Elida Almeida – Kebrada (Lusafrica, 2017)

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Kebrada è il villaggio nel quale Elida Almeida ha trascorso parte della sua infanzia. Si trova nell’entroterra dell'isola di Santiago, a est della capoluogo isolano. Lì la cantante-autrice trascorreva i fine settimana e le feste nella casa della nonna materna, mentre a Santa Cruz viveva con la nonna paterna. “Kebrada” è il secondo album di lunga durata della ventiquattrenne (è nata il 15 febbraio 1993) artista capoverdiana, divenuta ormai nome di punta dell’etichetta discografica Lusafrica, dopo il fulminante esordio di “Ora Doci Ora Margos” e il successivo ”Djunta Kudjer”, un EP pubblicato nella primavera del 2017. Elida Almeida è una donna di grande temperamento, che ha avuto una vita per niente facile, è determinata e affabile sul palco e sa scrivere belle canzoni; i tour internazionali di questi ultimi anni, poi, hanno accentuato tanto la sua consapevolezza di portavoce capoverdiana quanto la sua identità africana e l’hanno proiettata appieno nell’universo world music. Prodotto da José da Silva, registrato e mixato tra Praia, Abdjan e Parigi, il disco si dipana in dodici brani, per dieci dei quali Almeida ha composto testo e musica, mentre gli arrangiamenti sono affidati come al solito alla mano sapiente del chitarrista Hernani Almeida. A completare il quartetto ci sono i musicisti che accompagnano Elida dal vivo: Nelida da Cruz (basso), Diego Gomes (tastiere, piano e fisarmonica) e Magik Santiago (batteria), ma non mancano altri collaboratori. “Kebrada” offre uno spaccato dell’arcipelago di Capo Verde con i suoi umori, le sue tradizioni, le sue tensioni sociali, la presenza di violenza e di droga.
Insomma, leggendo le liriche in creolo, dietro la dolcezza, la gioia, gli accenti pop e la danzabilità del lavoro si affacciano la denuncia e la critica sociale. Ad aprirlo è la deliziosa “Djam Odja”, una coladera dal sapore cubano, cui segue la delicata “Kontam” (“Dimmi”) , costruita su arpeggi di chitarra con basso e percussioni a sostegno, che tocca il tema della violenza domestica, ripreso nella morbida “Nlibra di Bo” (“Sono scappata da te”), anch’essa sprizzante una vena cubana, e nel tempo di funanà che si affaccia di nuovo in “Grogu Kaba” (“La scomparsa del Rum”: il grogu è il rum locale). “Ki Ta Manda E Mi” è un’altra apertura al mondo latino. Almeida ha una voce calda e potente, ma anche duttile, che sa scurirsi o aprirsi in limpidezza, come avviene in “Nha Rainha” (“La Mia regina”), dedicato alla madre. Fidjus di Kodé Di Dona, alla fisarmonica e al ferrinho, apporta il valore aggiunto danzante del funanà alla magnifica “Sapatinha (Nha Mininensa)”, un ritratto della sua fanciullezza, tra piccole cose e affetti. Anche “Bersu d’Oru” (“Culla d’oro”) è un brano dalla marcata impronta ritmica suonato a tempo di tabanka, un ritmo poco noto che Elida si propone di far conoscere al mondo. Ritmo carnevalesco dell’isola di Santiago, il tabanka è stato un simbolo anticoloniale nell’Arcipelago atlantico. 
Nel testo Elida ne nomina i maestri (Manuzinhu, Sema Lopi, Nha Nacia, Katxàs, Norbetu), con cui immagina di aver suonato e danzato. Invece, nella ‘ballata’ “Forti Dor”, dove i sapienti arrangiamenti di Hernani Almeida si prendono il dovuto spazio e Vincent Segal affonda alla grande il suo violoncello, ritornano i temi forti: la canzone, infatti, racconta di una madre che perde suo figlio in un conflitto tra le bande rivali. In un’intervista Elida spiega: «Accade ogni giorno a Capo Verde. Io ho l’opportunità di dare voce, ecco quello che faccio: cerco di mettermi nelle scarpe degli altri, cerco di parlare di quello che la gente pensa, di ritrarre quelli che soffrono. Le persone finiscono per identificarsi molto con la mia musica». Dopo il movimentato batuque di “N’Kreu” (“Ti voglio”), firmata Manu Reys, arriva l’elogio dell’isola contenuto in “Ilia Mundu”, scritto da Fernanda Fernandes, in cui ascoltiamo una delle ultime registrazioni del fisarmonicista malgascio Regis Gizavo. A concludere questa notevole opera della nuova stella capoverdiana è “Nta Fasi Kusa”, sul ritorno di un migrante. 


Ciro De Rosa
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