Eleanor McEvoy – The Thomas Moore Project (MoscoDisc, 2017)

La copertina del disco mette l’uno accanto all’altro il ritratto della cantautrice realizzato da Robert Ballagh, uno dei maggiori artisti contemporanei d’Irlanda, esposto nella National Concert Hall di Dublino, e il classico dipinto del poeta, attore e drammaturgo Thomas Moore (1779-1852) di Sir Martin Archer Sheer, collocato nella National Gallery of Ireland, sempre nella capitale isolana. Moore è celebrato per le sue “Irish Melodies”, la raccolta di canzoni arrangiate da John S. Stevenson per pianoforte, pubblicate in dieci volumi tra il 1807 e il 1834. All’epoca fu un‘opera di successo, sebbene piegata al gusto e alla sensibilità dei salotti londinesi e dei ceti borghesi, piuttosto che alla dura realtà sociale dell’Irlanda, che attraversava alcune delle stagioni più terribili del dominio britannico e dell’egemonia della classe anglo-irlandese. Di fatto, Moore visse in un periodo artisticamente vivace, ma anche di forte tensione politica e di radicali mutamenti sociali trascorse la maggior parte della sua vita in Inghilterra, eppure è considerato un eroe della causa nazionalista della sua terra natia. Di certo, la sua poetica era tenuta in gran considerazione dai suoi contemporanei e si parla di una sua influenza sulla seconda generazione dei poeti romantici inglesi. (Byron, Shelley e Keats). È indubbio come nel suo capolavoro Moore metta in mostra la sua maestria di coniugare melodia, parole e ritmo. In ragione della desuetudine che ha avvolto in epoche successive i suoi componimenti, McEvoy – divenuta celebre oltre due decadi fa per l’hit “Only A Woman’s Heart” – si è mossa studiando a fondo i materiali di Moore, rispettando le partiture ma al contempo prendendosi l’impegno di andare oltre il tributo al personaggio, scrostando la patina lirica sdolcinata che avvolge da sempre le canzoni, infondendovi nuova linfa. Cosicché Eleanor ha riletto undici ballate, cantando, suonando (chitarra, ukulele, violino, tastiere e percussioni) e producendo l’album in compagnia di un quartetto di rispettabilissimi musicisti: Damon Butcher (tastiere), Eoghan O’Neil (basso), Guy Rickerby (batteria e percussioni) e Eamonn Nolan (trombe e flicorno). Apre il “Thomas Moore Project” una versione elettrica di “Oft In The Stilly Night”, che la cantautrice aveva già inciso in “Naked Music”, un brano che, in realtà, proviene da “Popular National Airs”. Segue la celebre “The Last Rose Of Summer”, con il trombone di Ciaran Byrne. Di certo non ci si aspettano castagnette e palmas in stile flamenco in “Come Send Round the Wine”, ode al buon vino e alle buone compagnie, meno nota di altre composizioni di Moore. “Through Humble The Banquet” ha un profumo Sixties e morrisoniano; il tratto delicato persiste nella ninna-nanna “At The Mid Hour Of Night”, nella cui presentazione Eleanor ricorda che Moore vide scomparire I suoi cinque figli nel corso della sua esistenza. Nel programma non poteva mancare la più famosa ballata popolare di Moore, “The Minstrel Boy”, alla quale, tuttavia, è risparmiato l’assetto marziale per ri-assemblarla in un arrangiamento in cui si gustano l’Hammond e il crescendo corale, ad esaltare la vicenda del musicista che porta l’arpa in battaglia. Si parla di amore vero in “Believe Me’, ‘If All Those Endearing Young Charms”, cui segue “The Song Of Fionnula (Silent Oh Moyle)”, ispirata alla leggenda dei figli di Lir: un brano di impronta trip hop e il flicorno di Nolan in evidenza. Tra i vertici dell’album, annotiamo, senz’altro, “Erin, The Tear And The Smile In Thine Eyes”. La breve “Oh! Breathe Not His Name” è associate alla tragica ribellione di Robert Emmet, amico di Moore, giustiziato dagli inglesi dopo il fallimento dell’insurrezione del 1803. La conclusione arriva con una canzone à la Pogues, quel “The Harp That Once Through Tara’s Halls”, che dietro il tema nazionalista rivela un commento alla natura oscura della fama. 


Ciro De Rosa
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