Vincenzo Zitello: l'arpa e la tradizione

Considerato l’erede musicale di Alan Stivell, del quale è stato allievo, Vincenzo Zitello è uno dei grandi virtuosi italiani dell’arpa. Negli anni ha avuto modo di seguire un lungo ed articolato percorso artistico che lo ha portato non solo ad incidere numerosi dischi come solista ma anche a collaborare con cantautori italiani come Franco Battiato ed Ivano Fossati. Il suo stile originale, mescola le atmosfere ed i suoni del mediterraneo con il fascino accattivante e suggestivo delle melodie nordiche, quasi nelle corde della sua arpa si incontrassero terre lontane e distanti, diventando un tutt’uno. Abbiamo intervistato Vincenzo Zitello in occasione della pubblicazione del suo ultimo album, Talismano per ripercorrere con lui la sua carriera e parlare della sua formazione musicale e delle sue esperienze. 

Hai cominciato da giovanissimo lo studio della musica suonando il flauto traverso e la viola, com'è nato poi l'amore per la musica celtica e per l'arpa in particolare? 
Ho mosso i primi passi nel mondo della musica iniziando prestissimo lo studio del violino. A quattordici anni ho proseguito con il flauto traverso, e poi a diciotto è arrivata la mia prima tourneè come violinista al fianco di Franco Battiato. In quegli anni era già iniziato il mio interesse per l’arpa celtica, e ricordo che ebbi la fortuna di ascoltare Reinaissance De La Harpe Celtique di Alan Stivell, un disco fondamentale per la mia formazione musicale, e ne rimasi così colpito, che ancora oggi ne ricordo l’impressione. Avevo trovato lo strumento che cercavo da sempre, ed anche se ero molto giovane la sua sonorità mi apparteneva nel corpo e nell’anima. 

Sei stato il pioniere della musica celtica in Italia, cosa ti ha affascinato di quella tradizione musica e più in generale di quella cultura? 
L’arpa fu il cardine del mio interesse per la musica celtica, e ne sono rimasto talmente affascinato che ho incominciato a studiare tutto quello che trovavo, fino ad arrivare al Ti Kendalc'h in Bretagna la casa della cultura bretone per prendere lezioni da due grandi arpisti come Domique Bouchaud e Marianig Larkanteg, e successivamente da Alan Stivell. Il fascino che nasceva da quella musica era per me la libertà poetica in uno stile intatto che si tramanda con fierezza da tante generazioni, fuori dal tempo, la bellezza della continuità creativa. Mi hanno sempre colpito poi la magia quasi sciamanica, la semplicità con cui viene condivisa a livello popolare, la forte naturalità che anima la sua essenza. L’arpa raccoglie attraverso uno strano compimento ancestrale il suono della terra che va verso il cielo e l’infinito. 

Hai avuto modo di collaborare con artisti del calibro di Franco Battiato e Ivano Fossati, come ti ha influenzato il contatto con questi cantautori? 
Ho collaborato con Ivano Fossati, dal 1988 al 1992, ovvero a cinque album e relative tournee, dalla Pianta del tè fino ai due dischi dal vivo Carte da Decifrare e Buontempo, senza dimenticare il penultimo Musica Moderna. Questa parte della mia attività è stata una vera avventura, ma anche una sorpresa. Ho conosciuto musicisti con cui collaboro tutt’oggi, e l’esperienza è stata fondamentale per un'altra parte del mio mondo musicale. Il progetto, come forma di collaborazione è un modo di condividere il lavoro di un artista e mettersi al suo servizio con amore e rispetto per la sua arte. Ho un ricordo bellissimo di quel periodo e della musica di Ivano, la collaborazione con lui ha sviluppato in me una parte che si era assopita quella mediterranea e latina della mia musica. L’esperienza con Ivano Fossati è stata la collaborazione più interessante e bella della mia carriera musicale, da un musicista come lui c’è solo da imparare ed ho una grande stima per questo grande artista ed amico. Battiato fa parte del primo periodo della mia vita artistica. Lo conobbi che ero giovanissimo, avevo sedici anni e poi a diciotto feci questo piccolo tour come violista il gruppo si chiamava Telaio Magnetico. Da lui imparai a cercare attraverso i suoni, sperimentare, creare qualcosa di nuovo ed originale legato alla contemporaneità. Fu proprio Franco Battiato che finanziò i miei provini con la CBS oggi Sony nel 1987 per il disco Kerygma. In seguito ho collaborato ancora con lui nel 1990 al Teatro Greco di Siracusa nella tragedia di Eschilo “I Persiani” per cui Franco aveva composto le musiche e Mario Martone aveva curato la regia. 

