Violeta Parra, l’artista cilena che riconquistò il “Vecchio Mondo”

Cento anni fa, in una regione nel sud del Cile, nasceva Violeta Parra. Immaginiamo un continente lontano, separato dal resto del mondo da una catena montuosa invalicabile, isolante. Pensiamo ad una società di un piccolo paese di provincia, principalmente contadina e di minatori. Una minoranza piccolo borghese che benché più istruita, ancorata purtroppo a certe tendenze maschiliste che ponevano la donna ai margini della società cilena, relegandola solo a lavori domestici. In questo contesto Violeta Parra fa della sua chitarra la stessa arma che ne fece Woody Guthrie, ma in questo caso non solo contro il fascismo. Contro la vita che non risparmia nulla al percorso dell’ esistenza umana, contro le difficoltà di una donna che sceglie un percorso artistico suonando e cantando nei boliches musica folklorica spagnola, ma che un giorno, si accorge che la sua missione è quella della “recoplicación” di tutta la ricchezza del canto campesino in Cile, dal nord al sud. Nicanor Parra, fratello e poi nel tempo orgoglio della letteratura cilena nel mondo, le suggerirà questa via. Violeta Parra salta da un punto all’altro del Cile bruciando le distanze chilometriche fatte di strade non asfaltate e mezzi di trasporto improbabili, iniziando 
un’investigazione che lascerà un patrimonio inestimabile ad etnomusicologi e musicisti di tutto il mondo. Comincia ad utilizzare le accordature aperte in tonalità di Sol, Mi e Re della guitarra traspuesta per le due forme principali di canto tradizionale: il “canto a lo humano” ed il “canto a lo divino”. Poesia pura in forma di musica, versi di una dolcezza e di una forza che solo la tradizione può esprimere. Testimonianza diretta di realtà come le morti frequenti dovute alla scarsità di mezzi di sostentamento, matrimoni falliti, tradimenti dell’amato, dolorose separazioni di chi emigra per cercare miglior fortuna in città, donne sole che al ritmo di una tonada o di una cueca trovano la forza di andare avanti. Tutto questo Violeta Parra lo fa suo, lo assorbe. Si nutre voracemente di queste atmosfere e come un pianeta che ha bisogno di fiumi e mari per crescere, fa della sua esistenza un continuo canto. Una continua scoperta di nuove forme di espressioni musicali tradizionali. In Cile si accorgono di lei e cominciano le incisioni. Ma il Cile ora deve essere presentato al mondo, questo patrimonio non può rimanere seduto dove è nato. Così iniziano i viaggi in Europa che porteranno Violeta a confrontarsi con quel mondo che una volta era al di qua delle invalicabili Ande, un mondo ancora vergine rispetto al panorama immenso della musica tradizionale, soprattutto sconosciuto alle capitali. Eccezione la Francia. Parigi accoglie Violeta che ora porta con sé la sua primogenita Isabel, la nipote Tita ed il suo secondo figlio Angel. La vita vuole che anni dopo Isabel e Angel torneranno a Parigi come esuli a causa della dittatura di Pinochet, nel pieno di una brillante carriera come autori e cantanti.  
Questo andare e venire dall’Europa è una dinamo che alimenta ancora di più la sete di creazione e  tra le vicissitudini di una vita sentimentale che non da mai pace, il suo viaggiare la salva da ogni scompenso e le suggerisce che solo il cantare è e sarà il suo modo di stare al mondo. Ma Violeta non è solamente recupero di tradizioni e canto. Una malattia che la costringe a rimanere in casa per mesi la porta a creare le arpilleras, veri a propri arazzi di lana dalle grandi dimensioni sui quali verranno rappresentati ogni tipo di soggetti, figli, amici, santi, scene di vita contadina (Video). Stessa cosa farà con gli oli. Violeta Parra non si ferma alla chitarra e alla poesia, le sue armi ora sono il pennello e l’ago. Quando alla parola artista si aggiunge la definizione completa Violeta Parra è il nome per eccellenza. Musica, pittura, scultura, poesia, tutte le muse la vogliono a sé ed in ognuna di loro Violeta ritrova se stessa, la vita, le sue gioie, le sue sofferenze e le storie della gente comune del Cile.  Un ritorno trionfale a Parigi sarà quello del 1964, Violeta sarà la prima donna latinoamericana ad esporre le sue opere al museo del Louvre. Nel frattempo continuano le sue incisioni, da anni oramai non sono più solo testimonianze della tradizione folklorica cilena, ma composizioni originali con chitarra, charango, cuatro venezuelano, arpa. 
