Artisti Vari – Small Island Big Song (Small Island, 2018)

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L’avventura musicale di “Small Island Big Song” è iniziata nel 2014 nell’outback australiano, ad Alice Springs, luogo simbolo della cultura autoctona, dove Tim Cole, noto film maker e documentarista (tra le sue opere “Vanuatu Women’s Water Music”), ingegnere del suono e produttore musicale di Melbourne, nel corso di un festival delle culture aborigene, incontra la taiwanese BaoBao Chen, addetta stampa e visual story-teller. Mentre registra canti aborigeni australiani (gli “inmas”) con gli anziani Pintupi in pieno deserto, Cole ascolta un servizio radiofonico della BBC sull’impatto dei cambiamenti climatici sull’ecosistema dell’Oceano Pacifico e Indiano. Da qui parte una riflessione sul rischio che la possibile scomparsa di queste terre (a causa dell’innalzamento del livello del mare) e delle loro comunità native porti con sé la sparizione di un corpus di canti ma anche di antiche conoscenze pratiche passate di generazione in generazione. Cosicché la coppia elabora un progetto di sensibilizzazione riunendo le musiche di queste regioni oceaniche dell’emisfero australe per dare voce alle comunità a rischio. A ispirare Cole e Chen sono state proprio “vie dei canti” o “piste del sogno” dei nativi australiani: l’intreccio di percorsi percepiti dagli aborigeni attraverso le canzoni totemiche, le “impronte degli antenati”, i quali nel lontano “tempo del sogno” hanno percorso l’Australia cantando ogni cosa e creando così il mondo. Sulla scia delle cosmogonie autoctone australiane, Cole e Chen hanno pensato di percorrere a loro volta le “songlines” seguendo una prospettiva oceanica, austronesiana. Mentre era impegnato a realizzare il film “Vanuatu Women’s Water Music”, Cole aveva appreso delle relazioni tra le diverse popolazioni sparse tra Asia, Oceano Pacifico e Indiano. 
Perché almeno 5000 anni fa, secondo il modello “out of Taiwan” (che, tuttavia, alcuni scienziati mettono in discussione), i popoli austronesiani si sono originati in seguito alla migrazione partita proprio dalla piccola isola nel Mar Cinese Meridionale, seguendo le correnti oceaniche, per spingersi via via verso le isole dell’Asia sud-orientale, la Nuova Zelanda, le isole del Pacifico e Rapa Nui (Isola di Pasqua) da un lato e fino al Madagascar dall’altro. I due partner hanno deciso di ripercorre le antiche migrazioni degli antenati oceanici, dando vita a un progetto, magnifico e unico, che in tre anni li ha portati a registrare sul campo musicisti locali in almeno circa sedici Paesi, tra cui Hawaii, Madagascar, Taiwan, Sarawak, Papua Nuova Guinea, Australia, Nuova Zelanda (o Aotearoa, com’è conosciuta nella lingua maori), Singapore, Tahiti, Indonesia, Isole Salomone, Vanuatu e Rapa Nui. «Un’incredibile ricchezza di culture, musiche e strumenti musicali con cui creare un disco, commenta Cole. «Abbiamo chiesto agli artisti di condividere canzoni che avevano per loro un forte significato, che rappresentassero il loro retaggio culturale, utilizzando solo strumenti delle loro culture», racconta ancora il film maker e produttore aussie, in occasione del nostro incontro allo stand del progetto culturale e discografico “Small Island Big Song” al WOMEX 2018, dove in compagnia della sua partner BaoBao Chen mi presenta la genesi e gli sviluppi di queste session mirabolanti trans-oceaniche. 
