Umbria Jazz 2018, Perugia, dal 13 al 22 Luglio 2018

Il festival Umbria Jazz quest’anno si è svolto a Perugia dal 13 al 22 luglio, registrando un successo di pubblico (forse) oltre le aspettative. Come è ormai tradizione, la mattina dell’ultimo giorno di festival si è svolta la conferenza stampa di chiusura, durante la quale si è potuta condividere una prima valutazione dei numeri e, in termini generali, del successo della manifestazione. Tutto conferma l’andamento positivo dell’evento e, soprattutto, la grande ripresa che ci si aspettava dopo l’edizione del 2017, segnata (come tutte le altre manifestazioni in Umbria) da una flessione di pubblico dovuta agli eventi sismici che si sono verificati alla fine del 2016. Quest’anno, anche per questo, c’era grande attesa da parte del pubblico e grande voglia di incrementare da parte degli organizzatori. A questi ultimi in particolare va riconosciuto il merito non solo di aver cucito insieme un programma straordinario (diciamo da grandi attese), ma di essere riusciti a coinvolgere la città, la regione e tutti i soggetti interessati in un entusiasmo quasi liberatorio. Di cui tutti avevano bisogno. Non tanto per esorcizzare la tensione di quegli elementi negativi che riescono a inibire un grande pubblico anche nei confronti di una manifestazione che ha sempre raccolto consensi, quanto per riproporre la necessità di frequentare un grande festival. 
A cui partecipano i più grandi artisti internazionali e a cui tutto il mondo guarda come a un paradigma di qualità artistica e competenza organizzativa. Scorrendo i documenti diffusi nelle fasi di preparazione di questa quarantacinquesima edizione, ci si accorge che Carlo Pagnotta (il vulcanico ideatore di UJ), aveva lanciato diversi segnali rassicuranti sulle intenzioni dell’organizzazione, determinata più che mai ad alzare l’asticella. Un po’ per i motivi a cui si è accennato, e un po’ perché il festival è stato inserito tra le manifestazioni “di rilevante interesse nazionale”, ricevendo, grazie all’approvazione della Commissione Cultura del Senato, un nuovo finanziamento di circa un milione di euro. “Già la prima serata può essere considerata un festival a sé stante”, aveva sottolineato Pagnotta attorniato dai giornalisti presenti alla conferenza stampa di apertura. E difatti venerdì tredici luglio l’Arena di Santa Giuliana – il main stage della manifestazione, con una capienza di oltre quattromila posti – ha reso omaggio niente meno che a Quincy Jones, che ha festeggiato i suoni ottantacinque anni sul palco con artisti quali Dee Dee Bridgewater, Patti Austin, Noa, Paolo Fresu, Ivan Lins, Take 6, Alfredo Rodriquez, Pedrito Martinez. 
La serata è stata, come si era previsto, anche la celebrazione del festival. In ragione del fatto che in questi quarantacinque anni Perugia (e più recentemente anche Orvieto e Terni, dove rispettivamente si svolgono le versioni invernali e primaverili di Umbria Jazz) ha assistito alla rivoluzione reale dell’internazionalizzazione. Di cui riesce certamente a nutrirsi attraverso la sua vocazione storica, ma che grazie al festival si produce nel modo più compiuto. La prima sera è stata commovente proprio per questo. Il signor Jones se l’è goduta dalla sua poltrona in un lato del palco, prima di essere raggiunto dallo stesso Pagnotta e Tony Renis, che gli hanno conferito un premio alla carriera (il primo che Umbria Jazz dedica a un artista). E prima di posizionarsi, claudicante ma con bacchetta in mano, al centro del musicisti estasiati, diretti nell’esecuzione del gran finale. Gli artisti che lo hanno celebrato hanno ripercorso le sue produzioni, accompagnati da una mastodontica Umbria Jazz Orchestra, con ospiti d’onore Harvey Mason alla batteria e Nathan East al basso elettrico. L’Arena di Santa Giuliana ha continuato per tutta la manifestazione ad ospitare grandi concerti: 
da Caetano Veloso e Stefano Bollani (che qui ha presentato il suo ultimo album “Que Bom”) a Gilberto Gil, Pat Metheny, Hypnotic Brass Ensemble, Nik West, Melodie Gordot e Gregorio Porter (ai quali è stata affidata la serata di chiusura del festival), fino ai più attesi Massive Attack e, soprattutto, Devid Byrne. Inutile indugiare: Byrne ha spinto il festival ancora più in alto, con un atteggiamento d’avanguardia, fondato su una musica pura, apparentemente astratta (vagamente trascendente), e uno spettacolo senza precedenti. Il palco lo ha accolto senza le infrastrutture che conosciamo e fin da subito ogni riferimento è evaporato nell’assenza di altoparlanti, aste, pedaliere, microfoni, postazioni. Disorientante al punto che si poteva dubitare che ciò che si stesse ascoltando fosse prodotto dal vivo: tutti i musicisti imbracciavano gli strumenti, compresi i percussionisti (il settore più strabiliante della formazione), che si dividevano una o più batterie (richiamando l’immagine di una banda e l’avanguardia di un approccio minimalista e, al contempo, complesso e estremamente diversificato). Nell’utopia concreta di Byrne nessuno ha una postazione, ma tutti hanno una coreografia, un percorso, una direzione da seguire (“Everybody’s coming to my house”). E il risultato è una specie di onda che pian piano avvolge chi guarda e ascolta, come un grande panno che si stringe attorno ai corpi e li spinge a muoversi all’unisono. 
