L’ottobrata planetaria della Transglobal World Music Chart

Il mese di ottobre ha portato nella chart globale molte novità dovute alle nuove produzioni discografiche autunnali, all’approssimarsi dell’edizione 2017 della fiera WOMEX e alle stesse regole interne di compilazione della classifica. I veterani world francesi Lo’Jo scalano i vertici in un solo mese, visto che lo scorso settembre erano in venticinquesima posizione. Dopo trentacinque anni di carriera sanno ancora sorprendere con il loro caleidoscopio di influenze (Nord Africa, jazz, chanson e gypsy style)  che riempiono “[Fonetiq Flowers]” (World Village). Subito dietro si attesta l’entusiasmante incontro tra Trio Da Kali e Kronos Quartet (“Ladilikan”,  World Circuit). Il trio subsahariano – messo su con il sostegno dell’Agha Khan Music Initiative da Lucy Duran, etnomusicologa, producer e giornalista BBC – annovera la cantante Hawa Diabaté, figlia del griot Kassé Mady, il suonatore di ngoni basso Mamdou Kouyaté , figlio maggiore del celebre maestro Bassekou, e l’ottimo balafonista Lassana Diabaté. Da parte sua, il quartetto newyorkese si muove con l’esperienza di chi ha incrociato numerosi linguaggi sonori, assecondando voci e strumenti, incanalando gli archi nelle melopee maliane, ma riservandosi notevoli sequenze soliste e d’insieme.
Occupa il terzo gradino del podio la delizia acustica “nordgrass”, dei superlativi Frigg con l’autoprodotto “Frost on Fiddles”, disco di folk contemporaneo del settetto finnico, fenomenale nell’interplay e nelle tessiture, nella dinamica, nella varietà degli arrangiamenti e nei vigorosi cambi di passo. Poi, troviamo Bokanté,  il progetto ideato dal chitarrista Michael League: “Strange Circles” (GroundUP Music) è un vibrante mix di blues, rock, funk, suoni africani e caraibici. Resistono il cantaor colombiano Magín Díaz – coadiuvato dalla parata di star latino-americane che lo accompagna in “El Orisha de la Rosa” (Noname) – e il trio del sud-ovest malgascio acustico Toko Telo (“Toy Raha Toy, Anio), vale a dire la voce di Monika Njava, la chitarra di D'Gary e la fisarmonica del compianto maestro Regiz Gizavo. Di seguito, tre novità fanno respirare aria nuova nella chart. Iniziamo dal debutto di Gwyneth Glyn, cantautrice del Galles settentrionale, il cui “Tro” (Bendigedig) è un disco di canzoni di ispirazione folk calate in delicate quanto variegate ambientazioni sonore. Altro nome da appuntarsi è quello di Jupiter & Okwess “Kin Sonic” (Zamora Label/ Glitterbeat), nativo di Kinshasa con trascorsi berlinesi, che cerca la sintesi sonora tra pop-rock e suoni del crogiuolo di popoli che abitano la Repubblica Democratica del Congo. Tra i suoi ospiti fanno capolino Damon Albarn e Warren Ellis. Da non perdere il notevole mélange proposto da Saeid Shanbehzadeh – madre afro-iraniana, discendente dagli schiavi “importati” di Zanzibar, e padre
baluchi – , da suo figlio Naghib e dal chitarrista jazz Manu Codjia con “Pour-Afrigha” (Buda Musique). Chiude la prima decina il dialogo tra i modi classici del maqām e l’improvvisazione di matrice jazzistica proposto da Sabîl, ossia i palestinesi Ahmad Al Khatib (‘ūd) e Youssef Hbeisch (percussioni) in sodalizio con Elie Khoury (bouzuq) e Hubert Dupont (contrabbasso) per l’album  “Zabad, l’Écume des Nuits / Zabad, Twilight Tide” (Harmonia Mundi). Scala posizioni “Love is my Religion” (Alif), il crossover del virtuoso turco Omar Faruk Tekbilek, featuring Yasmin Levi e Idan Rachel: una collezione di brani di sapore mediorientale con innesti flamenco e  contemporanei. Un altro ritorno gradito, atteso quindici anni, è quello del manifesto tropicalista dei Tribalistas (“Tribalistas”, Phonomotor), trio di superstar brasiliani: Marisa Monte, Arnaldo Antunes e Carlinhos Brown, la cui forza sta nella convergenza di  diverse anime musicali (il nordest, il mondo paulista, quello carioca). In più, tra i collaboratori spicca la fadista Carminho. Subito dopo, fiato alla tromba folk-punk decostruttivista di Frank London di “Glass House Orchestra: Astro-Hungarian Jewish Music (Piranha) e occhio alla poetica della songstress Ghalia Benali (“MwSoul”,  W.E.R.F. Records), tunisina di nascita ma residente a Bruxelles, corroborata dal sound dei belgi Mâäk. Di gran lena entra tra i primi quindici il chitarrista guineano di Conakry Moh! Kouyaté con “Fe Koti” (Foli Son Production) combinazione di testi esistenziali, musica di area mandingo e anima rock.
Retrocede di ben dieci piazze l’oudista Rahim Alhaj “Letters from Iraq” (Smithsonian Folkways), fusione di umori del liuto arabo con le corde del quartetto d’archi.  Dopo, troviamo Meïkhaneh (“La Silencieuse”, Buda Musique”), il trio transculturale in viaggio dall’Andalusia alle steppe mongole passando per l’Iran. Tony Allen ha codificato l’afro-beat insieme a Fela Kuti: ora entra in classifica con il suo potente “The Source” (Blue Note), album che si rivolge al grande amore del batterista nigeriano per il jazz. Ancora, eccoci alla nuova missione di Ian Brennan in terra africana. Questa volta il rinomato produttore si è recato in Ruanda per esplorare il canto del popolo Abatwa, comunità in serio pericolo di estinzione. Tra canti pigmei ancestrali e voci di rapper, arpe, violino a una corda e loop realizzato con macchine alimentate a batteria, “Abatwa (The Pygmy): Why Did We Stop Growing Tall?” (Glitterbeat) è un album va ascoltato fino in fondo. La ventesima piazza se la prende Rafiki Jazz, ottetto di artisti di base a Sheffield (musicisti locali e rifugiati). Il loro “Har Dam Sahara” (Riverboat Records) è un CD all’insegna del blend multiculturale realizzato rileggendo canti devozionali dal subcontinente indiano al Medio Oriente fino all’Africa. Da ultimo, scorriamo ancora un po’ di posti per segnalare che al numero venticinque si attesta Officina Zoè con “Live in India” (Kurumuny). Per scoprire gli altri piazzati nella classica world, non c’è che accedere al sito www.transglobalwmc.com.



Ciro De Rosa
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