Rodopi Ensemble – Thraki. Thrace - The Paths of Dionysus (ARC Music, 2019)

L’estensione della regione della Tracia storica, nella Penisola Balcanica, è variata attraverso il tempo: una terra di confine, una regione cerniera che non corrisponde a una divisione amministrativa o politica. Oggi la Tracia appartiene in larga parte alla Turchia; per la rimanente parte, la porzione occidentale è greca con un lembo entro i confini della Bulgaria. Di questa terra era originario Orfeo e Strabone sosteneva che “tutti quelli che si dedicavano alla musica nei tempi antichi erano di discendenza tracia”. Insomma, al di là del mito, che si stia parlando di una terra molto musicale è cosa accertata. Il Rodopi Ensemble (in origine, quando ha iniziato negli anni ‘90 del secolo scorso hanno si chiamavano Lalitades) – dalla catena montuosa compresa tra Bulgaria e Grecia – è un quintetto greco che comprende Kyriakos Petras (violino), Nikos Angousis (clarinetto), Alkis Zopoglou (kanun), Yorgos Pagozidis (darabukka, dumbelek, def, riqq, bendir, cembali) e Drosos Koutsokostas (lauto e voce). Angousis ha rilevato lo scomparso Sol Hasan, lo storico clarinettista del gruppo nativo della città di Komotini, la capitale della regione dei Ròdopi, al quale è in un certo senso dedicato “Roman Havasi” (“Aria dei Rom”), una bella improvvisazione su tempo di karsilama. Per il resto il programma proposto nelle altre dieci tracce dallo storico quintetto è molto variegato ed offre uno spaccato della ricca espressività musicale di queste terre sia sotto il profilo ritmico, con danze in 5/8 (baidouska), 6/8 (zonaradiko), 7/8 (kalamatiano e mantilato), 9/4 (zeibekiko) e 9/8 (karsilama e synkathisto). 
Proprio un synkathisto apre l’album alla grande: è una melodia suonata nel corteo processionale di accompagnamento degli sposi verso la chiesa. Esiste in versione sia greca che turca, seppure con titoli diversi di “Tsakitzis”, una danza cantata che celebra un eroe folklorico ottocentesco, sorta di Robin Hood, qui proposta in entrambe le lingue. Se il repertorio è soprattutto di ballo – pensiamo alle danze in circolo (“Apo Tin Prousa Kinisa” e “Baidouska”) – non mancano canzoni, come “Kita Me Glikia Mou Agapi”, un canto d’amore, con una variante attestata anche in Bulgaria, che esprime il dolore della separazione nel quale si ascolta il suono delle lira tracia, o la melismatica “Mia Paraskevi”, un canto matrimoniale, che rappresenta il distacco della sposa dalla madre. Interessante il tema di “Margoudi”, melodia danzata portando delle sciarpe in entrambe le mani. Imperniata sull’uso della cetra a tavola pizzicata kanun, ha un carattere nostalgico “Tora pou stisan ton choro” su ritmo di sirto. Seguono, invece, uno sviluppo del tutto originale “Balos and Sousta”, danze strumentali originarie di Samotracia, con un’accelerazione progressiva, segno dell’influenza dei rom che vivono nella regione. L’ensemble affida a un’altra canzone romantica il commiato: “Menexédes kai zouboulia” (“Viole e Giacinti”) è un motivo popolare e popular dei Greci dell’Asia Minore che ha accompagnato i profughi nel loro nuovo insediamento ai tempi della grande “catastrofe” dei primi del Novecento. 


Ciro De Rosa

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