Francesca Incudine – Tarakè (Isola Tobia Records, 2018)

Il ritorno discografico di Francesca Incudine è di quelli che lasciano il segno Dopo il lusinghiero esordio con “Iettavuci”, il profilo della musicista ennese assume una connotazione più autoriale che folk in “Tarakè”, che si rivela album maturo sul piano compositivo e interpretativo. Il titolo deriva dalla parola greca che  significa scompiglio, turbamento, ed è la radice di tarassaco, conosciuto anche come soffione, quel fiore che esaudisce i desideri quando disperde i suoi semi nell’aria. Ne abbiamo parlato con Francesca, appena dimessa dall’ospedale dopo una di quelle malattia che sono banali se prese da bambini, ma fastidiosissime contratte da grandi, racconta il suo importante nuovo lavoro “Tarakè”, lieve come i batuffoli del tarassaco soffiati nel vento.

Francesca, raccontaci questo nuovo “Tarakè”
Questo disco è figlio della volontà di seguirne le diverse fasi della realizzazione, dalla progettazione al disco completo. I testi sono principalmente in siciliano ma ci sono diverse parti in italiano, le due lingue si alternano anche all’interno dei singoli brani; questo per me è stato un mettermi alla prova, così come ci siamo messi tutti alla prova per la ricerca di un sound. 
Sound che è, al pari della parola, un vero e proprio elemento di racconto: siamo proprio andati alla ricerca di un suono che potesse raccontare; la storia che soggiace a ogni brano è intessuta in suono e parola.La parola “Tarakè” è una parola greca che vuol dire “cambiamento, scompiglio” ed è anche la radice della parola tarassaco; se il simbolo del primo disco era la camelia che si fa spazio muovendosi in orizzontale, per questo disco è il tarassaco o soffione che si muove in verticale e soffiandolo, spargiamo i suoi semi in giro e proviamo ad avverare i nostri desideri. Ho una visione della natura un po’ alla Baudelaire: la natura nasconde dei segni che dobbiamo decifrare.

Che differenze ci sono rispetto al primo disco?
Come spesso capita alle opere prime, “Iettavuci”, era un po’ autoreferenziale, succede che quando provi a farti sentire per la prima volta metti dentro le tue esperienze senza provare ad astrarti da esse. In questo nuovo lavoro tengo conto di quello che ero ma anche di quello che voglio essere, provando a raccontare quello che succede attorno a me. Quindi non parlo tanto di me ma provo a raccontare quello che succede nel mondo. 
C’è la storia delle “camicette bianche”, queste 129 donne che morirono bruciate a New York, esattamente 107 anni fa; poi le storie dei migranti, loro malgrado coinvolti in spirali di odio e pregiudizi che nulla c’entrano con la loro storia; lungi da me immischiarmi nelle faccende politiche, parlo da artista e semplicemente invito a rimanere umani. I bambini non c’entrano niente con tutto questo e proprio i bambini con la loro meraviglia e innocenza fanno spesso da sfondo alle storie che racconto. Non a caso il disco si conclude con “Comu Fussi Picciridda” che è un monito a me stessa, un invito a guardare il mondo cercando l’autenticità, la stessa autenticità cui aspiravo quando ho cominciato a lavorare a questo disco a costo magari anche di sbagliare, e se errori ci sono, mi piace pensare che comunque profumino di noi stessi… Disco lottato, sudato e pieno di sacrifici in cui abbiamo messo tutto di noi. Parlo al plurale perché includo Carmelo Colajanni e Manfredi Tumminello che con me hanno curato la produzione, la direzione artistica e gli arrangiamenti.

Torniamo al sound del disco: molto asciutto e semplice; è una scelta, immagino… Sì, è assolutamente una scelta; se il suono, come già ti ho detto doveva essere elemento di racconto, non ci potevano essere sovrastrutture, solo il suono vero degli strumenti. Addirittura in “No Name”, senti un ritmo ossessivo di percussioni che non sono dei veri strumenti, ma giocattoli o attrezzi da cucina a imitare il suono della fabbrica, sono elementi narrativi essi stessi. In “Gutierrez” il bansouri indiano ha la stessa funzione, come l’arghoul in “Comu Fussi Picciridda”.
Il disco esce per Isola Tobia, piccola e appassionata etichetta che lavora soprattutto nel mondo della canzone d’autore. Lavorare con Isola Tobia Label è sentirsi a casa. Abbiamo avuto la sensazione di sentirci sostenuti, nonostante l’etichetta sia piccola. 
Questa è la cosa che mi ha catturata: hanno voglia di spingere il progetto e prendersi cura dell’artista. Poi c’è connessione e complicità fra gli artisti dell’etichetta, non c’è competizione. Nel roster sono sicuramente l’artista più etno-folk, anche perché canto soprattutto in lingua siciliana, ma il lavorare con loro fa parte di un passaggio da una dimensione folk a una più cantautorale. Spero che il mio lavoro cresca con l’etichetta.