Chi conosce Byrne sa di cosa si tratta (sebbene abbia presentato una nuova fenomenologia del concerto) e la sensazione generale è di aver assistito a un nuovo stadio dello spettacolo musicale (niente da dire sulla qualità delle musiche, fortemente orientate dalle percussioni, concrete e trasfigurate spesso con effetti, e abilmente sorrette da un lirismo e una costruzione armonica straordinarie). Il resto, come chi conosce il festival sa bene, lo hanno fatto gli altri due livelli della programmazione. Ai quali è difficile, anzi inutile, dare un ordine di importanza. Perché concorrono con equilibrio a imbracare il festival ai perni che lo hanno reso uno dei più importanti del mondo: la presenza del jazz tradizionale e della sperimentazione, così come i concerti gratuiti nel centro storico. A questi ultimi si possono aggiungere le performance degli artisti di strada, i quali (quasi sempre di alta qualità), hanno contribuito a diffondere con forza la sensazione del festival che avvolge e permea tutta la città. Se in conferenza stampa la direzione ha sottolineato una parziale delusione per il concerto del duo newyorkese Chainsmokers (che si è esibito martedì diciassette in un’Arena non proprio entusiasta e, soprattutto, non riempita come ci si aspettava), tutti gli altri concerti si possono considerare un successo straordinario. Corroborato anche dal rischio della differenziazione. Basta ricordare che insieme ai nomi citati vanno annoverati Benjamin Clementine, Somi (ai quali è stato riservato il main stage mercoledì diciotto), Os Mutantes, 
Margareth Menezes (che si è esibita dopo Gilberto Gil), The New Orleans Mystic, Funk Off, Rockin' Dopsie Jr. & The Zydeco Twisters (i veri mattatori, ormai da anni, dei concerti gratuiti che si svolgono sui palchi di Piazza IV Novembre e Giardini Carducci). Insomma niente da eccepire, considerando anche la bellezza straordinaria (per quanto riguarda la musica e i venue) dei concerti che si sono svolti giornalmente al Teatro Morlacchi e alla Sala Podiani della Galleria Nazionale dell’Umbria (con il bel sottotitolo “Jazz goes to the museum”). Sia qui che lì gli amanti del jazz si sono trovati a loro agio. Da un lato perché hanno potuto cullarsi nell’atmosfera languida in stile jazz club. Dall’altro perché anche questa parte del programma (che a molti piace considerare una sorta di micro-festival più specializzato) ha accontentato tutti i gusti: dallo spettacolo multimediale “Caravaggianti”, con musiche composte da Rita Marcotulli e testi di Stefano Benni, al Paolo Fresu Devil Quartet, dal “Tribute to Al Jarreau” dei Take 6 al duo composto da Gianluca Petrella (trombone) e Pasquale Mirra (vibrafono e percussioni), da “La misteriosa fisarmonica della Regina Loana” - l’omaggio del fisarmonicista Gianni Coscia a Umberto Eco - fino al Daniele di Bonaventura Band Union (con Marcello Peghin, Felice Del Gaudio e Alfredo Laviano) e alla Igor Batman and Moscow Jazz Orchestra. Insomma, non si finirebbe davvero di elencare e non si possono nominare tutti gli artisti. I numeri però (per quanto forse fine a sé stessi) danno ragione del successo accordato a questa quarantacinquesima edizione: quasi un milione e mezzo di incassi, circa trentacinque mila paganti, oltre cinquecento artisti e duecentocinquanta eventi. 


Daniele Cestellini
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