Rahim Alhaj Trio – One Sky (Smithsonian Folkways, 2018)

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Dopo il successo di “Letters from Iraq: Oud and String Quartet”, rilasciato nel 2017, Rahim Alhaj torna a stupire con un nuovo capolavoro che mescola linguaggi per certi aspetti vicini ma allo stesso tempo lontani. Iraq, Iran e Palestina, tre culle di antiche culture e tradizioni che definire ricche e longeve risulta oltremodo riduttivo. “One Sky” è l’ultimo album di Alhaj composto per trio: il Maestro all'oud, Sourena Sefati al santur persiano e Issa Malluf alle percussioni (dombek, daf, riq e odu). Se Sefati è uno dei grandi virtuosi della cetra a tavola a corde percosse, Malluf è un eccelso esperto di percussioni e ritmi mediorientali. L’iracheeno-americano Rahim Alhaj non necessita introduzioni a chiunque sia avvezzo all’oud e alla musica araba: studente di Munir Bashir, considerato da molti il miglior suonatore di oud di sempre, nominato due volte per il Grammy nella categoria di “Best Traditional World Music Album”, compositore di almeno dieci dischi e protagonista di svariate tournée. Il disco, pubblicato da Smithsonian Folkways, sa impressionare per la ricchezza melodica, l’interpretazione ritmica e per la qualità del missaggio e della produzione, opera di Pete Reiniger, anch’egli vincitore di tre Grammy. Il linguaggio melodico ruota attorno ai maqam arabi e ai dastgāh persiani, scale basate su un sistema tonale di 24 note, che si differenzia dal temperamento equivalente europeo principalmente per la presenza di quarti di tono. Se l’armonia è perlopiù statica – si parla di armonia modale – , la padronanza strumentale dei musicisti e la loro abilità nel gestire l’improvvisazione li aiutano a sfruttare al massimo le potenzialità melodica delle scale.
Con l’accompagnamento quasi costante delle percussioni, il santur si alterna all’oud nell’esibire la melodia o nel gestire l’accompagnamento, coi due strumenti che spesso si dilettano in duetti esuberanti. È il caso di “Fly Away”, quarto brano nel programma, che comincia con l'esposizione di tre temi da parte dei due strumenti in ottave differenti prima di passare ai soli. “Dialogue” e “Dancing Planet”, che aprono e chiudono il disco, sono i brani più movimentati e danzabili assieme a “River” che sboccia, nella seconda metà del brano, in un frenetico ballo di festa diretto dal santur di Sefati. Non mancano ritmiche più tipicamente arabe in brani come “A Gift from a Sufi Soul”, pezzo in 14 con sfumature più scure, e reminiscenze di musica Sufi. Tra i sopracitati punti di forza dell’album spicca sicuramente la qualità sonora, merito sia dell'eclettismo degli strumentisti che del gusto di Reiniger. Il santur suona chiaro e squillante, ricco di armoniche ma mai ovattato, non si perde un movimento di Alhaj sull’oud e le percussioni sostengono senza sopraffare l'organico melodico. Manca forse un vero momento di protagonismo per Malluf, assenza compensata, tuttavia, dall'eccellente accompagnamento. “One Sky” conferma la straordinaria sensibilità musicale di Rahim Alhaj reiterando non solo quanto gli sia cara la tradizione irachena, ma anche quanto attenti si debba essere all'incontro con civiltà circostanti. Questo album non solo è di piacevolissimo ascolto, ma è anche un virtuosissimo ritratto dell’evoluzione musicale sia araba che iranica. 


Edoardo Marcarini
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