Söndörgő - Tamburising: Lost Music of the Balkans (World Village/Ducale)

A partire dalla seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso l’ensemble Vujicsics, dal nome di un compositore ed etnografo ungherese di origine serba scomparso nel 1975, ha portato all’attenzione del pubblico la musica delle minoranze slave meridionali del territorio magiaro. Il gruppo – i cui membri hanno dato vita anche un’attivissima associazione culturale – ha pubblicato 10 album dal 1981 al 2005; nel 1988 un loro disco uscito per la Hannibal di Joe Boyd li proiettò nell’olimpo della neonata world music. Filiazione di quella band seminale sono oggi i Söndörgő, non solo perché i tre fratelli Eredics sono figli di Kálmán Eredics, bassista dei Vujicsics, ma perché la formazione di Szentendre, graziosa cittadina dell’Ungheria centrale, riprende pienamente timbriche ed espressioni musicali delle popolazioni serbe e croate, emigrate in terra ungherese durante l’avanzata ottomana. Nati nel 1995, dopo Oj Stari (2001) e Oj Javore (2006), i Söndörgő sono stati protagonisti di un folgorante incontro con il travolgente sassofonista macedone Ferus Mustafov (In Concert, 2008). Lo strumento elettivo della band di Sant’Andrea è il tambura o tamburica, strumento a corde tastato e pizzicato con un plettro che la band utilizza nelle sue differenti fogge e dimensioni (cfr. http://en.wikipedia.org/wiki/Tamburica, http://www.tamburica.org/): dal più simile al mandolino al tambura basso, da quello che ha le sembianze di una chitarra fino a quello che rassomiglia ad un contrabbasso ma è suonato col plettro. Nelle regioni della Serbia e della Croazia in cui è diffuso, il tamburica è tradizionalmente strumento solista o suonato da organici più ampi. Nello strumentario di Söndörgő, oltre alle corde incontriamo anche fisarmonica, flauto, kaval, clarinetto, sax, tromba, darbuka e teppan. Nel 2011 i tre fratelli Áron, Benjamin e Salamon Eredics, in compagnia del cugino Dávid Eredics e di Attila Buzás, sono tornati sulla scena con Tamburising, loro quarta incisione pubblicata dall’etichetta World Village. Il sottotitolo “Lost music of the Balkans” produce l’appeal caratteristico dei dischi di world music: sedurre il pubblico, alimentando l’immaginario di una pratica musicale autentica perché dimenticata, perduta e quindi riscoperta. Ma al di là del discorso su originalità ed esotismo che è inscritto nella nozione stessa di “musica del mondo” rivolta ad orecchie e palati occidentali, va detto che la band magiara interpreta musica che è effettivamente schiacciata dalla preponderanza del folk magiaro e della gypsy music, o altrove nei Balcani, dalla potenza delle brass band. Cosicché l’idea di una pratica strumentale minoritaria obliata ha una sua consistenza storica ed estetica. In ogni modo, ciò che più conta è che i Söndörgő suonano grande musica, con spiccata perizia tecnica, arrangiamenti fluidi ed un drive notevole. Sono ben attivi all’interno della comunità locale e seguono con continuità gli insegnamenti di Józsi Kovács, maestro rom di tamburica della cittadina meridionale di Mohàcs, punto di riferimento imprescindibile per la musica delle minoranze slave e dei repertori rom. Il virtuoso solista è tra gli ospiti del disco con Antal Kovács, cantante dei Romano Drom, e la brava vocalist e attrice Kátya Tompos, un passato da Eurofestival. Nei 15 brani di Tamburising la band attinge non solo al corpus raccolto da Tihamér Vujicsics ma anche a materiali provenienti dalla aree della ex Jugoslavia, che il quintetto traspone ottimamente per tambura. Emblematico il brano d’apertura serbo “Tonči”. Le sfumature timbriche dei diversi tipi di tambura e il suono di insieme si colgono interamente in “Sinoč”, “Joka”, “Cale noči” e “Bušo kolo”. Il canto gonfio di pathos di Tompos seduce in “Čororo” e nella canzone macedone “Zajdi Zajdi”, dove primeggiano i timbri caldi e dolenti di flauto e clarinetto. Ci sono poi i repertori rom tra i quali il classico “Opa Cupa”, “Igran čoček” e “Cigančica”, strepitoso finale contrassegnato da coinvolgenti cambi di tempo. 


Ciro De Rosa