Taraf de Haïdouks, 5 Maggio 2011 Auditorium di Castel Sant’Elmo, Napoli


Il romanzo dei Taraf de Haïdouks è un paradigma delle negoziazioni tra produttori discografici, ricercatori e musicisti locali ai tempi della globalizzazione sonora. Nel 1986 l’eminente etnomusicologa romena Speranta Radulescu porta il suo collega svizzero Laurent Aubert nel piccolo villaggio di Clejani, a sud ovest di Bucarest nella Valacchia, dove sa essere presente un numero cospicuo di ottimi musicisti rom in grado di interpretare una varietà di stili tradizionali. Da lì nasce l’idea di un disco per l’etichetta francese Ocora (l’eccellente Roumanie – Musique des Tsiganes de Valachie). L’ascolto dell’album conquista i produttori belgi Stéphane Karo e Michael Winter, che giunti in loco nel 1989 selezionano i più interessanti tra i musicisti, creando il Taraf de Haïdouks, nome dal forte appeal per il pubblico occidentale, che sposa la voce di origine araba, che significa ensemble vocale o strumentale ad organico variabile, ed il termine che designa i fuorilegge balcanici d’epoca feudale. Così tra esotismo transilvanico e richiami “robinhoodeschi” nasce una band di lautari formidabile, messa sotto contratto dall’etichetta world belga Crammed Discs ed in grado di incantare pubblici eterogenei e musicisti colti con la loro musicalità collettiva. Dopo tanti dischi, apparizioni in colonne sonore e una miriade di concerti in giro per il mondo, l’inesorabilità del tempo ha portato via alcuni dei decani della band, mentre qualche altra personalità ha lasciato il gruppo per scelta. Nel 2010 la band, rinnovata nel suo organico costituito da tre generazioni di musicisti, ha ripreso a calcare le scene e ad incidere (da poco è stato pubblicato Band of Gypsies 2 in cui sono al fianco dei macedoni della Kočani Orkestar). Cosicché, è straordinario ritrovarli per l’unica data italiana sul palcoscenico dell’auditorium di Castel Sant’Elmo di Napoli a chiudere la bella stagione concertistica dell’Associazione Scarlatti che all’interno di una programmazione di segno euro-colto, inserisce ogni anno qualche divagazione artistica di ambito jazz, improvvisativo o etnico, il che non guasta in una Napoli solitamente lontana dalle musiche del mondo, a parte la parentesi estiva, per dieci mesi all’anno. 
Per l’occasione nella storica fortezza sita alla sommità della collina del Vomero si raduna una platea variegata, come sarebbe abituale in ogni altro Paese europeo, dove a fianco di attempati spettatori siedono giovani che hanno risposto al fascino irresistibile della band di lautari. Che sia un concerto singolare lo si capisce subito dal fatto che le luci di sala non vengono spente del tutto e l’atmosfera è quella di una grande festa dove musicisti ed astanti si possono guardare negli occhi. Quanto poi al programma di sala che implica una scaletta di brani in prevalenza tratti da Maškaradă, il loro album del 2007 nel quale si riappropriavano di pagine di Bartók, Khačaturjan, Ketèlbey, de Falla, si capisce subito che è completamente stravolto, quando parte la prima sequenza tradizionale introdotta da un preludio strumentale, seguita da danze e ballate, caratterizzate da galoppate strumentali, alternate a lunghe strofe narrate, in cui una voce da crooner, solista o in dialogo, canta storie antiche e moderne d’amori, di guerre, d’eroi e di convivialità. La formazione è altamente flessibile, con tredici musicisti che sul palco si avvicendano in differenti combinazioni strumentali. Quattro violinisti che sfoggiano di una tecnica notevole, tre fisarmonicisti che agiscono sul piano melodico, armonico e ritmico, il vitale contrabbasso di Viorel Vlad, il cymbalum di Ionica Tanase – aveva solo 17 anni quando Karo e Winter lo reclutarono nella band – che fornisce un magistrale contributo armonico, gli straordinari soli del flauto di Georghe Falcaru, con i suoi velocissimi passaggi e le irresistibili ornamentazioni, le note infervorate e suadenti del clarinetto di Filip Simeonov. Non c’è spartito che tenga, perché il gioco interattivo tra i musicisti e pubblico conduce a continue pieghe melodiche e a variazioni che mettono in mostra il virtuosismo e la duttilità interpretativa di questi rom valacchi. Tra colpi irresistibili d’archetto e le dita che scorrono veloci sui tasti delle fisarmoniche c’è spazio anche per gli interventi di una danzatrice. In questo magnetico flusso sonoro passano anche le “Danze Romene” di Béla Bartók, “Danza ritual del fuego” di Manuel de Falla, “Lezghinka” di Aram Khačaturjan e “In a Persian market” di Albert Katélbey ri-gitanizzate dall’ensemble. Il concerto finisce tra gli applausi calorosi che accomunano e mescolano ingessati fruitori di partiture classiche ed esuberanti seguaci della world music. Ma ecco che i musicisti ritornano sul palco, non per l’ennesimo bis, ma per dare vita ad un mercatino “improvvisato” e vendere quegli stessi strumenti con cui hanno ammaliato il pubblico partenopeo.


Ciro De Rosa

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