Elina Duni – Partir (ECM, 2018)

Il distacco da ciò che si ama è il filo conduttore di “Partir”, l’ultimo lavoro discografico di Elina Duni, cantante nata a Tirana e, dopo la caduta del regime comunista, residente in Svizzera dall’età di dieci anni. In dodici brani di culture diverse, cantati in nove lingue, in un’atmosfera nebulosa, permeata di elegante malinconia, si muove, nuda, la voce della cantante interpretando il sentimento della separazione. Recitano i versi dello scrittore maghrebino Tahar Ben Jelloun nel booklet del CD: «Partire non è una professione, ma nel momento in cui partirò ne avrò una» . Il senso di allontanamento, di dissolvenza, si incarna nelle tracce scelte: brani d’autore come “Amara terra mia” (di Modugno-Bonaccorti), canto delle donne che partono per andare a raccogliere le olive con il quale si apre splendidamente il CD, o come il portoghese “Meu amor” (di Alain Almoun e Josè Carlos Ary Dos Santos), che la Duni rielabora per darne una versione destrutturata, in cui la voce si assottiglia quasi in un sussurro, molto distante dall’interpretazione carnale di Amalia Rodriguez. C’è l’arabo-andalusa “Lamma Bada Yatathanna” (di Muhammad Abd al Rahim al Masloub), in cui si accompagna esclusivamente al daf, assurto a strumento melodioso, la mesta ninna nanna yiddish “Oyfn Veg” (di Philip Laskowsy e Itzik Manger), la celeberrima ”Je ne sais pas” di Jacques Brel e “Let us dive in”, un brano di composizione della stessa Duni. L’altra metà delle canzoni sono scelte dal repertorio delle tradizioni dell’Est europeo con due brani dal Kosovo “Vishnja” e “Kanga e kurbetit” o canzone dell’esilio, per sola voce, uno dall’Armenia “Lusnak gisher” – la luna vista con gli occhi di un nomade –, due dalle tradizioni albanesi: il ritmato macedone “Ani kaj lulije”, che Elina vena di sfumature jazz e “Vaj si kenka”. Infine, l’elvetico “Schӧner abestärn” di tradizione ebraica con il quale si chiude il CD. Elina spoglia le dodici tracce di ogni orpello e le rende nella loro essenzialità distillandone l’essenza scura e triste, il sospiro sottile e amaro, che talvolta preclude all’accettazione talvolta è solo dolore. Ogni distacco, nella sua voce duttile ed eclettica che si staglia nel silenzio ed è valorizzata dal sottofondo di strumenti da lei stessa suonati – chitarra classica, piano e tamburi a cornice –, risuona in bellezza, con sperimentazioni che spesso sfumano nel jazz. Questo album solo, per un’artista che finora ha inciso prevalentemente in quartetto, è maturato nel tempo, anche grazie all’attività che Elina svolge insieme alla madre, la scrittrice e poetessa Bessa Myftiu con la quale allestisce dei reading in cui le letture si alternano a canzoni scelte, cantate e accompagnate con chitarra e percussioni dalla Duni. L’ascolto di ogni traccia sembra schiudere l’apertura a un mondo diverso. L’idea di cantare in nove lingue (albanese, tedesco, francese, inglese, italiano, portoghese, armeno, yiddish e arabo) in questo è decisiva, abbracciando il racconto di una storia più ampia e sottolineando l’universalità dei temi dell’allontanamento e dell’affrontare l’ignoto. «Quello che ci resta è ciò che troveremo davanti a noi», è la stessa Duni a scriverlo. 


Carla Visca
Posta un commento