Gabacho Maroc – Tawassol (10H10/Sony Music, 2017)

Da quando sono nati, i Gabacho Maroc si sono imposti all’attenzione non solo per il fertile mélange sonoro, ma soprattutto per la fulminante cifra artistica on stage. Nati come Gabacho Connection, con l’inserimento di musicisti marocchini, sono diventati Gabacho Maroconnection e il loro primo disco, “Bissara” (Label Oued,2014), ha ricevuto la nomination per gli Award di musica africana. Quanto all’origine del loro nome, “Gabacho” in spagnolo significa “dannato” o “fottuto”, ma è anche un dispregiativo con cui si indicano i francesi (il termine pare derivi dall’occitano “gavach”). Rinominatosi Gabacho Maroc, la world fusion del collettivo trova adesso nuova espressione in “Tawassol”, che in arabo significa “connessione”, un lavoro pubblicato a gennaio 2018. Siamo alle prese con un conglomerato felice di influenze che gravitano intorno a chaabi e tradizione gnaoua, con inserti Afrobeat e virate jazz, sprazzi di elettronica e spoken word, canto responsoriale e ritmi reggae. Formato novi anni fa dal batterista francese Vincent Thomas ai tempi degli studi di jazz al Conservatorio di San Sebastian, dopo diversi cambi di organico il combo ha assunto la sua attuale fisionomia franco-marocchino-algerina, comprendente Hamid Moumen (voce e guembri), Aziz Fayet (voce, ‘ûd e percussioni), Frédéric Faure (percussioni africane, n’goni e cori), Charley Rose (sax alto e cori), Illyes Ferfera (sax tenore e cori), Pierre Cherbero (tastiere e cori), Eric Oxandaburu (basso e cori). L’esito è potente, esaltato dal dialogo tra cordofoni e fiati, cori e percussioni, a cominciare da “Bouderbala”, canzone che evoca un personaggio del folklore marocchino. Nell’invocazione pacifista di “Dara” ci mette le sue tastiere il francese Jean-Philippe Rykiel (già con Salif Keita e Youssou N’Dour), mentre la successiva “Baraka” (“Basta”), denuncia delle bugie della politica, è un altro numero svettante del disco. La vocalist cilena Pascuala Ilabaca firma e canta i versi in spagnolo della magnetica “Desertum”, condivisa con le liriche in arabo di Hamid e Aziz; al brano, che celebra il deserto e la sua gente con una dose di saudade, partecipa anche il flautista siciliano Ermanno Panta (residente in Spagna, incontrato da Thomas al festival di Essaouira). La luminosa “Laabid” procede con il passo in levare, mentre il basco Mixel Ducau ci mette alboka e tin whistle in “Btassem”(significa “Ridere” ed è un invito a sorridere nonostante le difficoltà e le amarezze della vita), composta da Aziz Aflak su testo di Hamid Moumen. Seguono le rivisitazioni di due brani della tradizione gnaoua: “Amara Moussaaoui”, trattata in salsa funky-jazz, e l’ondeggiante “Mamariou”. Feconde confluenze. www.gabachomaroc.com 


Ciro De Rosa

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