Puoi parlarci del tuo processo creativo? Le tue composizioni sembrano partire dalla tradizione per poi allargare i propri orizzonti... 
La mia musica rientra in un progetto strumentale contemporaneo, le ispirazioni sono molte ed appartenenti a generi musicali diversi che ho frequentato e ho inglobato emozionalmente e culturalmente. Ho sempre avuto la fortuna di suonare e di frequentare musicisti con una grande personalità, ho avuto modo quindi di toccare con mano la parte autentica dei vari generi musicali e non solo di esserne influenzato. Questo mi ha dato la possibilità di avere un particolare e personale identità artistica che ha molte sfaccettature e che tende verso una diretta libertà psicologica nell’ essere musicista. In ogni caso non m'interessa solo il timbro della musica ma, anzi, chi conosce il mio stile musicale sa che è pieno di connotazioni fortemente melodiche. Ci sono brani come Gaelic Raga che escono dal solo senso melodico stretto e cercano la variazione nelle strutture e le contaminazioni con l’oriente. Una piccola riflessione: la musica oltre allo spazio che crea, ha come stato tre elementi imprescindibili. La melodia che si percepisce con la logica (infatti noi non comprendiamo bene le melodie che sono fuori da un linguaggio, esempio i temi arabi) mentre il ritmo è vicino alla fisicità ed e molto più facile riconoscerlo e poi c’è l’armonia che è pura emozione, solo intuire, il clima la luce il colore della musica. Ecco cosa cerco: l’apertura delle percezioni e la sorpresa. E imparare sempre dalla propria musica è importantissimo, so che sembra un paradosso, ma a volte ci muoviamo in territori dove prima del gesto e della cultura c’è una reazione istintiva e spesso nella musica tradizionale accade questo. C’è la magia, la musica non è staccata dall’uomo e quando dico uomo intendo bianchi, neri, rossi, e gialli tutti. In questo contesto ho studiato molti strumenti per percepire appunto l’umanità per imparare e sentirmi aperto alle varie tradizioni che hanno sempre dentro delle verità oggettive, mi sono interessato a musiche e strumenti Cinesi e Giapponesi, Indiani e Barocchi, Armeni, e oltre ai flauti di varie nazioni anche a strumenti ad ancia come il clarinetto e clarinetto basso, gli strumenti medioevali e rinascimental e ad Arco. 

Parlando di processo creativo, quanto è importante per te la sperimentazione sonora? 
Tantissimo. Io cerco costantemente possibilità espressive siano esse acustiche, elettriche ed anche elettroniche, sebbene negli ultimi anni ho preferito ritornare alle arpe acustiche. Credo che non bisogna sottrarsi alle innovazioni tecniche, anzi, è necessario appropriarsene per essere musicisti del nostro tempo. Questo vale per le corde gli strumenti, le colle per tenerli insieme ed anche la creatività è fondamentale per far arte, offre un punto di vista per non dimenticare che si è sempre fatto così. 

Nel tuo percorso hai avuto modo di approfondire anche la cultura e la musica bretone, quanto ti ha influenzato nel tuo percorso quell'esperienza? 
La cultura bretone ha influenzato moltissimo il mio stile arpistico essendo stato non solo ispirato da Alan Stivell ma anche suo allievo. Lui non è scindibile dalla tradizione bretone, nonostante io non sia molto rock. Lo conobbi a Cesena nel 1980 e da quel momento siamo diventati amici, ci siamo incontrati spesso per delle sedute di improvvisazione e anche per dei concerti estemporanei. Un'altra cosa importante è che in tutti gli arpisti celtici contemporanei hanno qualcosa di Alan. Io mi ritengo suo allievo. In un suo recente libro mi definisce l’arpista più affine a lui, e per questo dopo trentaquattro anni posso dire che la musica della Bretagna continua ad ispirare una parte della mia creatività, la sua architettura e affine alla tradizione europea Medioevale, e questo si sposa bene nell’arpa celtica con corde in metallo.

