Agricantus – Akoustikòs. Volume 1 (CNI, 2018)

Una carriera iniziata nel lontano 1979 nella scia del fertile ambiente folk revivalista palermitano. Però, è oltre un decennio dopo che si impongono con il capo d’opera “Gnanzù” (1993), inscritto nell’alveo della world music, che si impongono per la sua espressività etno-ambient, in cui gli strumenti acustici di area mediterranea agiscono su tappeti di elettronica sempre discreti ma decisivi nel connotare il sound di una formazione il cui astro luminoso è la voce femminile. Avventure pluriennali con dischi di pregio, tra cui “Tuareg” (Targa Tenco per disco in dialetto 1996), “Faiddi” (1999), “Ethnosphere” (2001), “Luna khina”(2007) e colonne sonore (“Placido Rizzotto”, “Il figlio della luna” e “Il bagno turco”, quest’ultimo con Pivio e Aldo De Scalzi). Poi la rottura, la quiescenza, la reunion (con alcuni nuovi elementi ad affiancare Crispi e Rivera) di “Turnari” (2014) e le aspre diatribe legali (ora passate in giudicato) sul diritto all’utilizzo del nome tra i due nuclei storici del gruppo. Adesso, il rilancio del progetto Agricantus con un organico rinnovato, in cui a due dei fondatori, Mario Crispi (strumenti a fiato etnici e voce) e Mario Rivera (basso acustico e voce), si aggiungono Giovanni Lo Cascio (drum set, percussioni) e la cantante di formazione jazzistica Anna Vitale (Rhodes e pianoforte). Durante la stagione concertistica, la line-up si allarga in maniera flessibile, con l’aggiunta di Enzo Rao (violino e oud), Alessandro Gwis (pianoforte) e alle percussioni Massimo Laguardia (già nella prima formazione della band) o quell’altro principe dei tamburi a cornice che è Arnaldo Vacca. Gli Agricantus ritornano sui loro passi con nuovo spirito: il titolo, “Akoustikòs vol. I”, è rivelatore di un passaggio che privilegia l’impianto acustico, senza rinunciare, nondimeno, a consolidati innesti elettronici. La band parte dalla lingua dell’isola, riadattando undici temi tratti dal proprio storico repertorio, conciliandoli con il colore e la versatilità della vocalist, connotandosi con un tratto, che pur conservando la stratificazione strumentale, risulta più essenziale e meno dilatato del passato. Si parte con la fragranza popolare di “Carizzi d’amuri”, si prosegue con “Azalai”. Indimenticabile, si staglia “Istanbul Uyurken”, proveniente dalla soundtrack de “Il bagno turco”; in “Qanat” si impenna il canto limpido di Vitale: è uno dei picchi del disco, così come il successivo “Ciavula”, che con “Manu su manu” condivide le procedure della canzone. Oltre, c’è “Cantu Errami” – anch’essa firmata da Crispi e Rivera, come la maggior parte delle composizioni del disco – che assume venature funky. Scorrono “Sentimentu”, che porta ancora in primo piano le digressioni improvvisative canore, e “Nsunnai”, dove i sogni si fanno protagonisti. In fondo, ci sono i due inediti dell’album: “Sentu”, proveniente dalla colonna sonora della fiction TV “Felicia Impastato” di Gianfranco Albano, e “Jura”, co-firmata dalla coppia Rivera-Crispi con la cantante, dove al quartetto si uniscono Stefano Saletti (oud) e Carlo Cossu (violino e viola). Merita ascolto questo ritorno. Buon cammino, Agricantus!



Ciro De Rosa
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