Širom – Lahko Sem Glinena Mesojedka/I Can Be a Clay Snapper (Tak:til/Glitterbeat, 2017)

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Ascoltando il secondo album dei Širom la magia scatta immediata ed ineludibile; è una straordinaria avventura sonora che si connota per la libertà totale di azione che manda in frantumi filologie e senso della melodia, foriera di ricerca timbrica, di sequenze ora aspre e tumultuose ora liriche ed eteree. I Širom si proiettano nella terra incognita del ‘folk immaginario’ o ‘folk di un universo parallelo’, come loro stessi definiscono la loro musica. Iztok Koren (banjo, banjo a tre corde, percussioni, balafon, oggetti sonori), Ana Kravanja (violino, viola, ribab, cünbüs, balafon, ngoma, mizmar, oggetti sonori, voce), Samo Kutin (lira, balafon, basso a una corda, tambura a cornice, brač, gongoma, mizmar, oggetti sonori, voce) provengono da tre diverse regioni della Slovenia. Koren è originario di Prekmurje, dalle parti del confine ungherese, Kravanja è della pianura del Carso, mentre Kutin è di Tolminska, nella parte settentrionale del paese. Con alle spalle esperienze punk-rock, Samo e Ana si ritrovano nei seminari di musica improvvisata guidati dal contrabbassista Tomaž Grom e dal batterista e percussionista giapponese Seijiro Murayama. In seguito, danno vita insieme al duo Najoua; quando incontrano Iztok si lanciano nel nuovo progetto folk acustico sperimentale, che li porta ad incidere nel 2016 l’esordio “I.” per l’etichetta Klopotec. «Il processo compositivo prende molto tempo, non solo perché siamo tre personalità molto diverse che devono raggiungere una condizione di equilibrio, ma per l’interesse che riserviamo alla trance indotta dalla musica», spiega Koren, che incontro a Pirano, dove la band partecipa ai workshop transculturali del festival Druga Godba (maggio 2017). La parola “širom”, che in sloveno antico significa “ampio”, ma anche “andare lontano” nel senso di viaggiare, è efficace nel definire l’attitudine del trio. «Ci piace interagire con i luoghi in cui suoniamo. Così, per questo disco ci siamo recati in posti remoti: montagne, boschi, cave, campi, dove abbiamo fatto delle session d’improvvisazione», continua Samo, esplicitando quel senso del ‘recercare’ (per dirla alla maniera antica) dei tre giovani musicisti, che annoverano influenze psichedeliche, post-rock, folk, world, minimaliste e ambient. I motivi creativi della band sono illustrati in “Memoryscapes”, un corto disponibile sul web che illustra le procedure del gruppo, la volontà di interagire con la natura circostante. Inoltre, nel villaggio di Lesno Brdo, a sud di Lubiana, nella fattoria dove vivono, Ana e Samo organizzano session, performance, mostre e un festival di musica improvvisata e non-idiomatica chiamato “Bučno”. Con un armamentario di più di venti strumenti acustici, alcuni tradizionali altri auto-costruiti, il disco, ma anche il concerto del trio, si rivelano una notevole esperienza sonica. Naturalmente in fase di registrazione di “Lahko Sem Glinena Mesojedka” ci ha messo le mani direttamente Chris Eckman, dal momento che il disco è licenziato dalla Tak:til, label satellite della rinomata Glitterbeat. Anche il titolo del lavoro e quelli delle composizioni ricalcano lo spirito aperto della band, spiega ancora Iztok: «Non vogliamo che i titoli restringano le possibilità di interpretare la nostra musica. Così andiamo alla ricerca di titoli che spingono il pubblico a interpretazioni differenti anche nel modo in cui ascoltano la musica che suoniamo. Un maniera simile a quanto accade nei kōan dello zen, che spingono ad allargare I limiti del pensiero razionale imbracciando la realtà con un approccio più intuitivo». Il programma dell’album si compone di cinque brani: quattro sono lunghi movimenti della durata di oltre dieci minuti ciascuno, l’ultimo, “Desert besed”, è l’epilogo di poco più di un minuto, che sbocca in un crescendo parossistico. L’apertura “Malodane budnost”, dall’iniziale impronta folklorica, si dipana in un reiterato incastro improvvisativo di corde pizzicate e sfregate. La successiva “Čolni čakam, čúvaj” si apre con la viola solista su cui si innestano il balafon e la voce per poi lanciarsi prima nei fraseggi aguzzi del violino, nella tensione portata dal crescendo poliritmico dei tamburi a cornice e del ngoma (una percussione bantu); l’entrata del cünbüs, sorta di banjo turco, che accenna a una melodia, ci infila di nuovo in atmosfere più tenui e introspettive. Invece, “Vsej usodno” parte di slancio, assecondando un’ambientazione free jazz, con l’attacco dato dal timbro lancinante del mizmar (un oboe popolare simile a una zurna turca o alla nostrana ciaramella), il cambio di direzione si avverte con l’ingresso delle corde e dell’evocativa duttilità di una voce salmodiante. Sorprende la facilità soave con cui il trio si produce in passaggi a salto tra ritmi e tessiture armoniche, conciliando istanze lontanissime, per giungere al finale, in cui legni e metalli percussivi potrebbero richiamare le orchestre balinesi. Il concentrato più alto di ispirazione viene raggiunto in “Maestro mane vrisskanje”, che inizia con una cellula melodica iterata di violino, poi prende il largo con la voce che accenna un tema melodico, l’uso di bordoni e l’infittirsi delle trame cucite dalle corde pizzicate e dagli archetti per produrre tessiture rapinose che avviluppano l’ascoltatore. La musica dei Širom è cibo per la mente. Da non perdere.


Ciro De Rosa
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