Come si è evoluto il tuo approccio con le tradizioni musicali nel corso degli anni? 
L’ispirazione trovo che sia l’equilibrio tra la gioia e la nostalgia. Qualcosa che sale da dentro e prende forma, si fa suono, armonia e melodia, far scaturire il movimento delle emozioni e la poesia. Gli spunti sono il bagaglio culturale e la spinta intuitiva che offre il gioco della musica tradizionale-Ho sempre cercato di approfondire i diversi linguaggi della musica etnica, senza fare turismo musicale. Ho avuto modo di venire in contatto con tante tradizioni differenti e la difficoltà stà nel lasciare libero ciò che ti appartiene di ogni tradizione, per non perdere l freschezza delle scoperte che appartengono ad un preciso territorio ed etnia. 

Dal punto di vista discografico come è cresciuto il tuo modo di comporre da Et Vice Versa ai dischi più recenti? 
Da Et Vice Versa a Talismano sono passati ventiquattro anni, molte impressioni e tante esperienze che hanno contribuito a farmi crescere. Anche se c’è una continuità nei miei lavori discografici, ho sempre cercato di variare e di cambiare tra un lavoro e l’altro. All’inizio ero propenso strumentazioni miste, elettriche ed acustiche. Più passa il tempo e più il mio gusto si orienta verso la musica acustica, classica ed etnica al massimo un po’ jazzistica. La particolarità è che questi due dischi hanno in comune di essere stati incisi entrambi con l’arpa con le corde in metallo. Avevo perso per un certo periodo il contatto con questo strumento, durato una decina d’anni dal 1990 al 2000. 

Puoi parlarci del progetto teatrale The Beat Generation? 
Fu una cosa estemporanea comporre quelle musiche e farne un cd. Tutto è nato da un amico performer Massimo Arrigoni, ogni tanto si replica in versioni arpa e voce in rassegne letterarie. La cosa più interessante fu conoscere Allen Ginsberg e Fernanda Pivano, ed entrare in quel giro fu come tuffarsi nella fonte di tante ispirazioni. Parlammo del primo Dylan e delle energie folk che ispirarono la sua musica e il Beat. Fu una magia unica, infatti il mio lavoro era composto per strumenti tradizionali in prevalenza indiani. 

Ti sei confrontato anche con la musica sacra realizzando una toccante versione dell'Ave Maria per la compilation Laudate Domini e successivamente hai realizzato per Famiglia Cristiana, Musica Caeli per il giubileo. Ci parli di queste due esperienze? 
E’ stata un esperienza unica e indimenticabile! Comporre ed eseguire musica sacra è veramente un cosa particolare per un musicista contemporaneo, ti mette di fronte al dubbio e ti aiuta a ricercare la spiritualità maturata tanto nella musica quanto attraverso la formazione sociale. Si ci mette poi a nudo, facendo emergere le proprie impressioni personali, cercando di far smuovere l’animo di chi ti ascolta. La preghiera è una via intensa e difficile da percorrere, ha mille facce; dipende da chi sei e cosa cerchi, da cosa vuoi dire; diventa un veicolo, un vascello di speranza. I miei incontri con Giovanni Paolo II mi sconvolsero, molto ne rimansi fortemente impressionato e dopo l’ave Maria scrissi una messa ispiratami direttamente da quel magico incontro con il Papa. Tornando alla musica celtica, ciò che sorprende è la tua capacità di rendere in musica tutto il complesso coacervo di tradizioni, di simbolismi e di suggestioni che caratterizzano questa cultura. 

Ci puoi parlare del tuo rapporto con questa tradizione? 
Il mio percorso attraverso la musica celtica è terminato nel 1986 e da allora mi sono limitato a suonare qualche brano in qualche festival o in qualche bis, magari caricando di atmosfere celtiche qualche mio brano. La mia musica è ormai molto lontana da quella tradizione. La sua influenza è comunque confluita in un crogiuolo di identità che è dentro di me. 

Spesso si parla dei frequenti contatti tra l'Italia e i popoli celtici, quali sono gli elementi celtici che sono rimasti nella musica popolare italiana? 
Molte sono le sfumature e i modelli che sono entrati nel costume musicale contemporaneo di provenienza Irlandese, il pregio di questo stile e che ha mantenuto una spontaneità e una continuità che ha influenzato il rock, il pop ed anche la canzone d’autore, riuscendo ad innestarsi nel concetto di musica popolare contemporanea. Credo soprattutto che la musica celtica rappresenti un modo europeo di fare musica e di riappropriarsi di emozioni semplici e naturali, comuni all’uomo. Questa musica ha tracciato una via importante per la cultura italiana del folk, dando spesso modelli per riappropriarci del nostro repertorio. 

