Carpino Folk Festival XXII Edizione, Carpino (FG), 5-10 Agosto 2017


E il sottosuolo garganico è anche una delle ispirazioni principali dell’idea-festival di quest’anno, alludendo sì alla coscienza dell’uomo ma anche concretamente sviluppando un discorso di valorizzazione del territorio partendo proprio da quelle profondità (grotte e quant’altro) che sono poco conosciute ma molto suggestive. Dal 5 all’8 agosto, infatti, nell’ambito del Festival, sono state proposte escursioni guidate nelle cavità del Gargano, in collaborazione con gruppi di speleologi. Il tema del sottosuolo ha caratterizzato la ventiduesima edizione anche nel segno della solidarietà, con la partecipazione di musicisti della tradizione popolare delle regioni colpite dal terremoto (Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo) ad aprire tutte le serate dei concerti nella piazza di Carpino. In questo senso anche la partecipazione del Carpino Folk Festival al Festival delle Tradizioni di Maggio a Preci in provincia di Perugia dal titolo “Balla la terra” è stata fortemente voluta. L’alleanza con le Ferrovie del Gargano ha permesso nei giorni dal 5 al 7 agosto di svolgere sulle carrozze dei treni delle corse pomeridiane, alcuni eventi originali: 
il seminario dei geologi Michele Morsilli e Matteo Pelorosso con il compositore-percussionista Michele Villetti a cui è seguita una visita alla necropoli di Monte Pucci, e lo spettacolo di E-Mago “I suoni della terra” (per rimanere in tema di sottosuolo). Il 6 agosto Piero Brega, tra i fondatori del circolo Gianni Bosio e del Canzoniere del Lazio, e l’oboista Oretta Orengo sul treno hanno raccontato l’Italia in musica; a seguire il concerto di Orchestra Bottoni, una delle band più originali del folk italiano, costituita esclusivamente da organetti con la voce espressiva e scura di Antonella Costanzo. Il 7 agosto Canio Loguercio e Alessandro D’Alessandro (che è anche il leader della Bottoni), freschi di targa Tenco per il miglior album in dialetto, hanno presentato i loro struggenti canti, ballate e ipocondrie in un dialetto napoletano distillato e trasfigurato. La stessa sera, dopo una visita guidata nel centro storico di Carpino, “La notte di chi ruba donne” tra presentazioni editoriali e concerti – con Alessandro Portelli presidente del Circolo Gianni Bosio, autore di importanti opere sul mondo delle tradizioni popolari, Mimmo Ferraro coordinatore della Rete Archivi Sonori Musiche di Tradizione Orale e direttore editoriale della casa editrice SquiLibri, l’etnomusicologo Piero Arcangeli, l’antropologa Omerita Ranalli e gli interventi di Antonella Costanzo, Susanna Buffa, Sara Modigliani, 
Alessandro D’Alessandro e Gabriele Modigliani – ha aperto un focus nelle tradizioni di Abruzzo, Marche, Lazio ed Umbria. In conclusione di serata, lo spettacolo ideato e diretto da Salvatore Villani con l’ensemble La Montagna del sole in “Vociantaure”. Lo studioso, autore di diversi testi tra cui il pregevole “I cantori e musici di Carpino” (ed. Nota) in cui viene tracciato un quadro completo delle forme musicali, degli strumenti e dei protagonisti della tradizione, ha anche tenuto nei giorni del festival, diversi laboratori musicali su strumenti e musica della tradizione. Le serate dei concerti in piazza del Popolo, seguite da chi scrive per “Blogfoolk”, media partner del festival, si sono svolte all’insegna della qualità dell’offerta musicale e culturale e di una variegata diversificazione (dal folk italico alla musica d’autore a proposte di taglio world) in un set costituito dal grande palco sul quale, alle spalle dei musicisti, su un maxischermo, sono state proiettate alternativamente le immagini del concerto e le riprese del pubblico. Su questo schermo, nei momenti di attesa, è stato proiettato il suggestivo video di Valentina Marchesi e Fabrizio Pizzulo “Una bella Italia”, reportage garganico sul festival edizione 2014, in cui scorrono immagini rurali, paesaggi marini, alcune battute del cantore Rocco Cozzola che illustra aspetti dell'esecuzione della tarantella di Carpino, gustosi aneddoti in dialetto e, infine, 
le immagini di alcuni concerti del Carpino Folk Festival tra cui quello di Enzo Avitabile e quello di Ambrogio Sparagna con le sue conclusive parole: “il sud racconta all’Italia il desiderio di stare insieme, di usare il canto popolare come un segno di comunione”. Questo sembra essere proprio lo spirito di questa grande aggregazione, nel segno della festa gioiosa e dello stare insieme per ascoltare e ballare la musica, non certo quello dell’intolleranza di alcuni, isolati giovani. Quest’anno, inoltre, il Comune ha dovuto affrontare le nuove e severe norme per i grandi concerti relative alla sicurezza: divieto di bibite in vetro, possibilità di controlli per borse sospette, divisione della grande piazza in quattro settori, ognuno con la sua via di fuga. L’istituzione di un mega parcheggio al campo sportivo, servito da navetta per il centro sia in andata che al termine dei concerti, si è rivelata funzionale. Ma veniamo a quello a cui abbiamo partecipato: i concerti in piazza del Popolo, tutti rigorosamente gratuiti e preceduti da grande attesa di pubblico. Le tre sere dei concerti della musica popolare e delle sue contaminazioni si sono aperte l’8 agosto con Sonidumbra, Maldestro e Bombino. La formazione umbra di sei elementi attiva da circa vent’anni, ha riproposto brani dal repertorio della tradizione all’insegna del saltarello. 
