Gli Insetti Nell’Ambra – L’Aleph/Luciano Chessa – Canti Felice (Skank Bloc Records, 2018)

In questo numero di Blogfoolk parliamo di due nuovi lavori firmati da Skank Bloc Records, un’etichetta italiana con sede a Parigi. Iniziamo la nostra “esplorazione” con il primo, pubblicato ufficialmente l’otto gennaio 2018. L’Aleph è la lettera che apre l’alfabeto ebraico, per Borges è l’origine che tutto contiene e da cui tutto nasce, ma “L’Aleph” è anche il titolo del nuovo album degli Insetti nell’Ambra, un duo composto da Lapo “Ludwig van Bologna” Boschi (voce, chitarra, campionamenti, basso) e Chris “Bronkos” Bettoli (chitarra). In sette brani e ventisei minuti di musica, questo duo di stanza a Parigi, si muove tra Psichedelia, Post-Punk (P.I.L e Devo) e certe sonorità in bilico tra Kraut e Neue Deutsche Welle. I brani di “L’Aleph”, registrati su nastro in Rue Servan a Parigi tra il 2016 e il 2017, sono nati a partire dai testi di Lapo Boschi, poi musicati in libertà dalle chitarre (e dal basso) di Chris “Bronkos” Bettoli, riscoperto proprio nel corso delle registrazioni del progetto. Guidati da rintocchi roboanti di drum-machine sullo sfondo e da chitarre distorte, i pezzi citano Borges nella title-track e Palazzeschi in “Riflessi”, per un curioso esperimento di contaminazione tra letteratura, canzone e tipiche sonorità post-punk, con “l’orecchio” rivolto ai tardi anni settanta e a certi coevi suoni di provenienza germanica. Da premiare inoltre la curiosa scelta di pubblicare l’album su cassetta in settantacinque copie numerate, ulteriore cenno a un periodo in cui questo tipo di diffusione musicale era molto più comune rispetto all’odierna era digitale. In sintesi,“L’Aleph” è uno di quei dischi che si apprezzano ancor di più su supporto, aprendo la custodia in plastica e sfilando la cassetta per inserirla nel nostro walkman (a pile) o nel mangianastri, un “rito” che sembra ormai appartenere a un passato remoto ma che ogni tanto è bello (se possibile) riscoprire ascoltando con sorpresa ciò che esce dalle cuffie una volta premuto il tasto play. Belle le articolate grafiche curate da Reg Mastice III. 
Una volta riposta “L’Aleph” nell’apposita custodia, occupiamoci ora di un’altra cassetta, la recentissima “Canti Felice” del compositore e pianista Luciano Chessa, pubblicata sempre per Skank Bloc l’11 maggio. Dopo una lunga pausa dalla canzone per dedicarsi alla musica contemporanea, “Canti Felice” ritorna all’antica passione interrotta molto tempo fa, verso la metà degli anni novanta. “Lapo Boschi di Skank Bloc è stato il principale artefice è stato lui, tentatore, a riattizzare quel desiderio mai sopito. “Fu come soffiare sul fuoco”, e il fuoco si è riacceso". Così Chessa racconta la genesi di questo progetto, nato da spunti risalenti a molti anni prima e dedicato appunto alla canzone nella sua forma più diretta, senza artefici ed effetti. Un suono spoglio, artigianale, dallo spirito volutamente lo-fi, caratterizza in effetti le dodici composizioni dell’album, equamente suddivise tra brani personali nel primo lato e cover o traduzioni nel secondo. Segnaliamo per esempio “Il tuffatore” di Flavio Giurato, lo storico inedito di Battisti “Gabbianone”, oppure, le traduzioni di “Lord Of the Reedy River” di Donovan, o la ottima esecuzione di “Opel” dal repertorio di Syd Barrett. A differenza del precedente “Petrolio”, prodotto presso gli studi Fantasy dei Creedence Clearwater Revival, qui, Chessa ha optato per un metodo opposto utilizzando un semplice registratore a quattro piste, un microfono e una chitarra, null’altro, fatta eccezione per alcuni effetti al sintetizzatore Aardwark, che ritroviamo (suonato da Chessa) anche nella title-track dell’album degli Insetti Nell’Ambra. Ricollegandosi al passato “Canti Felice” utilizza (per scelta) gli stessi strumenti e gli stessi metodi di “Humus”, l’esordio di Chessa. All’ascolto è un album minimale, diretto che non cerca di nascondere le fragilità o le imperfezioni con artefici di produzione, al contrario, rende queste caratteristiche un tratto peculiare dell’espressione dell’artista. Qui, la canzone in sé è il cuore del progetto, non c’è spazio per l’involucro. 


Marco Calloni
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