Considerando un mercato ormai ridotto ai minimi termini, con i dischi che vendono sempre meno, ma paradossalmente sono sempre più importanti, cosa ti aspetti dopo l’uscita del CD?
Ero un po’ titubante, non volevo già affrontare l’uscita del secondo disco. Il giudizio degli altri e l’aspettativa che gli altri ripongono, soprattutto dopo un primo disco che, in qualche maniera, ha fatto parlare di sé, può essere una specie di trappola. Il disco è un mezzo che può permetterci di suonare in giro e quindi di arrivare a quanta più gente possibile. Soprattutto è un biglietto da visita e la grande sfida era fare un disco che mi rappresentasse a trecentosessanta gradi. Già a pochi giorni dall’uscita ho avuto dei feedback importanti, anche da persone lontane dal mio mondo musicale e questo mi fa ben sperare.

Mi sono sempre chiesto quali fossero i tuoi punti di riferimento musicali, cosa ti piace ascoltare…
Le ispirazioni sono tantissime. Per questo disco è stato di grande ispirazione il lavoro dei Radio Dervish, loro hanno fatto un ottimo mix di tradizione e innovazione, ma mi piace anche il pop di Elisa o le grandi cantanti del passato come Amalia Rodrigues. Volevo anche inserire qualcosa che ricordasse quel tipo di suono ma mi sono limitata a interiorizzare gli ascolti e rielaborarli magari in modo inconscio, filtrandoli attraverso quello che io sono.

Ho ascoltato il disco con  grande frequenza, se fosse stato un vinile l’avrei consumato, ogni giorno ho un brano preferito, quello di oggi è “Dormi Figghiu”, di cosa tratta?
Questo brano per me doveva rappresentare un respiro. È ispirato alla storia di una mamma che, in mezzo al mare, prega per il figlio morto. Il tentativo disperato di affidare i propri figli al mare e alle sue onde, come unica possibilità di sopravvivenza denota un forte attaccamento alla vita. Attraverso la danza e il movimento questo figlio ha la possibilità di essere mantenuto in vita, almeno nella memoria. Qui è il duduk, che è lo strumento che più ricorda la voce umana, ad essere strumento narrativo.


Francesca Incudine - Tarakè (Isola Tobia Records, 2018)
Una bella sorpresa questo disco di Francesca Incudine, che proietta la cantautrice ennese in una dimensione meno folk e sicuramente più autoriale.  Una sorpresa non perché il precedente lavoro “Iettavuci” gli fosse inferiore in qualità, ma perché la maturità, compositiva e interpretativa, di “Tarakè” è una spanna sopra il predecessore. Gli arrangiamenti sempre misurati e un ottimo missaggio vestono le canzoni perfettamente e rendono giustizia a tutti gli strumenti, corde, fiati e pelli, e soprattutto alla voce di Francesca, una voce piccola ma espressiva, educata e perfettamente complementare all’essenzialità della confezione sonora. E poi le canzoni, l’ingrediente-principe di qualsiasi lavoro discografico, anticipato dal bel singolo “No Name”: non c’è un solo brano che possa essere considerato un riempitivo; le composizioni, in siciliano e in italiano sono sempre brillantissime e la loro successione in scaletta è scrupolosa. “Tarakè” è una parola greca che significa scompiglio, turbamento, ed è la radice di “tarassaco”, il fiore detto anche soffione, che esaudisce i desideri quando disperde i suoi semi nell’aria. “Tarakè” è un disco che racconta il mestiere del vivere, i dubbi, l’amore che è appartenenza e non possesso, il risollevarsi dalle cadute, il viaggio nelle sue possibili diverse accezioni. L’album contiene anche la cover di “Frore in Su Nie” dei Tazenda, già presentata in un Premio Andrea Parodi dove la Incudine fece incetta di premi. Fra i brani, tutti ben costruiti e arrangiati e dove spiccano, oltre alla voce della protagonista, le chitarre di Manfredi Tumminello, i fiati di Carmelo Colajanni (questi due responsabili anche di direzione artistica e arrangiamenti) e le percussioni di Salvo Compagno e Giorgio Rizzo, è difficile sceglierne alcuni trascurandone altri. Detto del singolo “No Name”, ispirato alla tragedia della Triangle Waist di New York, dove, nel 1911, 129 donne morirono nell’incendio della fabbrica, sono l’iniziale “Rosa Spinusa” e la preghiera “Dormi Figghiu” a riassumere la bellezza dell’intero lavoro: la prima, caratterizzata da una parte di chitarra assolutamente efficace, è un tema sull’amore, le sue complicazioni e la sua benedizione, con un interessante cambio ritmico nel finale, la seconda è una bellissima canzone in cui si alternano, ancora una volta siciliano e  italiano con un bel duduk che fa capolino fra i versi. Poi notevoli anche “Di Notti Nasciunu i Canzuni”, “Linzolu d’Amuri” e “Quanti Stiddi”. Infine una menzione per il booklet e il bell’acquerello di Stefania Bruno che fa da copertina a questo bel lavoro.



Gianluca Dessì
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