Vincenzo Santoro, Odino nelle terre del rimorso. Eugenio Barba e l'Odin Teatret in Salento e Sardegna (1973-1975), Squi[libri] 2017, libro con DVD, pp. 144, Euro 18,00

Nella prefazione, in forma di compiaciuta lettera all’autore, Eugenio Barba elogia l’appassionata ricostruzione di Vincenzo Santoro, il quale tra cronache d’epoca, fonti scritte e testimonianze orali fa “tornare in vita” la discesa in Salento e Barbagia, dell’Odin Teatret, che rappresentò una sorta di spartiacque per la stessa compagnia teatrale danese, poiché – come scrive Barba con parole vivide e fascinose – «Lasciammo incerti la fortezza e il prestigio del teatro e ci inoltrammo indifesi nella piazza della vita» (p.9). Parliamo di Eugenio Barba (Brindisi 1936), il più geniale degli allievi di Jerzy Grotowski, tra i maestri che hanno segnato la storia del teatro del secondo Novecento. Con la sua compagnia creata nella città danese di Holstebro, perseguendo una concezione etica e umana del teatro, Barba ha lavorato in maniera innovativa in tutti gli ambiti della cultura teatrale: dalla riflessione teorica alla creazione artistica, dalla trasmissione delle tecniche teatrali al lavoro sulla memoria; il suo teatro e quello dei suoi attori diviene strumento di relazioni transculturali. Dopo aver allestito “Min Fars Hus” (“La casa del padre”), consacrato in Italia alla Biennale di Venezia del 1972, Barba raccoglie l’invito di Gino Santoro, all’epoca collaboratore della Cattedra di Storia del Teatro nell’ateneo leccese, a recarsi nel sud pugliese. Nell’arco di due anni (1973-1975) il collettivo si trasferisce a lungo, e a più riprese, non solo in Salento ma anche in Sardegna, misurandosi con i “luoghi senza teatro”, intessendo relazioni con strati di popolazione abitualmente non adusi alle rappresentazioni teatrali. Per Barba è il ritorno nel suo Salento, lasciato da giovanissimo per la Scandinavia, i viaggi per mare, poi i lavori da operaio e la laurea a Oslo, cui era seguito l’incontro rivelatore con Grotowski in Polonia e la successiva fondazione (era il 1964) dell’Odin Teatret riunendo un gruppo di allievi respinti dall’accademia. Con la prima visita in Puglia Barba crea le premesse per avviare una permanenza italiana più duratura che – come detto sopra – durerà fino all’estate del 1975. Nondimeno, va detto che il Salento di quegli anni (l’Odin si insedia a Carpignano, ma sarà anche a Calimera, Martano, Galatone, Cutrufiano, Castrignano dei Greci, Copertino, Pisignano, San Cesario, Serrano, Sogliano Cavour, Soleto e Monteiasi) non è più quello delle ricognizioni di Alan Lomax e Diego Carpitella o dell’indagine sul tarantismo di Ernesto de Martino, perché se da un lato è vero che è ancora soprattutto terra di contadini, dall’altro vede attivi circoli culturali e all’opera intellettuali come Gino Santoro, Rina Durante e Giuliano Capani, musicisti quali Luigi Lezzi e Bucci Caldarulo, figure di riferimento del folk music revival che si accenderà a partire da quegli stessi anni (si pensi all’incontro con Giovanna Marini e alla nascita del Canzoniere Salentino e poi al Canzoniere Grecanico Salentino). Quanto alla Sardegna campidanese e barbaricina in cui s’inscrive la vicenda dell’Odin, che era giunto nell’isola su invito di Pierfranco Zappareddu, fondatore del gruppo teatrale Alkestis, l’altra “terra del rimorso” (in cui l’istituto mitico-rituale dell’argia è il corrispettivo del tarantismo: da qui la citazione demartiniana del titolo) non era solo la Sardegna rurale di pastori e contadini, ma il luogo in cui si andava realizzando il laboratorio creativo di Pinuccio Sciola a San Sperate, mentre nella Orgosolo si sviluppava la stagione del muralismo: è anche con queste realtà in trasformazione che Barba e l’Odin si confronteranno, oltre a recarsi in paesi come Gavoi, Ollolai, Lodine, Olzai, Sarule e tanti altri ancora. Centrale nell’agevole ricognizione di Santoro è la relazione intessuta da Barba e suoi attori con gli abitanti locali. Difatti, nel corso dei lunghi soggiorni la compagnia mette a punto quello che sarà definito il “baratto culturale”, una singolare modalità di “offerta che obbliga lo scambio”, – per dirla con Mauss – per la quale al termine della performance dei “danesi” la popolazione locale, convenuta alla performance, contraccambiava con un canto tradizionale, una danza o una festa. Il volume ricostruisce la temperie culturale che fa da sfondo a questa profonda esperienza relazionale, che segnerà la presenza dell’Odin in Italia anche in fasi successive e che porterà anche a interessanti espressioni di sincretismo sonoro, sviluppate dal gruppo di Barba sulla base delle interazioni con le espressioni di tradizionale orale dei luoghi visitati. Santoro non si limita a ripercorrere in maniera circostanziata l’esperienza meridionale dei teatranti danesi, ma è interessato a comprendere come essa abbia inciso sui territori interessati, che propulsione abbia conferito a progetti culturali e identitari, a cominciare dalla reinvenzione creativa di pratiche festive come la “festa te lu mieru”, vero e proprio modello per l’invenzione di tradizioni e sagre comunitarie in Salento, o all’attività di operatori culturali e musicisti che saranno al centro del “ritorno” della pizzica. In appendice, gli scritti di Antonello Zanda (“L’Odin Teatret in Sardegna: l’apertura interrogante e il baratto”) e di Antonio D’Ostuni (“La riattivazione del catalizzatore”) discutono, rispettivamente, del passaggio in Sardegna e della “necessità” di provare a generare nuovi stimoli culturali a partire dalla memoria della presenza dei “danesi” a Carpignano. Come sempre nei volumi di Squi[libri] il corredo iconografico (53 foto in b/n e a colori di Tony D’Urso) è complementare alla parte saggistica, contribuendo ad arricchire la narrazione. Inoltre, il DVD, allegato al volume, presenta il documentario di Ludovica Ripa di Meana “In cerca di teatro” girato durante la residenza salentina del 1974 (trasmesso dalla RAI e la cui visione in un passaggio notturno a “Fuori Orario” ha dato l’input ideativo a Vincenzo Santoro, che aveva già incontrato testimonianze della vicenda dell’Odin in Salento nella raccolta di materiali per il suo volume “Il ritorno della taranta”). Il documento contiene una chicca assoluta: una magnifica performance di Uccio Aloisi e Uccio Bandello (allora sconosciuti), nonché alcune tra le prime immagini del ballo della pizzica pizzica. All’interno del DVD c’è anche il film di finzione “Dressed in White – Vestita di bianco” di Torgeir Wethal, girato sempre nel corso della stagione salentina dell’Odin Teatret. Il lavoro di Santoro contribuisce non solo a fare luce su una singolare esperienza teatrale, ma va inquadrato nella più ampia ricostruzione di tasselli significativi della storia culturale del Sud Italia. 

Ciro De Rosa
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