Uno dei tuoi dischi più belli, Solo, ti vede alle prese solamente con l'arpa celtica e quella bardica, come sei riuscito a rendere così ricco il suono di quel disco usando solo due strumenti?
Il mio modo di registrare l’arpa è molto complesso. Uso molti microfoni e questo restituisce molto del suono delle registrazioni, ma il colpo finale di magia lo da Stefano Melone nella finalizzazione dei miei cd. 

Veniamo ad Atlas, un disco dal sound viceversa molto più ricco e nel quale suoni un po' tutti gli strumenti. Ce ne puoi parlare? 
Atlas è nato come esigenza di cercare il nuovo e di coronare un sogno che arriva dagli anni settanta, ovvero dare vita ad una specie di progressive sinfonico ed ancestrale. Questo disco è stata la mia colonna sonora privata, dove riversavo tutte le impressioni e gli appunti sonori che mi avevano suggestionato. All’inizio non avevo pensato ad un lavoro da pubblicare, ma ad una musica solo per me e le mie emozioni, poi la voglia di condividerlo prima tra amici poi lentamente con il pubblico mi ha dato il coraggio di pubblicarlo l’anno dopo. E pensare che il lavoro che era stato concluso nel giugno del 2007. L'ascolto di Atlas mi ha dato la sensazione di essere di fronte all'evoluzione del concetto non solo di musica tradizionale ma anche a quello di musica ambient. E' un disco dal suono molto articolato ma allo stesso tempo immediato, che arriva subito a rapire l'ascoltatore... Non volevo che Atlas facesse allontanare i mie estimatori, ma anzi che li incuriosisse di fronte ad un lavoro cosi monumentale e pieno di suoni, quasi da azzerare per condurre ad un silenzio interiore. Cosi ho cercato di utilizzare molte delle sonorità tradizionali folk. Questo è un disco da ascoltare in poltrona ad un volume alto e farsi guidare dal viaggio sonoro ancestrale. 



Quali sono le ispirazioni che hanno dato vita ad Atlas? 
E’ la magie dell’arpa l’ispirazione principale di questo disco. Tutto il lavoro si basa sull’architettura dell’arpa. E’ lei che raccoglie tutti gli strumenti come una ragnatela. La trama musicale e le ispirazioni sono fortemente italiane ma nei modi nelle sonorità il disco richiama la musica del nord , il barocco, la musica cinese e giapponese. Atlas è la cartina geografica per un viaggio sonoro. 

Il tuo ultimo disco Talismano, è dedicato all'arpa bardica. Come mai questa scelta? 
Era molto tempo che volevo fare un disco come Talismano. Ho raccolto tanta energia positiva per realizzarlo, tra l’altro il suono è stato curato in modo impeccabile da Stefano Melone. Avevo voglia di ritornare a far vibrare il pubblico con il suono vero e personale dell’arpa celtica. Quasi tutti suonano l’arpa con le corde in nylon e budello, ma la vera sonorità la si ha con le corde tutte in metallo. Mi mancava questa profondità e visto che siamo in pochi a usare questo strumento, comporre delle nuove musiche per rievocare i tre antichi stili bardici era una cosa accattivante. Credo di esserci riuscito. 

Concludendo, quali sono i tuoi progetti futuri dopo il nuovo disco?
Sto lavorando ad un progetto più corale che si articola in territori differenti, è un album che raccoglierà varie collaborazioni e duetti con le arpe che incontrano altri strumenti e musicisti. 