“Balla la terra” è il loro progetto per esorcizzare la paura del terremoto, per ritrovarsi condividendo le radici comuni e tornare alla vita di tutti i giorni, suonato e cantato con gli strumenti della tradizione da Barbara Bucci (canto e percussioni), Marco Baccarelli (organetti e fisarmonica), Gabriele Russo (violino, chitarra battente e voce), Luca Piccioni (chitarra), Massimiliano Dragoni (tamburelli e percussioni), Franz Albert Mayer (contrabbasso). Il cantautore napoletano Maldestro ha presentato brani dal suo ultimo lavoro “I muri di Berlino” tra cui la “Canzone per Federica” presentata a Sanremo 2017, dove si è qualificato tra le nuove proposte ed ha ricevuto il premio della critica Mia Martini, il premio Jannacci e quello Lunezia. Freschi e coinvolgenti, i testi di Maldestro, discretamente ironici ma anche intimisti e disincantati, raccontano problemi sociali (la disoccupazione con il brano “Sopra al tetto del Comune”) criticando atteggiamenti ‘social’ con “Io non ne posso più” e “Facciamoci un selfie”. Maldestro si avvale di una valida pop band (con accenti rock e talvolta balcanici) formata da basso, batteria e tastiere con il Maestro Maurizio Filardo alla chitarra elettrica. Il chitarrista nigerino Bombino in formazione a quattro (due chitarre elettriche, basso e batteria), ha presentato alcuni brani da “Azel”, album uscito nel 2016, alcuni dei quali caratterizzati dallo stile tuareggae, 
novità dell’ultimo lavoro, fusion tra elementi della tradizione touareg e musica reggae. Altri brani dal repertorio dei suoi album precedenti hanno fatto ballare il pubblico, tra i quali l’impetuoso “Azamane Tiliade”. Le sonorità di Bombino sono affascinanti e decise, con un fraseggio chitarristico vigoroso e incisivo. La dilatazione dei tempi porta ad una musica a tratti ipnotica che si apre in conclusivi crescendo. Il live è sembrato in buon equilibrio tra l’elettricità delle chitarre ed i riff rockeggianti con la dolcezza delle melodie della tradizione. Il pubblico ha mostrato di apprezzare i brani di Bombino e le sue atmosfere a tratti sognanti che affrontano temi come l’amore, l’amicizia, la vita nel deserto, in una miscela di tradizioni touareg, blues, rock, reggae. Il bis ripetutamente richiesto è arrivato ed è risultato anche travolgente. Nella seconda serata di concerti, gli spettatori hanno affollato la piazza per ascoltare i marchigiani La Macina, i Kalàscima dal vicino Salento, Alpha Blondy and The Solar System. La Macina rappresenta un pezzo di storia della musica delle tradizioni italiane, tra cinquant’anni di musica tradotti in venti lavori discografici. In formazione a 5 (voce, chitarre, mandolino, fisarmonica, batteria) hanno presentato alcuni tra i più bei canti delle tradizioni marchigiane: 
il toccante brano d’apertura con un bell’assolo di fisarmonica “Bella, sei nada femmena” (omaggio a tutte le donne), filastrocche popolari, canti d’amore disperato, canti sulle morti sul lavoro (“So’ stato a llavorà a Montesicuro”) e la drammatica “Passione di Maria”. Poi “I me ne voglio jì”, “Stanotte mi sognai na bella figliola” ed una filastrocca finale. Nelle parole a conclusione del set, Gastone Pietrucci, leader storico della formazione, ha sottolineato l’importanza del Carpino Folk Festival (”Tenetevelo stretto!”) in un Paese nel quale la musica gode di scarsa considerazione e non viene considerata nei suoi aspetti professionali. Subito dopo, l’esibizione energetica dei Kalàscima che hanno proposto la loro versione della taranta salentina in mix con la musica elettronica e techno quasi a volerla proiettare in nuovi contesti sganciati dal folk revival. La presenza scenica del sestetto è innegabile, e anche la qualità vocale e strumentale (organetto, tamburello, fiati etnici – zampogna, flauto traverso, tin whistle, doppio flauto calabrese, ciaramella – chitarra e bouzouki, batteria e percussioni, basso, voce) ed ha coinvolto la piazza con il suo tiratissimo live. L’attesissimo show afro-reggae di Alpha Blondy si è aperto con “Jérusalem”, “No brain No headache”, “Cocody rock”, “Sweet Fanta Diallo”. L’artista ha cantato in inglese, in francese ed in alcuni dialetti africani. 
