Otello Profazio – La storia (SquiLibri, 2018)

A monumentalizzare Otello Profazio gli si farebbe un torto, rischiando perfino di depotenziare la caratura artistica, la capacità narrativa esagerata di una personalità memorabile, in circolazione da quel fatidico 1953, anno in cui a Reggio Calabria, durante un’audizione della RAI fu notato da Nunzio Filogamo mentre strimpellava le note di “‘U Ciucciu”. Gli si negherebbe il dinamismo, la capacità di esprimere in pensiero poetico e musicale ciò che gira intorno. Riferisce l’antropologo Mauro Geraci, autorevole studioso del mondo dei cantastorie, che Salvatore Di Stefano, poeta siciliano di Avola, diceva: «Quando vedo qualcosa che non mi quadra: bene! Dico a me, qui c’è da fare una storia!». È quello che Profazio fa da oltre sessant’anni, cantando quello che ascolta, sente e gli piace, con un approccio viscerale, “di stomaco” alla musica. Quindi, non solo archivio della memoria popolare, ma soprattutto cantastorie contemporaneo, che svolge un ruolo di divulgatore, di mediatore interculturale di modelli musicali e poetici, che possiede la grammatica linguistica e musicale del mondo orale, pronto a dare voce nuova ad antiche vicende, più spesso a mettere a fuoco questioni piccole e grandi che vivono nell’oggi. Il fatto è che Profazio ha documentato, captato, “rubato”, rivisitato, ricantato e creato – mettendoci tanto di proprio – i canti, i suoni, gli umori, le forme poetiche tradizionali, agendo da ricercatore eterodosso, inimitabile e versatile cantore, mediatore tra mondi: quello contadino e quello dell’industria culturale e della cultura ufficiale. La dimensione performativa è un altro aspetto che rende unico Otello, il quale nei concerti non si riduce ad eseguire un canto, a «metterlo in scena», piuttosto – come rileva Nicola Scaldaferri in “Mascoli, Fimmini e Neutrali. Appunti su Otello Profazio in scena”, uno dei due saggi che accompagnano il libro-disco (l’altro, “Otello e la fine della storia” è di Domenico Ferraro) – riformula la struttura della canzone facendo i conti con l’estemporaneità, inserisce nuovi elementi narrativi e gestuali, con la sua chitarra che costituisce una sorta di prolungamento del suo corpo. Se è vero che i diciotto brani de “La storia” (finalista per la Targa Tenco, sezione dialetto, 2018) non creano un corpus unitario tematico, come perlopiù ci hanno abituato i lavori passati dell’artista calabrese, nondimeno i brani trovano raccordo narrativo, come in un disco live, susseguendosi senza interruzioni, intervallati dai siparietti delle esperienze personali di Profazio che si rispecchiano nei suoi incontri durante l’attività concertistica. 
Diciassette inediti, che escono fuori da quel pozzo senza fondo che è il repertorio del calabrese, e una cover inusitata, che scoprirete alla fine, se seguirete queste note. Iniziato nel 2007, il progetto dell’artista già Premio Tenco 2016 doveva essere una sorta di seconda edizione de “L’Italia cantata dal sud”, ma questo nuovo capitolo è il frutto amaro di tempi di disillusione e del crollo delle idee forti di trasformazione sociale, di un mondo in cui c’è poco spazio per le speranze. Così le parole non possono che trovare la strada dell’ironia amara e graffiante, del motteggio e perfino dell’invettiva fuori da ogni retorica. Le canzoni di Profazio sono costruite su pochi accordi di chitarra che definiscono l’ossatura melodica, ritmica e armonica del canto, accompagnando la voce inconfondibile dell’artista di Rende, con il contributo apportato, in alcuni brani, da Saverio Viglianisi (chitarra solista) e Salvatore Celoma (oboe). “La storia. Ballata consolatoria del popolo rosso” è posta in apertura, un’inedita ballata concepita inizialmente con Ignazio Buttitta, omaggio ai quei militanti di base comunista che con generosità, passione e dedizione politica hanno creduto fino in fondo al Sol dell’Avvenir. Anche “Maghi, Streghe e Sirene” proviene dal sodalizio con il poeta di Bagheria. Non fa sconti “Quant’è bella la Calabria”, né tantomeno, “Il Ponte” (indovinate quale?), dove Otello si cita: se ieri si campava d’aria, oggi «si campa /ed è già tantu». Come sempre le canzoni prendono forma mediante diverse procedure comunicative e svariati registri espressivi, dal declamato al parlato al cantato, dal lirismo delicato con cui porgere canti d’amore (“Gioiuzza cara”, “Lu cori di la donna”, “Cori di canna”) al tono canzonatorio (“Inno allo statale”) e irriverente (“O Santo Nicolò”). Ci sono le considerazioni sui progetti politici ed economici al Sud, le denunce (“La democrazia”, “Mi ndi vaju”). Si canta dello sfruttamento, venendo trasportarti nel tempo in epoca pre-industriale (“’A frunda”), si ragiona e si canta sulla quotidianità delle relazioni e dei contrasti familiari (“L’orfano”, scritta con Buttitta e Nonò Salamone); c’è l’addio alla terra (“Ti saluto Bova”), in pochi sintetici versi il racconto della mala sorte di chi combatte al fronte contrapposta alla condizione delle donne rimaste a casa (“O Pêtri di la via. Donni assassini”), l’emigrazione in terre lontane (“L’Australia”), dove s’insinua il maschilismo nel commentare la condizione delle donne restate in Italia (“L’America”). In questo florilegio stilistico non sorprende incrociare “Donna Vicenza”, che altro non è che la deandreana “Bocca di Rosa” portata alla latitudine del “cunto”. È la storia sociale dal basso, è una fetta di Sud che canta ancora nelle corde del mastru cantaturi Otello Profazio. 


Ciro De Rosa
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