Vincenzo Zitello – Atlas (Autoprodotto) 
Pubblicato nel 2007, Altas, è il settimo disco in carriera per Vincenzo Zitello e raccoglie sedici brani ispirati al tema del viaggio, inteso come percorso di crescita a tutto tondo, sia artistica, sia personale sia soprattutto intima. Si tratta di un lavoro molto personale, una sorta di diario sonoro, che compendia quasi trent’anni di musica, tra frasi melodiche, appunti ed ispirazioni che partono dalle radici tradizionali per contaminarsi con arrangiamenti e strutture ispirate al folk sinfonico degli anni settanta. Ad accompagnare il musicista modenese in questo viaggio, troviamo alcuni ottimi musicisti come Federico Sanesi, Fausto Tagliabue, Marco Casiraghi, Roberto Mazza e Virginia Splendore, che lo supportano puntellando i vari brani, durante i quali si destreggia con agilità tra arpa bardica, flauti, tin whistle, clarinetti, baghet, viola e violino. La strumentazione rigorosamente acustica contribuisce a dare vita ad un concentrato di emozioni e suggestioni che rimandano alle radici ancestrali della musica, in un'atmosfera sospesa nel tempo tra presente e passato. Funambolo della melodia e perfetto calibratore di suoni, Vincenzo Zitello con Atlas ci consegna un lasciapassare per un percorso dell'anima, in cui l'ascoltare riscopre il suo contatto con la terra e con il cosmo, in un incontro tra natura e spiritualità. Ad aprire il disco è la sognante Prima Luce, un omaggio a Ottorino Respighi, che ci introduce prima alla magia di Solstizio, un brano notturno dalla splendida linea melodica e poi alla superba Ora nella quale le sonorità orientali incontrano i suoni del nord europa in un dialogo senza confini. Il caposaldo del disco è però la sontuosa Kronos, un brano di grande spessore nel quale Zitello è riuscito a far diventare la musica simbolo del divenire del tempo, che incessante passa e cambia ogni cosa. Seguono poi le sonorità eteree di Maestrale, le sinuose melodie di Equinozio D'Autunno, la poetica Stella Errante e Miage, altro splendido brano nel quale si percepisce a pieno la forza delle composizioni del musicista modenese. Si spazia poi da Minuetto Viggianese al reel di Fortuna Reel fino a toccare la dolcissima Ninna Anna, un'elegante lullaby dedicata alla figlia. Il finale è un crescendo di emozioni con Notturno che ci svela l'ultima parte del nostro viaggio nel quale ci accompagnano Soffio, Ancestrale, Stilla e Dafne con quest'ultima che racchiude un po' l'anima di tutto il disco, nella sua bellezza quasi sognante. Atlas è dunque un disco da ascoltare con attenzione, per lasciarsi rapire dalla penetrante forza delle melodie in esso racchiuse, solo così si riuscirà a percepire la poesia che risiede tra i suoi solchi. 

Vincenzo Zitello – Talismano (Autoprodotto) 
Talismano è l'ottavo disco in carriera per Vincenzo Zitello, e raccoglie dodici brani strumentali, ispirati dall'uso dell'arpa bardica contemporanea e nati proprio per riscoprire la forza espressiva di questo strumenti. Le melodie si rifanno ai tre antichi stili gaelici, overo la musica del sonno Suantrai, la musica del ritmo e del pianto Gentrai e la musica della nostalgia e del riso Goltrai. Nel suo insieme il disco segue un percorso immaginifico quasi i vari brani vivano una vita propria in continuo divenire, quasi coponessero le pagine di un libro aperto da scrivere ad ogni ascolto ma allo stesso tempo si trasformassero un talismano per recuperare forza, armonia e pace interiore. L'ascolto di questo disco è così un esperienza da vivere lasciandosi avvolgere dalla sua struggente forza melodica, percependo con attenzione ogni sfumatura ed ogni suggestione in un fluire di immagini sonore di grande bellezza. Le dita di Zitello e la sua arpa ci raccontano storie lontane di un tempo dimenticato, ma allo stesso tempo a noi contemporaneo, dove rifuggiarci per trovare riparo dagli affanni della vita quotidiana alla ricerca e alla riscoperta di emozioni interiori che spesso tendiamo a non guardare. Attraverso le varie tracce riscopriamo, suoni e melodie strettamente connesse a quella tradizione ancestrale che voleva i bardi avvolti in un'alone quasi magico, quelle corde metalliche suonate con garbo e maestria rievocano una bellezza archetipale e quasi mistica. Attraversando in lungo ed in largo la tradizione musicale dei bardi, Zitello si svela superbo interpete di un linguaggio musicale che sebbene desueto ha ancora tanto da raccontarci. Si viene così rapiti dal fascino di brani come Stornoway, la cui struttura armonica sorprende per la forza immaginifica, o come lo splendido Waltz De Bretagne, la cui forza evocativa supera eguaglia senza dubbio le migliori composizioni di Alan Stivell. Vincenzo Zitello con Talismano ci offre la preziosa opportunità di scoprire la bellezza della musica dei bardi, che con la sua forza rievoca il ritmo della vita, dal sonno al risveglio, dal piano al riso, dalla gioia al dolore, ci viene offerto dunque un'occasione per guardare dentro noi stessi attraverso la musica. Un privilegio raro, riservato solo a chi si avvicinerà a questo disco.

Salvatore Esposito