«Si tratta di popolazioni collegate, che condividono alcune parole, anche se sono così geograficamente lontane. È un modo per connettere popoli che oggi parlano per effetti della colonizzazione parlano lingue differenti: mandarino, inglese e francese». Nel corso di tre anni, in una cinquantina di sessioni, sono stati registrati oltre cento musicisti, fino a pervenire alle diciotto tracce del CD in cui le canzoni si sono sviluppate con contributi plurimi, attraverso sovra-incisioni dei diversi partecipanti, che le hanno fatte diventare canzoni collettive, condivise dai musicisti attraverso l’Austronesia», spiega Cole. Un processo di fusione che si è sviluppato con un certo grado di naturalezza (e con qualche paletto estetico: niente chitarre!). I due produttori hanno intenzione di aggiornare il lavoro, inserendo nuovi materiali che saranno raccolti e registrati. «Con questo progetto, speriamo di creare una piattaforma affinché queste voci siano ascoltate. Attraverso la musica e la cultura possiamo aiutarle ad unirsi», commenta ancora Bao Bao Chen. Sostenuto da agenzie governative e organizzazioni indipendenti, ma anche da oltre 600 partecipanti a un crowdfunding, “Small Island Big Song” è anche uno live show, già presentato dal vivo in numerosi festival world music. In attesa di un DVD, che racconterà tutto il progetto, sul sito www.smallislandbigsong.com è possibile ottenere maggiori informazioni sui musicisti e sui luoghi, nonché vedere video e fare un’esperienza interattiva del mix sonoro elaborato lungo le “vie dei canti” oceaniche. 
I profitti del CD sono destinati al 50% agli artisti e alle organizzazioni non governative, che sono state scelte dagli artisti stessi. Il disco è stato pubblicato in una bella confezione cartonata, con un booklet di 56 pagine pieno di immagini, testi e le note di presentazione degli artisti. Un manifattura che, per evitare l’uso di plastica nel packaging, è stata prodotta con carta derivata da fibra di canna da zucchero e di corteccia di albero. Per lo stesso motivo, nella confezione, è stato inserito anche uno spazzolino con manico in bambù invece che in plastica. Tutti i titoli, indistintamente, meritano un plauso, tuttavia, per meri motivi di spazio ci dovremo limitare a citarne solo alcuni. Il suono delle onde del mare a Taiwan è il punto di partenza dell’affascinante viaggio, la cui prima canzone è “Senasenai A Mapululjat”, cantata da Siao-Chun Tai, a cui si uniscono, oltre ai suoni dell’ambienti naturali circostanti, musicisti provenienti da tutti i luoghi visitati. Altrettanto suggestivo il secondo brano, “Ka Va’ Ai Mai Koe”, composto da Yoyo Tuki (Isola di Pasqua), che si riempie di ritmi in levare e timbri trans-oceanici. “Hisoma Sa Ts Hisoma” è, invece, pienamente malgascio, registrato da una band del villaggio di Ankievo appartenente al popolo Vezo, i quali sono tra gli ultimi nomadi del mare. “Gasikara” è un rap che incrocia le lingue di musicisti di Papua (Arileke che suona percussioni tradizionali al computer) e malgasci, per denunciare i rischi di sparizione della barriera corallina e del suo habitat. 
Ancora, c’è Mau Power, originario di Zenadh Kes (Stretto di Torres), che rappa in compagnia di Vezo malgasci e di un coro taiwanese Paiwan. Un altro esempio di bella connessione è “Ali Sikie”, registrata tra le mangrovie, nell’isola di Bougainville (Papua Nuova Guinea), composta dal musicista locale Koyawa con la partecipazione, tra gli altri, del percussionista australiano Ben Hakalitz (già con gli Yothu Yindi) e di Sammy Samoela alla valiha, la cetra malgascia. Su “Omby”, a Rajery, un altro musicista malgascio, di lingua merino, si uniscono il canto corale di un gruppo delle highlands di Papua e i convenuti alla festa del raccolto a Taiwan. Non manca una forma di haka, che il maori Jerome Kavanagh canta su una canzone taiwanese. Per il resto è un tripudio di flauti, cordofoni, poliritmie e ugole pregevoli, tra cui vanno segnalati il falsetto di Kuana Torres Kahele delle Hawaii (“Mele O Ke Kipuka” e la coralità delle donne di Vanjuatu (“Sogor”). Voci contemporanee lungo antiche rotte in un disco tributo alle comunità isolane resistenti. 


Ciro De Rosa 

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