Si è espresso contro la guerra e il terrorismo, ricordando che né il Corano né la Bibbia giustificano in alcun modo l’omicidio, inneggiando alla fratellanza universale prima di intonare “Sebe Hallah”. Con la sua band costituita da sette strumentisti (due chitarre elettriche, basso, tromba, sax, batteria e tastiere) e due coriste, ha coinvolto cercando un contatto empatico ed anche fisico con il pubblico mentre ha invocato la pace nel mondo: in Liberia, Costa d’Avorio, Mali, Somalia, Sudan, Nigeria, Sud Africa, Libia, Siria e tra Israele e Palestina. Ha concluso acclamatissimo nei bis con la sua versione di “Wish you were here” e “Brigadier Sabari”. L’ultima serata, il 10 agosto, ha visto il concerto di Vinicio Capossela e dei Cantori di Carpino. Il primo ha presentato “Combat folk”, uno spettacolo straordinario, un “atto unio, irripetibile” pensato per il Carpino festival, ispirandosi in particolare al repertorio di Matteo Salvatore, grande cantore popolare originario del vicino paese di Apricena, ed alle tradizioni del Gargano. Avvalendosi della collaborazione di eccellenti musicisti il cantautore ha presentato il repertorio del suo ultimo lavoro, le Canzoni della Cupa per il quale – proprio il giorno prima del concerto se ne è avuta notizia – è stato insignito del Premio Tenco. Giovannangelo De Gennaro, polistrumentista che ha utilizzato una vasta gamma di antichi strumenti musicali, 
Victor Herrero alla chitarra acustica ed elettrica, Agostino Cortese alla grancassa e bufù, Peppino Leone alle percussioni, Glauco Zuppiroli al contrabbasso, Sergio Palencia e Angelo Mancini del Mariachi Mezcal alla tromba, sono stati la formidabile squadra della serata. Gli arrangiamenti, ricchi di sonorità e ritmi, hanno ben valorizzato i brani. Oltre venti i pezzi nel repertorio della serata, molti dei quali liberamente ispirati alle tradizioni irpine e delle zone limitrofe, tra cui “Femmine” (sulle donne che lavorano nei campi alla raccolta del tabacco), “La padrona mia” che ha segnato l’ingresso dei due mariachi alla tromba, “Zompa la rondinella” arrangiata alla Johnny Cash, “Dagarola del Carpato”, “La notte di San Giovanni”. Di Matteo Salvatore, Capossela ha riproposto “Il forestiero”, “Nache nache ci ci”, adattamento de “I maccheroni”, “Rapatatumpa”, versione de “I proverbi popolari”, e “La notte è bella da soli”. Ancora, in omaggio ai pellegrini che raggiungono la grotta di San Michele a Monte Sant’Angelo, sulla cima del promontorio garganico per chiedere il miracolo, è “L’angelo della luce”. Il lungo e festoso concerto ha visto Capossela e la sua band darsi senza risparmio, tra mille sfumature e stati d’animo. Dopo la rutilante “Lo sposalizio di Maloservizio” dalle melodie e ritmi balcanici, in conclusione il passaggio di testimone con i musicisti dei Cantori di Carpino sulle note de “Il ballo di San Vito”. 
Dopo “L’uomo vivo” ancora con Capossela per cantare la gioia, il gran finale è stato affidato, come vuole la tradizione del festival, ai cantori di Carpino. Otto elementi sul palco: Antonio Rignanese alla chitarra battente (è anche il liutaio costruttore degli strumenti utilizzati dal gruppo), Gennaro Di Lella alla chitarra acustica, Rocco Di Lorenzo alla chitarra battente e voce, Nicola Gentile, voce e tamburi a cornice, Rosa Menonna, voce e castagnette, i giovani Michele Russi, Piero D’Angelo, Francesco Di Perna che rappresentano il ponte verso il futuro. Proprio nel corso della serata, tra l’altro, il sindaco di Carpino ha annunciato che i Cantori sono stati selezionati dall'Unione Europea per aprire la Festa europea della Cultura nel gennaio 2018. Tra i tanti brani eseguiti, l’ineluttabile Tarantella del Gargano ed una commovente ninna nanna per Antonio Piccininno. Il Festival si è concluso così, con la consapevolezza da parte nostra di aver assistito al rito collettivo e gioioso di una comunità che sa di avere in eredità un grande patrimonio culturale collettivo e celebra le proprie radici. Da queste vuole ripartire per continuare a costruire alleanze e tracciare nuovi percorsi per il futuro. 



Carla Visca 
Documentazione fotografica e video di Giuseppe Porcaro

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