Canzoni che rimarranno  tra le punte di diamante nel panorama musicale dell’intero continente latino americano e non solo. Addirittura un disco inciso interamente per sola chitarra senza canto, le cui melodie verranno reinterpretate da chitarristi classici di tutto il mondo. Sono questi ultimi anni della sua vita che porteranno alla luce la produzione più intesa di canzoni destinate a rimanere nel tempo come “Volver a los 17”, “Gracias a la vida”, “Rin del angelito”, “Run Ru se fue pa’l norte”, solo per citarne alcune a noi più note. Ma chi fermerà Violeta Parra e la sua voglia di tradizione come liberazione da tutti i mali? Il boom economico degli anni Sessanta? il primo rock che impervia per le radio? Il mito nord americano come uno spettro perenne sulla verginità del continente latino americano? Nessuno ci riuscirà, ma per mettersi al riparo da tutto questo ed altro, Violeta decide di andare a vivere lontano da Santiago, arma un centro di incontri culturali e musicali sotto un tendone che passerà alla storia come “la carpa” (la tenda), dove vivrà con lo stretto necessario, contornata da strumenti e persone comuni interessate al canto tradizionale e disposte ad esibirsi per un pubblico semplice ma attento. 
Nessuno sa il perché del suo gesto estremo che chiude la sua carriera e la sua produzione artistica. Forse lascia il tempo che trova indagare su un secondo di follia e una vita di lucidità. O forse il contrario. Niente può dircelo o può darci una spiegazione. Restiamo semplicemente a guardare cosa ci ha lasciato Violeta Parra. Canzoni, poesie in forme di “decimas” popolari, echi di canti tradizionali di ogni parte del Cile. Opere visuali, poemi, sculture, musiche. Le sue composizioni saranno interpretate da gruppi, cantanti e orchestre di tutto il mondo. I primi dischi di Violeta Parra arrivano in Italia all’inizio degli anni Settanta, seguono poi quelli degli Inti Illimani che interpreteranno brani memorabili e indelebili per quella generazione che in quegli anni riempiva gli stadi e le piazze ai loro concerti. In Argentina ci sarà Mercedes Sosa che le dedicherà un intero disco, Milton Nascimento la canterà in Brasile, Gabriella Ferri farà sua “Gracias a la via”, che sarà conosciuta al grande pubblico grazie a lei. Ma in tutta l’America Latina, Violeta Parra è la donna che ha cantato a spasso per il mondo miserie, gioie ed orgoglio di una nazione lontana fisicamente e mentalmente come il Cile. 
Le sue incisioni sparse per l’Europa sono stato oggetto di ricerche da parte di tutta la famiglia Parra per arrivare a stilare un repertorio definito. Ricerche interrotte dalla brutale e sanguinosa dittatura che ha proibito i dischi di Violeta Parra per quindici anni. I figli Isabel e Angel lotteranno tutta una vita per la costituzione di una fondazione permanente e di un museo a lei dedicato, che vedrà la sua inaugurazione solo nel 2015.  La Fundación Violeta Parra (www.fundacionvioletaparra.org) si occupa della tutela nel mondo delle opere di Violeta, figura che spesso è contesa da ogni sorta di iniziative. La sua rappresentanza in Italia dal 2008, tramite la Fundación Violeta Parra Italia, oltre alla tutela si occupa anche della divulgazione delle opere, partecipando ad attività didattiche e culturali nell’ambito della musica folk in generale e in particolare del mondo latinoamericano. Una figura, quella di Violeta Parra, che dalle nostre parti doveva essere valutata e qualificata al di là del piano politico, in voga in certi anni duri e fecondi della storia italiana. Un nome relegato forse solo ad una moda musicale ma che aveva perso di vista il valore assolutamente unico come testimonianza di un canto totalmente originale, nella sua composizione, nelle sue armonie, nei suoi ritmi, nelle sue parole. 
Violeta non si schierò mai apertamente, poiché lo era già. Lo era quando si imponeva alle case discografiche su come andavano registrate le sue composizioni e con quali strumenti, lo era quando scriveva dei suoi fratelli: «…los nueve son comunistas con el favor de Dios…» (La Carta), marcando la sua laicità mista a devozione per il divino, anche in questo originale ed unica. Lo era quando gridava l’ira delle popolazioni indigene, i Mapuches, che venivano messe ai margini della società e considerati come cittadini di seconda categoria. Lo era quando girò le spalle a mille contratti che sapevano poco di arte e molto di dollari. Tutto questo può bastare per rendere Violeta una delle migliori artiste libere dello scorso secolo. Pace alla sua anima.


Roberto Trenca * 


*Musicista, arrangiatore e compositore, è rappresentante in Italia della Fundación Violeta Parra. Collabora con vari artisti della scena italiana e internazionale. Ha vissuto in Cile, dove ha vinto nel 2015 il premio APES come miglior interprete straniero della musica latino- americana. Vive tra Napoli, Roma ed Atene.
Posta un commento