilità ma che pure hanno sofferto questa storia oltre ovviamente a percorrerla. Con Fabrizio Gatti, giornalista de L'Espresso abbiamo realizzato Bilal tratto dal suo libro omonimo che tratta della sua avventura nella quale si è finto immigrato. Ha attraversato il deserto, si è infiltrato in un CPT a Lampedusa e poi è andato nei campi della Puglia a raccogliere i pomodori. Le formazioni musicali cambiano perchè il gruppo La Compagnia delle Acque è un gruppo aperto di musicisti che di volta in volta si ricompone intorno ad un progetto sulla base di cosa serve e di quali sono gli strumenti più utili.

Gualtiero Bertelli e Gian Antonio Stella insieme alla Compagnia delle Acque
Può parlarci del suo ultimo disco, Il Custode della Miniera che ha realizzato con Pittalis? 
E' un progetto che nasce intorno alla figura del cantastorie. La cosa che mi è balzata agli occhi è che in questo tripudio di celebrazioni per l'Unità d'Italia, cosa che io condivido sia chiaro, ci siamo dedicati di più a quelle figure che hanno contribuito in maniera più forte ad unire la nostra nazione e questi sono i cantastorie. Questa gente che passava al nord come al sud, di piazza in piazza, raccontando quelle storie che succedevano nel mondo a persone quasi sempre analfabete, che comunque non leggevano i giornali e non avevano ne' radio ne' televisione. E questo in lingua nazionale, e ciò ha contribuito in modo determinante all'unità linguistica. Credo che si sarebbe dovuto parlare di più di questi operatori di cultura di base e per questo mi è venuto in mente di fare un omaggio a queste figure. Edoardo Pittalis stava scrivendo un libro, L’Acqua, Il Sangue, La Terra, in cui raccontava dieci storie del Novecento, storie vere del veneto. Partiva con Maria Tarnovska, questa principessa russa che è venuta a Venezia per uccidere un suo amante, pensa un po', e finiva con il Vajont, anzi con Venzia che è del 1966. E lui mi disse "Gualtiero quando è il momento di presentare il libro vieni anche tu a cantare le tue canzoni". E io gli dissi:"Perchè non mi mandi i tuoi racconti, che io li trasformo in ballate di cantastorie, usando il loro metro e loro stile. Così tu racconti la storia e io la canto.". Lui rimase subito entusiasta. E così man mano che scriveva i racconti me li ha mandati e io li ho trasformati con rime e strutture diverse a seconda delle canzoni, perchè ho cercato di ripercorrere vari stili poetici e poi ho fatto la musica e nel frattempo li ho anche incisi mettendo su un Orchestrina, una tipica orchestra da ballo dei primi del novecento. Credo che nessun cantastorie si sia potuto permettere di girare con un'orchestrina così. Però è un'altra citazione popolare, perchè non ho cercato di fare un'operazione filologica, perchè non ne avevevo nessuna voglia e forse nemmeno le capacità. Ho voluto dare vita ad un operazione che fosse insieme un omaggio al mondo popolare tanto nello stile dei cantastorie quanto nella musica che è tipicamente da ballo con contrabbasso, chitarra, fisarmonica e violino, con tutte le melodie che vengono dal ballo staccato. Quindi un omaggio sia a chi ha dato un contributo determinante all'Unità di questo paese quindi i cantastorie e la musica popolare. 

Gualtiero Bertelli in concerto
Quali sono i suoi progetti per il futuro?
Come ti ho detto è in uscita questo disco con Gian Antonio Stella, per il quale sto ultimando le ultime cose in studio e alcuni pezzi saranno con la voce mia e quella di Gian Antonio. Dopodichè abbiamo fatto un disco con i canti dell'immigrazione italiana per la Francia, che è già uscito in allegato alla rivista Italians, che raccoglie alcuni brani già usciti e qualche incisione nuova. Sto lavorando a vari progetti, uno sui canti del Natale, uno sul Ciclo dell'Anno sui canti delle questue di San Martino fino alla Pasqua, poi ho in mente qualcosa per il mio settantesimo compleanno e per il mio cinquantesismo anno di attività, poi ancora ho fatto una ricerca sulle parodie, ovvero i canti scritti sulle arie di altre canzoni. Vorrei continuare a lavorare sulla storia dei cantastorie. 




Gualtiero Bertelli – Il Custode Della Miniera (Nota) 


CONSIGLIATO BLOGFOOLK!!!

Ispirato dal libro L’Acqua, Il Sangue e La Terra di Edoardo Pittalis, che raccoglie dieci racconti tratti da fatti realmente accaduti tra il 1906 e il 1966, Il Custode Della Miniera di Gualtiero Bertelli, è un omaggio ed allo stesso tempo una celebrazione dell’epopea dei cantastorie italiani. Seguendo la medesima struttura del libro, il disco raccoglie dieci ballate narrative, composte dallo stesso Bertelli, che rimandano alle dieci storie raccolte da Pittalis, il quale ha aggiunto per l’occasione anche dieci cartelloni illustrativi in stile naif. La bella edizione curata da Nota, prevede oltre ai testi delle canzoni anche una interessante introduzione di Marco Paolini, accompagnata dalle note di copertina redatte da Bertelli e da Pittalis che raccontano un po’ la genesi dell’opera. Ad accompagnare il cantautore veneto, che si destreggia tra il canto e la fisarmonica, troviamo una piccola orchestrina, che rimanda a quelle delle balere dei primi del novecento composta da Simone “Cimo” Nogarin (chitarra e bouzuki), Stefano Olivan (violino, violomba e nichelharp) e Domenico Santaniello (contrabbasso e violoncello). La caratteristica peculiare di questo disco, consiste proprio nella perfetta convivenza tra i suoni e ritmi della musica da ballo con il fluire fascinoso delle liriche della ballata narrativa, un connubio sorprendente nel quale brilla tutto il lavoro di ricerca dell’autore. Ritornano così le storie scure dell’Italia dei primi del Novecento come quella della Contessa Tarnovska o dell’assassina Caterina Fort ma anche fatti di cronaca come i disastri di Marcinelle e del Vajont o ancora l’alluvione di Venzia del 1966. I fatti narrati da Bertelli, accompagnati dalle splendide musiche dell’Orchestrina, riportano alla luce una tradizione antichissima come quella dei cantastorie, e con essa l’insieme di usi tipici della ballata narrativa dall’uso degli aggettivi a quello delle rime passando per le assonanze e tutto l’insieme di figure retoriche proprie della canzone dei primi del Novecento. Il cantautore veneto con Il Custode della Miniera ha aperto così uno spaccato su quella parte minore e dimenticata della storia della nostra nazione, una storia fatta non dai potenti ma dagli uomini che giorno dopo giorno hanno contribuito a fare dell’Italia una nazione. Novello cantastorie, Bertelli si fa portavoce di questi eventi non presenti nei libri di storia, non solo per celebrare quanti con le canzoni raccontavano i fatti di cronaca nelle piazze dei paesi, ma anche per sottolineare come la nostra nazione sia nata sia da piccoli fatti, non solo di cronaca, ma anche da piccoli episodi di eroismo. 



Salvatore Esposito