Radiodervish – Il Sangre e il Sal (Cosmasola, 2018)

Con “Il Sangre e il Sal”, i Radiodervish ci regalano una nuova perla da aggiungere al mare che hanno narrato e poetizzato fin dagli esordi. Sembra quasi inutile dire che, nel solco di una visione lucida e allo stesso tempo quasi epica, fantastica, il duo italo-palestinese (Nabil Salameh e Michele Lobaccaro, affiancati da Alessandro Pipino, Adolfo La Volpe, Pippo Ark D’Ambrosio, Stéphanie Capetanides) continua a sviluppare una narrativa piena di grazia, che sembra paradigmatica di uno sguardo più alto, più inclusivo. Lo si percepisce sempre, basta lasciar scorrere il disco e immergersi nelle parole, nei suoni e, infine, nelle immagini che tratteggiano: mai retoriche, sempre pensate e selezionate in uno spazio che sembra non avere confini reali, così come barriere, limiti, trappole. Si potrebbe (a loro piacendo, evitando quanto possibile il rischio di cristallizzare un’immagine che è in continuo divenire) utilizzare la metafora della pesca. Perché, insieme a quella del mare (il “loro” Mediterraneo, ampio e profondo), ci aiuta a spingere il nostro sguardo oltre un orizzonte conosciuto, finito. E, allo stesso tempo, ci sostiene nell’idea che c’è sempre qualcosa da trovare, c’è sempre un tratto di spazio oltre quello già esplorato. Così come, nel quadro di un approccio orientato da dedizione e “maniera”, la dimensione che definiamo con il nostro stesso movimento non ci imbriglia, ma al contrario ci potenzia, liberandoci dai vincoli di costume ed esponendoci a segnali che si colgono in pieno solo in certe condizioni: guardiamo avanti senza fermarci (sennò, come con la bicicletta se smettiamo di pedalare, cadiamo). In questo album il viaggio torna a tirarci verso un ignoto fantastico e sostanzialmente irrisolto, a supporto del quale vengono richiamate immagini forti, come delle pietre miliari che ci aiutano a non perderci del tutto (supportano, tra gli altri, strumenti quali chitarre classiche e acustiche, lap harp, table tubes, kalimba, guitalele, baglama, chitarra portoghese). A partire da “Itaca”, che è anche il titolo del primo brano in scaletta, ispirato alla poesia omonima di Kostantin Kavafis , ci solleviamo in un trasporto che si conclude solo con l’ultimo suono di “Il Sangre e il Sal”, il brano di chiusura dell’album. Se il primo sembra una folata di vento, che serve a spiegare le vele e iniziare il viatico, pregno di poesia e altamente melodico, delicato e forte, cantato in un italiano lirico, l’ultimo è l’epilogo necessario: sospensivo, aperto, anche se più marcato nel ritmo e nella forma melodica. Nel quadro di questa prospettiva è cantato in sabir, il metalinguaggio del mare, utilizzato da chi nel mare lavora e vive, condividendone più o meno tutto: passione, stupore e paura, dentro la strutturazione a maglie larghe di un codice che ingloba italiano, spagnolo, francese, arabo, latino, ma anche stralci di idiomi locali. Ciò che stupisce è la capacità (non certo nuova) dei Radiodervish di saper collocare la loro scrittura dentro uno spazio così multiforme (tra quei due brani si apre davvero un mare di azioni, sentimenti, luoghi e personaggi, evocati nei titoli: “Alì dagli occhi azzurri”, “Check Point”, “Il sogno delle lucciole”, “Sirtaki di Kostas”). Certo, si potrà dire, la world music ormai da trent’anni e più vive di questo. Ma quando nel novero dell’incontro linguistico (di questo si tratta: testo e musica insieme narrano, selezionando i codici necessari alla veicolazione del messaggio, cioè alla sua comprensione) si riconoscono il fremito della sperimentazione strettamente agganciato alla linearità del vocabolo, cioè di una visione addirittura incorporata, si ha davvero l’impressione di ascoltare una vera novità. Attenzione, non è da intendere come il risultato di una ricerca estrema, che cioè forza quasi per necessità di impianto la traiettoria (la scrittura, la selezione degli elementi) dell’ensemble. No, la direzione è pressoché opposta: la loro natura “vernacolare” e allo stesso tempo pan-linguistica si riflette in ogni stralcio del tessuto sonoro, determinando il profilo innovativo e (adesso sì) epico della narrativa musicale di questo album.


Daniele Cestellini

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