mercoledì 22 febbraio 2017

Warsaw Village Band – Sun Celebration (Jaro, 2017)

#CONSIGLIATOBLOGFOOLK

Quando sul finire degli anni Nvanta entrò in scena, la Kapela ze wsi Warzsawa – più nota nel circuito world music con il nome inglese di Warsaw Village Band – si impose per la sua arditezza hardcore-folk e una certa dose di spiritualità con cui dava nuova pelle alle musiche di tradizione orale polacche coniugando stili e timbri pastorali e contadini (con strumenti antichi come il suka, un violino rurale seicentesco), incastri corali e intrecci di corde, potenti bordoni, pulsioni iterate e robusto vigore percussivo. Il risultato era una coinvolgente e avvolgente sintesi di groove antico e contemporaneo. Di acqua ne è passata sotto i ponti, tra cambi di organico e nuove ispirazioni (reggae, remix digitali, tradizioni nordiche dei popoli della tundra, collaborazioni a tutto campo) che hanno in parte modificato il marchio di fabbrica della Kapela della capitale polacca, che, tuttavia, ha conservando i tratti folk trance-minimali. Oggi la WVB è un settetto, che allinea Magdalena Sobczak (voce e cymbaly), Sylwia Świątkowska (voce, violino, viola e violini popolari), Ewa Wałecka (voce, violino e ghironda), Piotr Gliński (tamburo baraban e percussioni), Paweł Mazurczak (contrabbasso), Maciej Szajkowski (tamburi a cornice) e Miłosz Gawryłkiewicz (tromba e flicorno). La settima produzione, già in circolazione da almeno un anno, prodotta dell’etichetta polacca Karrot Kommando, esce per il mercato internazionale per la label tedesca Jaro. È un doppio album, intitolato in polacco "Święto Słońca” e in inglese, “Sun Celebration”. 
Racconta Maciej Szajkowski, membro fondatore della WVB, che «in ogni viaggio, da oltre diciotto anni di cammino, notiamo quanto le persone siano collegate in tutto il mondo. "Sun Celebration" è un tentativo di raccontare la fraternità spirituale oltre i confini religiosi o etnici, che si stanno elevando in questi tempi inquieti. È anche la storia delle due nature del mondo, yin e yang, giorno e notte, sole e luna. Da qui, si sviluppano i due CD, tra sperimentazioni, eterogeneità e carisma delle guest star». E che stelle! A cominciare dall’iconoclasta cantante, gaitera e percussionista galiziana Mercedes Peón, per continuare con il maestro curdo-iraniano del kemantche Kayhan Kalhor, il virtuoso indiano del sarangi Ustad Liaquat Ali Khan, il violista Michał Zaborski (dell’Atom String Quartet), la coppia rajasthana dei Dhoad Gypsies, Sanjay Khan al canto e all’harmonium, e Amrat Hussain alle tabla, mentre con la sua consolle si inserisce anche DJ Feel-X. Diviso in due parti, il lavoro presenta storie universali che parlano di relazioni umane e di tribolazioni quotidiane basate sul repertorio folklorico polacco. Il primo CD, “Słońce”, è il giorno, il secondo, “Księżyc”, è la notte. I primi due brani (“Leeć” o in inglese “Fly my voice”) e “Jan Sobótkowy” (“Midsummer Rain Song”) vedono la Peon integrarsi appieno nell’intenso blocco di note delle corde, mentre in “Na sobotce byla” (“She Celebrated Kupala”) l’elemento rajasthano entra in circolo. 
In “Kalinowy sadek” (“Viburnum Orchard”) prima i picchi vocali femminili polacchi e poi il canto di Peón si inseriscono sull’implacabile costrutto percussivo. Dura dieci minuti la densa “Tarninowy ogień”, tra propulsione di tamburi, bordoni elettronico-acustici e passaggi solisti di sarangi, violini e ghironda. Si rinnova il precipitato di ritmi dell’occidente iberico e di melodie tradizionali polacche in “Isue/ Palinocka”, il brano che chiude il primo disco. Il secondo è aperto dall’intro di “Zakołysanka” in forma di preludio ‘alap’, composto da Ustad Liaquat Ali Khan, poi ci si avviluppa nella spirale della ninnananna. Si cambia registro con il trionfo delle irregolarità ritmiche di “Polka Ryfka”, si rientra nelle tensioni di “Wianuszokowy, animata dai colpi magistrali del kemantche di Kalhor, per approdare a “Bida blues”, blues funk-psichedelico della Masovia, costruito su impasti vocali, indocili colpi d’arco e un seducente solo di tromba. Il congedo arriva con “Ku Słońcu”, firmato a tre da Sobczak, Świątkowska e Kahlor, dove convivono ispidi fraseggi dei violini, salterio percosso e digressioni improvvisative del kemantche. 


Ciro De Rosa

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