Antonio Vivenzio e Alberto Pederneschi – Prima Luz (Felmay, 2017)

Album pieno di grazie ed equilibrio, “Prima luz” mette insieme molte idee, molti suoni e molte atmosfere. È organizzato in otto brani soffusi e mai contratti, dai quali emergono immagini sempre gratificanti e andamenti scolpiti in due strumenti in perfetta armonia. Sì gli strumenti sono due e non ci fanno pensare a nulla che potrebbe affiancarli né tantomeno supportarli, integrarli, riempirli. Antonio Vivenzio al piano e Alberto Pederneschi alla batteria procedono con un’unica voce, inarcando melodie e ritmi che tracciano poche linee ma che, allo stesso tempo, definiscono ed evocano traiettorie spesso inaspettate. Il paradigma che sostiene l’intera narrazione è la reciprocità, che si configura in uno scambio e una serie di connessioni che sembrano trovare nel ritmo i punti di contatto più forti. In alcuni tratti sembra quasi di sentire due strumenti che, nonostante le differenze strutturali, procedano non solo in armonia ma anche in unisono: uno dei brani più significativi di questo processo è “L’ultimo ballo”, in cui la linea melodica del pianoforte è strettamente legata a (e quasi definita da) un sostegno ritmico “sonoro”. Soprattutto nella parte centrale del brano, quando il tocco si fa più deciso e l’alternanza tra l’armonia dei bassi e quella della voce principale è più divergente, ogni nota partecipa della cadenza della batteria. Il risultato è una grana sovrapposta e allineata, appunto un unisono in cui ritmo e melodia (ritmi e melodie) si definiscono a vicenda, assumendo l’uno il profilo dell’altra. In questo modo - e qui attraversiamo probabilmente il punto più profondo del progetto di dialogo tra i due - si organizza un linguaggio che, seppur sintetico e legato principalmente agli elementi più fondamentali, porta con sé degli aspetti fortemente innovativi. Un linguaggio che riesce a tenere insieme i dati basilari, la grammatica delle forme più semplici, e i riflessi di una loro evoluzione, sia formale che sostanziale (“Fides musicae”). In alcuni casi, come in “Ombre sospese”, lo spettro sonoro si amplia attraverso il rimando a un insieme di suoni più rarefatti e profondi, il cui scopo primario si può ricondurre (ce lo suggerisce il titolo) al programma compositivo, in questo caso evocato attraverso un impianto e una timbrica più sfuggevoli e rarefatti. Se dovessero individuarsi i momenti più significativi dell’album e, allo stesso tempo, quelli che meglio rappresentano l’impianto compositivo e l’idea generale, si potrebbero citare le due parti del brano “In viaggio”. In entrambe - poste l’una nella prima parte e l’altra nella seconda parte della scaletta - si sovrappongono con equilibrio un ritmo molto presente (in cui le variazioni di intensità aderiscono a uno sviluppo graduale del brano) e il richiamo a una dimensione eterea, vagamente immateriale e astratta. Sebbene la coincidenza tra ritmo e melodia sia meno marcata rispetto a ciò che si configura (come detto) in altri brani, i due strumenti riescono a sviluppare molti fraseggi, che si inquadrano sempre in uno spazio complesso e profondo, articolato. Le variabili più significative (in entrambi i brani) sono legate al succedersi di pieni e vuoti, a gradi differenti di intensità, innanzitutto nel tocco, nella presenza, poi gradualmente nel fraseggio, nell’unisono e, infine, nel dialogo tra i due strumenti, negli sguardi che si scambiano. La seconda parte è più meditativa e meno densa della prima, ma nell’insieme i due “tempi” sono esemplari per chiarezza e soluzioni esecutive. Chiude il cerchio “Pastor O.”, un brano secco e dritto, che si apre con un rimbalzo di pelli percosse con forti accenti, che introducono una linea melodica del pianoforte saltellante e spigolosa: a pensarci bene, una sorta di opposto che richiama, in alcuni passi soprattutto timbrici, “Stazione”, il brano posto in cima all’album. 


Daniele Cestellini
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